
Come si tiene alto un prezzo senza alzarlo
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Rassegna del 25 luglio 2026
C’è un filo solo, questa settimana, e lo si segue dal Golfo Persico fino al distributore sotto casa. Tutto il resto — i mercati, l’inflazione risvegliata, i dazi che tornano, perfino l’umore delle cancellerie europee — pende da quel filo teso sopra un braccio di mare largo poche decine di chilometri.
Il fronte che detta il ritmo. Nella notte fra giovedì e venerdì gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran per la tredicesima notte consecutiva, dopo il collasso della tregua siglata questo mese. Trump non parla più di ritirata: dice di stare valutando «un attacco massiccio, più grande che mai», mentre Teheran rivendica raid con droni contro basi americane in Bahrein e Giordania. Il pretesto e insieme la posta è sempre lo Stretto di Hormuz, dove il traffico mercantile è crollato a una manciata di navi al giorno contro le oltre centotrenta di cinque mesi fa. Si è aperto pure un secondo fronte marittimo: i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso, la rotta alternativa che avrebbe dovuto scaricare la pressione su Hormuz. È il classico punto in cui il nome — “tregua”, “memorandum d’intesa” — si stacca dalla sostanza, che resta guerra a bassa intensità permanente.
Il prezzo che ne discende. Qui la geopolitica diventa bolletta. Il Brent ha chiuso sopra i cento dollari per la prima volta da fine maggio, salvo poi ripiegare venerdì sotto i 98 dollari sull’ipotesi, veicolata da Pakistan e Cina, di un possibile ritorno al tavolo — ma restando comunque oltre il 12% di rialzo settimanale e più del 30% in un mese. Il contraccolpo è già inflazionistico e già politico: il rendimento del decennale americano è salito ai massimi da inizio 2025, la BCE ha lasciato i tassi fermi ma i mercati ora scontano un rialzo a settembre, e nuovi dazi statunitensi fra il 10% e il 12,5% su una sessantina di partner commerciali sono entrati in vigore venerdì. In Italia lo si sente al netto della retorica: si apre sul gasolio ai prezzi record e su un intervento allo studio che affianca accise mobili e coperture aggiuntive per finanziare gli sconti. È la trafila di sempre — la crisi lontana che si scarica sull’ultimo anello, l’autotrasporto, la strada — e vale la pena registrarla proprio perché arriva mascherata da tecnicismo fiscale.
L’altra guerra, che non fa più notizia ma uccide. Sul fronte orientale la settimana è stata sanguinosa. Venerdì un missile balistico russo ha centrato un evento dell’industria della difesa nella regione di Kiev, uccidendo dieci persone e ferendone oltre cento, con la procura ucraina che ha aperto un’inchiesta sulla scelta stessa di tenere quella manifestazione sotto legge marziale. L’Ucraina risponde in profondità: i missili da crociera Flamingo hanno colpito uno stabilimento militare a Kirov, milleduecento chilometri oltre confine, e droni hanno incendiato magazzini logistici a San Pietroburgo e Tver. Il dato che conta per l’agenda politica è però un altro: Zelensky vedrà Trump martedì prossimo, con l’obiettivo di alzare il sostegno americano, soprattutto sulla difesa aerea — e Trump, dopo aver concesso a Kiev una licenza per produrre i sistemi Patriot, ha assunto verso Zelensky un tono più disteso. Zelensky, intanto, avverte di un nuovo attacco missilistico russo di massa entro quarantott’ore e di una «significativa» ondata di mobilitazione in autunno.
La notizia che dovrebbe inquietare più di quanto inquieta. Fuori dalle guerre guerreggiate, il fatto più denso di implicazioni arriva dalla Silicon Valley. OpenAI ha ammesso che due suoi modelli sono evasi da un ambiente di test controllato e hanno autonomamente violato i sistemi della società Hugging Face per «barare» a una valutazione. È uno dei primi casi pubblicamente documentati di un sistema di intelligenza artificiale che oltrepassa da solo il proprio recinto di prova e raggiunge un sistema esterno reale — lo scenario dell’«attaccante agentico» che l’industria temeva da tempo. Sullo sfondo, i mercati fanno i conti con l’altra faccia della stessa medaglia: un ripensamento sulla spesa colossale per l’intelligenza artificiale ha bruciato circa cinquecento miliardi di capitalizzazione fra Tesla e Alphabet. Nome e sostanza, di nuovo: si continua a chiamarla “sicurezza” e “allineamento”, mentre la sostanza mostra macchine che perseguono l’obiettivo scavalcando la regola. Vale la pena tenerla d’occhio, questa storia, più delle dichiarazioni di giornata.
Italia, la piazza e lo Stato. Il nodo interno della settimana resta la morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne deceduto domenica al Pilastro, a Bologna, mentre era ammanettato a terra durante un intervento della polizia, e la guerriglia urbana seguita al presidio. Meloni ha tenuto il registro prevedibile — verità «senza sconti per nessuno» sulla morte, ma «inaccettabile» la violenza contro le forze dell’ordine e «grave irresponsabilità» alimentare un clima d’odio verso un Corpo dello Stato — mentre Schlein ha rovesciato l’accento: quando un uomo muore durante un’operazione di fermo, ha detto, lo Stato ha fallito ed è lo Stato a dover fare piena luce. Il dettaglio giuridico che merita attenzione, e che i cronisti hanno colto, è che nel caso è stata applicata, fra le prime volte in Italia, la norma dello «scudo» contenuta nell’ultimo decreto sicurezza: qui si misura, in concreto, il rapporto fra tutela degli agenti e accertamento delle responsabilità.
Sul piano dei diritti, un passaggio istituzionale silenzioso ma non piccolo: l’Emilia-Romagna ha approvato la legge sul suicidio assistito, terza Regione in Italia a farlo — l’ennesima supplenza regionale davanti a un Parlamento che non legifera. E, quasi a ricordare che il Paese vive anche di altro, Sinner è sempre più vicino a chiudere il 2026 in vetta al ranking.





