
Congrua o non congrua
12 Luglio 2026
Ventotto milioni di euro per la manutenzione e l’ammodernamento della rete stradale provinciale. La cifra fa titolo, e la cifra è seria. Ma un piano non si valuta dal totale: si valuta dal riparto. E il riparto, nella comunicazione dell’ente, non compare. Le opere nominate valgono poco più di quattro milioni; gli altri ventitré milioni e mezzo non hanno destinazione dichiarata. Il che non significa che non l’abbiano negli atti. Significa che il cittadino non la conosce.
Una domanda, però, precede la tabella: con quale criterio?
Un ente che programma la propria rete viaria opera su tre livelli, e ciascuno lascia una traccia documentale.
Conosce. Dispone di un catasto delle strade e di misurazioni dello stato delle pavimentazioni — regolarità, aderenza, ormaiamento, ammaloramenti — sintetizzate in un indice di condizione. Per le opere d’arte, ha censito i ponti e attribuito la classe di attenzione prevista dalle Linee Guida del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Senza questo, l’ente non sa.
Ordina. Costruisce una graduatoria di priorità pesando parametri noti e standardizzati: traffico, incidentalità e costo sociale del sinistro, tempi di percorrenza, accessibilità ai servizi essenziali, rischio idrogeologico, rilevanza per il sistema produttivo. Senza questo, l’ente sa ma decide arbitrariamente.
Motiva. Redige il programma triennale con l’ordine di priorità argomentato, e per gli interventi maggiori il documento di fattibilità delle alternative progettuali: la dimostrazione che l’opera scelta è stata comparata con le altre possibili. Senza questo, l’ente decide ma non risponde.
Non sono strumenti che si invocano per un territorio. Sono strumenti che la legge già impone. La domanda, dunque, non è se debbano esistere: è se esistano, e se siano pubblici.
Perché è qui che la questione si fa istituzionale, e cessa di essere una controversia locale.
Ogni decisione allocativa è determinata da qualcosa. Se non è determinata da un indice, è determinata da un rapporto di forza. Non esiste un terzo termine. Il vuoto tecnico non produce neutralità: produce sostituzione. Ciò che il criterio non ordina, lo ordina il peso.
E il peso, in una Provincia, ha una forma scritta nella legge. Dalla riforma del 2014 il Presidente non è eletto dai cittadini, ma da sindaci e consiglieri comunali, con voto ponderato sulla popolazione dei comuni. È l’ordinamento, non un’insinuazione. Ne discende che il baricentro decisionale tende a coincidere con il baricentro demografico. Non perché qualcuno lo voglia: perché nulla lo impedisce. Non si imputa a nessuno un’intenzione. Si descrive una gravità — ed è precisamente il fatto che nessuno debba volerla, perché operi, a renderla seria e non risolvibile con una rassicurazione.
La riforma del 2014 non è la causa della sperequazione. È la causa dell’assenza di un contrappeso. Un ente eletto direttamente rispondeva a un corpo elettorale che comprendeva anche chi vive dove non c’è densità. Un ente di secondo grado risponde a un collegio nel quale quella parte non pesa. Il che rende la programmazione per criteri non un’opzione di buona amministrazione, ma l’unico surrogato istituzionale rimasto della rappresentanza soppressa.
Il criterio esplicito, allora, non serve a legare le mani a chi amministra. Serve a restituire voce a chi non ne ha più.
Da qui l’interesse specifico delle aree interne, che non è un interesse di parte. L’Amiata senese non è un territorio assistito: è un territorio che produce. Produce energia elettrica immessa nella rete nazionale, e versa royalties. Produce florovivaismo su scala industriale, legno, castagna, un turismo che è economia e non residuo. Per un distretto produttivo la viabilità non è un servizio ai residenti: è un fattore della produzione, accanto all’energia, alla manodopera, al capitale. E i fattori della produzione, quando vengono meno, non generano disagio: generano fermo. Un asse interrotto d’inverno, un ponte che non regge un mezzo pesante, un tratto chiuso per mesi non sono inconvenienti per chi transita: sono costi che entrano nel bilancio delle imprese e nella tenuta occupazionale di un territorio. Un piano che assegna a un’area produttiva la sola pavimentazione, e altrove i ponti, il varo delle travi, il ripristino strutturale, la programmazione triennale, non compie una scelta di equità opinabile: compie un errore di analisi economica. Tratta un nodo come una coda di rete.
E chi non ha programmato non potrà, quando il fatto accadrà, invocare l’imprevisto. L’imprevisto è ciò che non si poteva sapere. Il degrado di un’arteria è misurabile, e chi ha il dovere di misurarlo non può dichiararsi sorpreso dai suoi effetti. Ciò che si conosce e non si programma non è un rischio: è una scelta differita.
Si chiede pertanto che l’ente esibisca il procedimento.
Il riparto integrale dei ventotto milioni, per comune e per asse viario.
Il catasto delle strade e le misurazioni dello stato delle pavimentazioni; il censimento dei ponti e le classi di attenzione attribuite.
I criteri di priorità adottati, con i pesi assegnati a ciascun parametro; e, per gli interventi strutturali, la comparazione delle alternative.
Non si domanda un’opera. Si domanda un procedimento. Se il procedimento esiste, la discussione si sposta sul merito degli indici, e ogni territorio potrà leggervi la propria posizione: che è tutto ciò che una comunità può legittimamente pretendere. Se il procedimento non esiste, allora l’ente non ha scelto. Ha ratificato una gravità.
Ed è per questo che la richiesta di criteri è l’unica piattaforma sulla quale le aree interne della provincia possono convergere senza spartirsi la scarsità e senza farsi concorrenza tra loro. Dove il peso manca, l’unica alleanza possibile è quella su un principio: mai quella su un’opera.
Si parla di “una precisa scelta di cura e presidio del territorio”. L’espressione va presa sul serio, perché è quella giusta. Scelta implica che qualcosa sia stato preferito a qualcos’altro. Ed è quel qualcos’altro — mai nominato, mai motivato, mai messo in tabella — che si chiede di veder scritto.
Il presidio non è un’immagine retorica. È la differenza tra un territorio che resiste e un territorio che si svuota. E comincia, prima di ogni altra cosa, da una strada percorribile d’inverno.





