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Una capogruppo non lascia il partito che l’ha eletta a metà legislatura per un dispetto. Lo fa quando ha calcolato che il partito le serve meno di quanto lei serva a qualcun altro, e il qualcun altro, in questo caso, non è un mistero. Un gruppo nuovo in consiglio, che raccoglie un pezzo dell’area centrista, è per la sindaca una piccola assicurazione sulla vita: un blocco di voti che non risponde alle segreterie provinciali né a quelle regionali, ma soltanto a lei. Chi governa una coalizione priva di progetto ha bisogno esattamente di questo, di consiglieri che non abbiano un padrone altrove. La disponibilità, in assenza di visione, diventa la risorsa più preziosa che un amministratore possa mettersi in cassa.
Il calendario spiega il resto meglio di qualunque psicologia. C’è un congresso provinciale alle porte, ci sono le politiche entro un anno, ci sono le comunali a seguire. È la finestra nella quale il valore di un consigliere non si misura per ciò che ha fatto ma per ciò che può portare: nel congresso i suoi voti pesano contro le correnti, nelle politiche il suo pacchetto vale una collocazione in lista, nelle comunali vale un posto al tavolo. Uscire prima del congresso significa sottrarsi al conteggio e presentarsi alla trattativa da soggetto autonomo anziché da minoranza sconfitta. È una mossa che ha una sua fredda razionalità, e chi la chiama tradimento sta soltanto dicendo, con parole nobili, che gli è costata.
Il problema di Forza Italia, a Siena, non è del resto il singolo abbandono. È che il partito non possiede un radicamento proprio: possiede una quota di eletti, che è cosa diversa e assai più fragile. Un partito radicato assorbe un’uscita e la richiude come una ferita superficiale; una lista la subisce, perché ogni consigliere che se ne va porta con sé il proprio pezzo di consenso personale e non lascia dietro di sé nulla che gli sopravviva. Da qui l’aggressività della reazione, la corsa a firmare in quattro sigle un comunicato di poche righe: si alza la voce quando non si ha altro da alzare. E da qui, soprattutto, il rischio vero, che non è la consigliera ma il precedente. Se andarsene conviene e non costa, gli altri guardano e imparano.
Nel frattempo, e questo è il dato che meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva, la Lega fa aperitivi in Piazza e coltiva il proprio gruppo storico. Sembra folklore, e non lo è. Mentre un pezzo della coalizione si consuma per via congressuale, l’altro lavora sul terreno personale e amicale, che nella politica senese ha sempre pesato più delle tessere e delle mozioni. Chi si riorganizza sui rapporti sta preparando le liste; chi si riorganizza sui comunicati sta difendendo un passato che non tornerà.
Il paradosso finale, e insieme la vera notizia, è che tutto questo movimento avviene senza che nessuno debba prendere posizione su niente di reale. Non sulla banca, non sulla Fondazione, non sul destino del Santa Maria della Scala, non su cosa fare dei quartieri che stanno fuori dalle mura e che nessuno nomina mai e molto altro. È una politica che si può fare interamente a saldi invariati, e in questo sta la sua debolezza strutturale: una coalizione che si riassetta senza mai dover dire che cosa pensa è una coalizione che, il giorno in cui una decisione vera arriverà sul tavolo — e arriverà —, si romperà sul serio, e non per un posto in commissione.





