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C’è un modo di scrivere che non serve a nulla, e proprio per questo vale. Lo si fa a fine luglio, quando la città si svuota e il caldo scioglie ogni proposito operativo, quando anche i dossier più urgenti sembrano poter attendere settembre. Si scrive allora für ewig, per l’eternità e per nessuno, come si coltiva un orto che non darà frutto o si accarezza un’idea sapendo che resterà idea. È il lusso dell’inutile, l’unico che rimanga a chi ha passato la vita a rendere utili le cose. E stamattina l’idea inutile ha un nome preciso: Pian del Lago.
Il nome è già tutto. Perché lì il lago non c’è, eppure il luogo continua a chiamarsi così, come se il toponimo fosse più fedele alla verità della terra di quanto non lo sia la terra stessa. Un nome che sopravvive alla cosa che nominava: c’è qualcosa di commovente in questa ostinazione della lingua, che tiene in vita ciò che gli uomini hanno cancellato. Pian del Lago è un lago prosciugato che continua a dirsi lago. È l’acqua che ricorda di essere stata acqua.
Perché quella era davvero acqua, un tempo. Una conca chiusa, senza uscita, dove la pioggia si raccoglieva e restava, stagione dopo stagione, secondo l’unica legge che l’acqua conosce, quella di cercare il punto più basso e fermarsi. Bastava lasciarla fare. Poi vennero gli ingegneri del Granduca, illuministi convinti che ogni palude fosse un rimprovero alla ragione, e con il canale e la galleria strapparono all’acqua il suo diritto naturale, trasformando lo specchio in campo, il riflesso in raccolto.
Di quel prosciugamento restano due testimoni, e sono di segno opposto. Il primo è la Piramide, obelisco improbabile piantato in mezzo alla Montagnola, monumento che celebra la vittoria della tecnica sulla vocazione dei luoghi: la ragione leopoldina che canta il proprio trionfo sull’acqua, incidendo nella pietra l’orgoglio di averla vinta. Il secondo sta poco distante, fra i boschi di lecci e di querce lungo la Francigena, e non celebra nulla: ricorda. È l’Eremo di San Leonardo al Lago, che porta l’acqua scomparsa dentro il proprio nome, così ricordato dagli antichi documenti proprio per quel lago prosciugato nel Settecento. È l’unica chiesa che del lago abbia fatto un titolo, che ne conservi la memoria come parte della propria identità. Gli eremiti agostiniani, arrivati lassù ben prima che il Granduca decidesse di asciugare la conca, avevano dato al luogo il nome della sua acqua; e quel nome ha resistito al prosciugamento, come se la santità fosse più tenace dell’idraulica.
C’è, in questa doppia eredità, una simmetria perfetta. La stessa acqua scomparsa produce un obelisco che esulta e un santo che rimpiange. Il Granduca la festeggia come sconfitta da esibire; gli eremiti la custodiscono come presenza da non perdere. La Piramide dice: l’abbiamo vinta. L’Eremo dice: c’era. E il nome, si sa, è più paziente della pietra — anche di quella squadrata a forma di piramide.
Ora, il programma con cui Per Siena si presentò alle comunali del 2018 — la lista civica con cui provammo a rimettere in piedi la città — proponeva, nero su bianco, di ricreare uno specchio d’acqua a Pian del Lago. Lo diceva en passant, dentro un capitolo sullo sport, avvolgendolo in una cittadella del cavallo e in generiche attività ludiche, e persino d’intesa con il Comune di Monteriggioni. Facevamo bene, dal punto di vista della comunicazione: a Siena il cavallo parla, l’invaso no. “Cittadella del cavallo” accende gli occhi dei contradaioli; “bacino di ritenzione idrica” li fa sbadigliare. Eppure sotto la formula sportiva c’era una verità idraulica che il testo non aveva il coraggio, o la voglia, di dichiarare fino in fondo. Ricreare uno specchio d’acqua non è arredare un paesaggio: è rimettere l’acqua dove l’acqua vuole stare. È restituire a una conca la sua natura di conca.
E una conca piena d’acqua, comunque la si vesta, è una riserva. Lo è per necessità, non per scelta: trattiene, accumula, lamina le piene, ricarica la falda, sta lì disponibile quando la stagione diventa avara. In una città che non ha un fiume, che per secoli è vissuta di cunicoli scavati nel tufo — i bottini, capolavoro di pazienza sotterranea che porta l’acqua fin sotto il Campo —, un lago ricostituito non è un vezzo. È un ritorno alla ragione più antica, quella che precede l’illuminismo dei prosciugatori: che l’acqua non si combatte, si ospita. Gli eremiti, in fondo, l’avevano capito prima di tutti.
Scrivo tutto questo sapendo che non ne farò nulla. Non è una proposta, non è un rilancio, non è nemmeno un rimpianto per un programma che i senesi, con la loro consueta prudenza, hanno lasciato dov’era. È solo il piacere di notare come un luogo custodisca dentro il proprio nome ciò che gli è stato tolto, e come un’idea abbandonata possa avere avuto ragione senza saperlo. Pensavamo allo sport e ai cavalli; parlavamo d’acqua e non ce ne accorgevamo. Le cose migliori, a volte, le diciamo distrattamente.
Domani ricomincerò a occuparmi di quel che serve. Oggi no. Oggi mi tengo il lago che non c’è, e che pure aspetta — con la pazienza dei toponimi, con la testardaggine dell’acqua, con la fedeltà di un eremo che ne porta il nome — che qualcuno, prima o poi, gli dia di nuovo ragione.





