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Ampugnano, i trentuno gigawattora impossibili e un progetto che non ha mai superato una revisione
Sono contrario al progetto di Ampugnano, e conviene dirlo prima di entrare nel merito, perché la parte peggiore di questa vicenda è l’ipocrisia di chi finge che sia una discussione tecnica. Non lo è. È una decisione politica presa altrove, da soggetti che non rispondono a nessuno dei territori su cui l’opera ricadrà, e presentata come un dono. Al territorio resta il ruolo di ringraziare — cosa che una parte della classe dirigente senese ha fatto con entusiasmo e con notevole rapidità. Ma la ragione per cui sono contrario non è ideologica. È aritmetica. E l’aritmetica, a differenza della politica, non si lascia convincere da una conferenza stampa.
Cominciamo dai numeri che l’Enac ha messo per iscritto, perché sono pochi e sono tutti dalla parte energetica. Investimento complessivo trentaquattro milioni e quattrocentonovantamila euro, di cui sedici — quasi la metà — per un impianto fotovoltaico a terra da quindici virgola cinque megawatt di picco, disteso su circa venti ettari del sedime, con una produzione dichiarata di trentuno virgola cinque gigawattora l’anno, ricavi stimati in due milioni e mezzo, un ritorno sull’investimento del ventidue virgola otto per cento e un rientro dei costi in sette anni. Sono le cifre della presentazione del luglio scorso a Palazzo Berlinghieri, quella alla quale il Comune di Sovicille — dove l’aeroporto materialmente si trova — non fu invitato.
Bene. Prendiamo carta e penna, perché la carta e la penna bastano.
Quindici virgola cinque megawatt di picco che producono trentuno virgola cinque gigawattora significano duemilatrentadue chilowattora per ogni chilowatt installato. In Toscana un impianto fotovoltaico a terra con moduli fissi produce fra i milletrecento e i millequattrocento chilowattora per chilowatt. Con inseguitori monoassiali, che costano di più e occupano più suolo, si arriva forse a milleseicentocinquanta. Duemila chilowattora per chilowatt non si ottengono a Siena. Non si ottengono a Grosseto. Non si ottengono, a rigore, nemmeno in Sicilia, dove gli impianti con tracker migliori si fermano intorno ai millenovecento. Il dato di produzione dichiarato dall’Enac è sovrastimato di almeno il cinquanta per cento. Un impianto da quindici virgola cinque megawatt ad Ampugnano produrrà, realisticamente, venti o ventun gigawattora l’anno. Non trentuno e mezzo.
Non è una sottigliezza da ingegneri. È il pilastro dell’intera operazione. Perché se la produzione è gonfiata della metà, i due milioni e mezzo di ricavo annuo diventano un milione e sei; il rientro in sette anni diventa undici o dodici; il ritorno del ventidue virgola otto per cento si dimezza. E tutto questo prima di considerare che il prezzo dell’energia venduta a terzi non è una costante ma una variabile, e che nelle ore di sole — cioè nelle uniche ore in cui un impianto fotovoltaico produce — il prezzo crolla perché tutti gli impianti immettono insieme. La cannibalizzazione non è un’opinione ambientalista: è la ragione per cui i piani industriali seri usano prezzi catturati, non prezzi medi.
C’è dell’altro, e a questo punto quasi non serve. Le cifre dichiarate sono incoerenti fra loro. Un ritorno del ventidue virgola otto per cento su sedici milioni farebbe tre milioni e sessantacinque l’anno, non due e mezzo — che corrisponderebbero invece a poco più del quindici per cento. Un rientro in sette anni implicherebbe due milioni e tre. Tre cifre ufficiali, tre valori diversi, nessuno dei quali coincide con gli altri. E lo stesso presidente dell’Enac, presentando il progetto, ha dichiarato che «il ricavo previsto è di venticinque milioni di euro», senza che sia dato di capire se siano i due e mezzo annui moltiplicati per dieci, o quale altro conto. Non è pignoleria: è la prova che la parte energetica — l’unica quantificata di tutto il progetto — non ha superato nemmeno una revisione interna. Se questi sono i numeri che si esibiscono in pubblico, viene da chiedersi quali siano quelli che non si esibiscono.
Perché sull’altra metà, sull’aeroporto, non c’è nulla. Non un’utenza stimata, non un costo di gestione a regime, non un punto di pareggio. Sappiamo soltanto che voleranno turboelica da nove posti, quattro arrivi e quattro partenze al giorno, su una sola rotta: Roma Urbe. Una tratta che in auto o in treno si copre in poco più di due ore. Un’infrastruttura viene venduta come volano economico dell’intero territorio senese e la sola grandezza economica che i promotori sanno indicare riguarda la vendita di elettricità — per giunta con numeri che non stanno in piedi. Non sto dicendo che l’energia non basterà a mantenere lo scalo. Sto dicendo che nessuno lo ha mai calcolato in pubblico, e che chi non pubblica il conto non chiede consenso: chiede fiducia. Dopo trent’anni di grandi opere annunciate e mai atterrate, a Siena la fiducia è una risorsa scarsa e pessimamente amministrata.
Chiariamo un equivoco su cui l’operazione conta. Ampugnano è demanio, e con il decreto legge 13 del 2023 i beni immobili di proprietà statale sono stati inclusi fra le aree idonee alle rinnovabili ai sensi dell’articolo 20 del decreto legislativo 199 del 2021. Ma area idonea non vuol dire terra di nessuno. Quello status produce tre effetti, e soltanto tre: disattiva le aree non idonee individuate dalla Regione, alza le soglie di assoggettabilità alla valutazione ambientale, accorcia i termini del procedimento. È una presunzione di compatibilità localizzativa, non un’immunità. Restano il vincolo paesaggistico e l’autorizzazione prevista dal Codice dei beni culturali, dove l’area è tutelata: in area idonea il parere del Ministero della cultura è obbligatorio ma non vincolante — il che non significa ininfluente, perché chi se ne discosta deve motivare, e la motivazione è impugnabile. Resta il piano paesaggistico regionale, co-pianificato con lo Stato, che proprio per questo la Corte costituzionale ha lasciato intatto quando ha bocciato le limitazioni unilaterali delle Regioni: è la sede legittima dei vincoli, e vincola. Restano la valutazione d’impatto, il vincolo idrogeologico, la tutela archeologica, la valutazione di incidenza. E resta la conferenza di servizi, dove il Comune siede: non ha potere di veto, ma ha quello di dissentire motivatamente — e un dissenso motivato è il primo mattone di un ricorso.
C’è poi un vincolo che nel caso specifico avrebbe del comico, se non fosse serissimo. Un campo fotovoltaico dentro il sedime di un aeroporto operativo deve dimostrare di non abbagliare i piloti in fase di avvicinamento, di non interferire con le radioassistenze, di non aumentare il rischio di impatto con i volatili. Sono verifiche aeronautiche pesanti, e giustamente. Cosicché avremo un impianto che dovrà provare di non ostacolare il volo, mentre il volo non dovrà provare nulla a nessuno: né un’utenza, né un conto, né una ragione economica. È il riassunto perfetto della gerarchia reale dell’operazione, ed è anche il suo paradosso più eloquente. Il fotovoltaico è la parte seria del progetto — quella che deve rispondere a qualcuno. L’aeroporto è la parte simbolica: quella che deve solo essere annunciata.
Ma il colpo decisivo lo dà il territorio nel suo insieme. Perché quei venti ettari non sono soli. Nella stessa Piana di Rosia, nello stesso Comune di Sovicille, è in valutazione un impianto agrivoltaico da duecentotrentotto ettari, contro il quale si sono mobilitate le associazioni e la Coldiretti; e ci sono altri progetti fotovoltaici e a biomasse per una trentina di ettari ancora. Sommando, si superano i duecentocinquanta ettari — due chilometri quadrati e mezzo — di trasformazione su un unico comune. Ecco che cosa significa, in carne e ossa, il principio di non concentrazione che la proposta di legge regionale sulle aree idonee sta per introdurre insieme alla valutazione dell’effetto cumulativo. Non è un’astrazione normativa: è il caso Sovicille, fotografato. E si capisce benissimo perché qualcuno abbia fretta di bandire prima che la legge entri in vigore.
È questo il cuore politico della faccenda. Il bando dovrebbe uscire entro settembre; la proposta di legge — che introduce il riparto dell’obiettivo fra i Comuni, le compensazioni territoriali, la non concentrazione — è all’esame del Consiglio regionale in queste settimane. Non si corre perché il progetto sia maturo. Si corre perché il progetto è nudo, e perché fra tre mesi ci sarà una norma che chiederà conto dell’effetto cumulativo su un territorio già caricato oltre misura. Chi ha fretta, di solito, ha una ragione per averla; e quando la ragione non si dice, la si può ragionevolmente immaginare.
Va aggiunto ciò che i protagonisti hanno meno voglia di sentirsi dire. Quando la Toscana provò a subordinare per legge l’autorizzazione unica del fotovoltaico a terra all’intesa con il Comune, la Corte costituzionale bocciò la norma: le Regioni non possono restringere la localizzazione rispetto alla disciplina statale. Ma il fatto che la legge non possa imporre l’intesa non significa che l’intesa non si possa fare. Nessuna sentenza vieta a un proponente di sedersi al tavolo con un Comune. Nessun articolo di codice proibisce di mostrare a una comunità il progetto che le si costruirà addosso. Nessun vincolo costituzionale impedisce di negoziare mitigazioni, compensazioni, destinazione dei ricavi, una comunità energetica vera invece che evocata. Ciò che il diritto non obbliga, la politica può scegliere. E quando la politica sceglie di non farlo — quando preferisce la scorciatoia della potestà statale al tempo lungo del consenso — non sta esercitando una prerogativa: sta ammettendo di non avere argomenti. Un intervento concordato è più lento e infinitamente più solido, perché nasce con il Comune dentro e dunque non nasce con un ricorso già scritto. Un intervento imposto è rapido soltanto sulla carta: il conflitto che risparmia oggi lo paga domani, con gli interessi, davanti a un giudice.
Sovicille, del resto, non è stata invitata nemmeno alla conferenza stampa in cui si annunciava che cosa sarebbe stato costruito sul suo territorio. Il sindaco Gugliotti lo ha detto, e nessuno lo ha smentito. Poi ha dovuto chiedere un’audizione in Regione per farsi ascoltare da qualcuno. L’Enac proclama che la rete nascerà «con il coinvolgimento delle comunità locali»: a Sovicille non è stato mostrato nulla. Si è parlato con lo staff senese di un partito e la pratica è stata considerata chiusa. Ecco che cosa significa, oggi, coinvolgere una comunità: avvertire i propri. Trattare un’amministrazione come una comparsa nel proprio film è un errore politico; trattarla come un dettaglio procedurale è la convinzione, ben più grave, che il consenso sia un adempimento e non un fondamento. E poiché la Corte ha tolto ai Comuni l’arma dell’intesa obbligatoria, restava la cortesia. Non hanno usato nemmeno quella.
Sopra tutto galleggia la parola. Regional Air Mobility: basta la sigla e il dispositivo si mette in moto da solo. Un termine nuovo, che ha il pregio di non significare ancora nulla e dunque di poter significare tutto — connettività, competitività, centralità dei territori, riscatto degli scali minori. L’onorevole la pronuncia e attorno a quella parola si dispone all’istante una narrazione compiuta, nella quale Ampugnano risolve i problemi di mobilità dell’intera provincia. Nessuno ne chiede i numeri, perché la parola è il numero. Poi si taglia un nastro a Roma Urbe, con le foto di gruppo e i ringraziamenti solenni al presidente Di Palma, all’ingegner Trombetti, al ministro. La standing ovation precede l’opera: è anzi, al momento, l’unica opera esistente. Salvo che l’Enac aveva già preso in mano la gestione degli aeroporti demaniali minori tramite la propria società in house, e già programmato circa trecento milioni sull’aviazione generale, prima che chiunque a Siena si accorgesse dell’esistenza di Ampugnano. Rivendicare come conquista politica ciò che stava già in un piano industriale è la forma più economica di rilancio: non costa nulla, non impegna nulla, produce titoli. Ed è moneta che si svaluta al primo controllo dei documenti — controllo che, si noti, hanno fatto le associazioni e non le istituzioni. Il che dice tutto sullo stato della discussione pubblica senese: il dissenso è rimasto l’ultimo luogo in cui sopravvive l’istruttoria.
Sono contrario, dunque, e non per pregiudizio verso le rinnovabili: chi amministra territori che producono energia sa quanto costi produrla e quanto poco renda produrla senza contropartite. Sono contrario perché questo progetto rovescia la gerarchia delle cose. Un’infrastruttura dovrebbe seguire un’economia, non inventarla. Una politica energetica dovrebbe negoziare con i territori, non sorprenderli. Trentaquattro milioni, in una provincia dove mancano i treni, le strade e i collegamenti quotidiani, dovrebbero almeno spiegare perché finiscano lì e non dove i senesi si muovono davvero.
E resta quel numero. Trentuno virgola cinque gigawattora da quindici virgola cinque megawatt, sotto il cielo di Siena. Non esistono. Non è un’opinione, non è dietrologia, non è ostruzionismo: è una divisione che chiunque può rifare in trenta secondi. Se l’Enac ha ragione, ce lo dimostri: pubblichi il piano di produzione, i coefficienti, il prezzo catturato, il conto economico dello scalo. Lo faccia a Sovicille, in consiglio comunale, con le carte sul tavolo. Non è un atto di eroismo: è il minimo sindacale della decenza amministrativa. E se non lo può fare, allora sappiamo già tutto quello che c’era da sapere — perché un progetto che comincia con il sole sbagliato difficilmente finisce con i conti giusti.





