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25 Settembre 2026Mario Luzi e Marcello Aitiani, l’immensità dell’attimo: un dialogo tra poesia, musica e pittura di ventidue anni fa
Ci sono documenti che il tempo non invecchia ma rende più necessari. Questo breve video, che Marcello Aitiani ha voluto inviarmi, risale a ventidue anni fa e restituisce un incontro pubblico in cui l’artista presentava un lavoro nato da una poesia di Mario Luzi, L’immensità dell’attimo, alla presenza del poeta stesso. Pochi mesi dopo Luzi se ne sarebbe andato. Quella sera, invece, era lì, ad ascoltare come i suoi versi fossero diventati musica e poi immagine, e a lasciarsi a sua volta riportare indietro, fino alla propria giovinezza.
Il racconto di Aitiani parte da una questione antica e decisiva: che cos’è il tempo rispetto all’eterno. La tradizione greca aveva risposto che il tempo è un’immagine mobile dell’eternità, e Aitiani si ferma sulla parola scelta per dire “immagine”. Il greco ne aveva due. Una indica il simulacro, l’apparenza ingannevole, l’idolo. L’altra, quella usata in quel passaggio, indica l’immagine autentica, l’icona. La differenza non è filologica ma sostanziale: se il tempo è immagine vera dell’eterno, allora anche nel suo scorrere frammentato, negli attimi e nei minuti che si consumano, deve esserci qualcosa di non degradato, qualcosa che partecipa della durata. E quel tempo procede “secondo il numero”, che non è la misura del ragioniere o dell’orologio, ma una numerazione interna, un ritmo. È qui che entra la musica.
La poesia di Luzi, dice Aitiani, lo ha colpito fin dal titolo, perché in quelle tre parole l’attimo e l’immensità coincidono. Ci sono momenti, soprattutto nel silenzio sospeso dell’estate, in cui il tempo sembra fermarsi e l’istante si apre su qualcosa che lo eccede. Da questa intuizione è nato un bisogno quasi fisico di musicare il testo, perché mettere in musica una poesia costringe ad abitarne le pause, i respiri, a entrarvi molto più a fondo di quanto consenta la lettura. Poi, per una natura che da sempre oscilla tra suono, fotografia e pittura, il lavoro si è trasferito sul piano visivo, nella forma tipicamente musicale della variazione sul tema. Ne sono usciti venticinque frammenti, venticinque istanti, che l’artista ha voluto esporre tutti nonostante lo spazio ridotto, perché solo nella serie completa si coglie il rapporto tra l’istante e il flusso. L’immagine che usa è quella del cinema: il film non esiste senza i fotogrammi, e il singolo fotogramma non ha senso fuori dallo scorrere del film. Così l’eterno e il tempo, così la continuità spaziale delle opere che richiama la continuità del tempo vissuto.
Poi prende la parola Luzi, e il discorso cambia registro. Non teorizza, ricorda. Riporta la memoria al 1935, agli anni del suo primo libro, La barca, e a una sensazione che già allora lo aveva attraversato: il tempo che sprofonda o forse si annulla, due emozioni che confessa di non saper distinguere. E colloca quell’esperienza in un paesaggio preciso, la campagna dell’Amiata, quella terra legata alla memoria della madre. Quella sera, dice, ha sentito vibrare di nuovo la stessa cosa, con intensità, anche grazie alla bellezza della musica eseguita dai giovani interpreti.
Per chi vive e lavora su questa montagna, il dettaglio non è secondario. Uno dei maggiori poeti del Novecento riconosce nel paesaggio amiatino il luogo originario di un’esperienza del tempo che attraversa tutta la sua opera, quella sospensione in cui l’attimo si dilata fino a contenere l’intero. È un’eredità che ci riguarda e che spesso dimentichiamo di rivendicare. Il lavoro di Aitiani, con la sua ostinazione a tenere insieme parola, suono e immagine, ci ricorda inoltre che la cultura non procede per compartimenti ma per corrispondenze, e che un verso può diventare musica, poi colore, senza smettere di essere pensiero.
Riproporre oggi questo video significa restituire quel momento nella sua fragilità e nella sua forza: un poeta anziano che ascolta la propria opera trasformata e vi ritrova la sua giovinezza, un artista che interroga il tempo con gli strumenti di più linguaggi, e una domanda che resta aperta per tutti noi, se l’istante che viviamo sia soltanto perdita o anche, in qualche misura, immagine autentica dell’eterno.
N.B. La madre di Mario Luzi, Margherita Papini, era di Samprugnano, l’antico nome di Semproniano, nella Maremma grossetana, alle pendici meridionali dell’Amiata. Il poeta vi trascorse periodi dell’infanzia e il paese torna più volte nella sua opera come luogo degli affetti e della memoria materna.





