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Quella volta che ai Parioli dissi che mio padre era comunista
di Pierluigi Piccini
Ho fotografato la poltrona stamattina, con il telefono, nella luce bianca che entra dalla finestra e che rende tutto un po’ più pulito di quanto sia. L’ho fotografata perché volevo scrivere di lei, e mi sono accorto che per scrivere di un oggetto che hai davanti agli occhi da settant’anni hai bisogno di guardarlo come se fosse di un altro. È un trucco che conosco, e so anche che è un modo per prendere le distanze da quello che viene dopo. Perché non è della poltrona che voglio scrivere, o non solo. Lo dico subito, così il lettore non pensa che lo stia prendendo in giro con una storia d’arredamento.
Dunque, la poltrona. È in un angolo, tra una pianta dalle foglie lucide e una lampada sottile, su un tappeto che non ha niente a che fare con lei. La stoffa è a rombi, fiori e foglie in rosso, blu, giallo, con un filo verde che corre lungo i bordi. Il filo verde è l’unica cosa che resta del suo primo vestito, e non so se l’artigiano di Poggibonsi che l’ha rifoderata l’abbia scelto per memoria o per caso. Mi piacerebbe pensare per memoria. Probabilmente era caso. Ho passato una parte della mia vita a preferire la versione che mi piaceva di più, e un’altra parte a correggermi, e credo di essere arrivato a un’età in cui le due parti si equivalgono.
Lo stile, direi anni quaranta. Non ne sono certo e non ho voluto verificare. Avrei potuto: esistono cataloghi, esperti, forum dove gente appassionata identifica un bracciolo come io riconoscerei un frammento di Parmenide. Non l’ho fatto, e mi chiedo perché. Credo che datarla con esattezza l’avrebbe trasformata in un mobile d’epoca, cioè in qualcosa che ha un valore, e il valore è precisamente ciò che questa storia non deve avere.
Ai miei genitori la regalò la signora Diomedi. Scrivo questo nome e mi rendo conto di non sapere nient’altro di lei. Non so che età avesse, se fosse un’amica di mia madre o una conoscenza di mio padre, se la poltrona fosse un gesto di affetto o il modo più elegante di liberarsi di un ingombro. Non l’ho mai chiesto, e adesso non c’è più nessuno a cui chiederlo. Questa è la cosa più ordinaria del mondo e, ogni volta che me ne accorgo, la più sconvolgente: le domande hanno una scadenza, e noi ce ne accorgiamo sempre dopo.
La poltrona stava in camera da letto. Poco dopo, accanto, arrivò la televisione. Era appena uscita, una specie di mobile di legno scuro, enorme, con uno schermo che oggi farei fatica a chiamare schermo. A me sembrava grandissimo. Ricordo perfettamente questa sensazione di grandezza e so che è falsa, e trovo interessante che la memoria conservi con tanta fedeltà un errore di misura. Forse è questo che conserva meglio: non le cose, ma la sproporzione tra le cose e noi.
Sulla poltrona ho passato ore. Il pomeriggio, soprattutto. Non avevo molti compagni di gioco, e così la poltrona diventava quello che mi serviva. Una macchina da corsa, all’inizio. Poi un aereo, e non un aereo qualsiasi, ma il G91, il caccia italiano che vedevo nelle fotografie e che era per me la forma perfetta di una cosa che vola. Non saprei dire perché proprio quello. Se dovessi inventare una ragione direi che era italiano, e che un bambino di quegli anni aveva bisogno di credere che il suo paese sapesse ancora fare qualcosa di bello e di veloce. Ma sarebbe una ragione da adulto messa in bocca a un bambino, e cerco di non farlo troppo spesso.
Abitavamo ai Parioli in un sottoscala. Chi conosce Roma sa cosa significa, e chi non la conosce può immaginarlo: un quartiere di palazzine eleganti, di portieri, di famiglie che contano o credono di contare. Negli anni cinquanta e sessanta i bambini erano pochi, e la divisione di classe era altissima, durissima, più di quanto oggi si riesca a spiegare senza sembrare esagerati. Io non la capivo. Non avevo le parole. Ma la sentivo, come si sente una corrente d’aria senza sapere da quale finestra arrivi. Mi infastidiva, soprattutto a scuola.
La scuola era la Grazioli Lante della Rovere. Le elementari dei figli di Mussolini, si diceva, e lo si diceva con un tono che allora non sapevo decifrare e che adesso decifro fin troppo bene. Le custodi portavano i guanti bianchi. Di tutto quello che ho vissuto in quella scuola è l’immagine più nitida: mani bianche che aprono porte, mani bianche che accompagnano, mani che non devono sporcarsi. Se dovessi scegliere un’immagine sola per spiegare a qualcuno cosa fosse l’Italia di quel quartiere in quegli anni, sceglierei quei guanti.
In via Tevere incontravo spesso Gino Cervi. Lo scrivo e mi sento un po’ ridicolo, come chi fa cadere un nome famoso durante una cena. Ma è vero, e per un bambino era come incontrare qualcuno uscito dalla scatola di legno in camera da letto. Incontravo anche i fratelli Veltroni, alunni dei guanti bianchi come me. Abitavano in via Savoia e avevano un padre conosciuto, che aveva lavorato nientemeno che alla Rai. Ricordo l’effetto che mi faceva questa frase, alla Rai, e credo di averla invidiata. Non la ricchezza, che non c’entrava. Invidiavo un padre di cui si potesse dire ad alta voce che cosa faceva.
Perché il mio, di padre, aveva qualcosa che non si poteva dire.
Questo è il punto verso cui tutto il racconto andava, e l’ho rimandato finché ho potuto. Un giorno, giocando con quei pochissimi bambini che frequentavo, dissi che mio padre era comunista. Non ricordo le circostanze. Non ricordo se fu una sfida, una vanteria, una risposta a qualcuno che si era vantato a sua volta. Ricordo invece benissimo quello che successe dopo, quando mio padre lo venne a sapere. Me le dette di santa ragione. È l’espressione che si usava, e la trovo più esatta di qualsiasi altra.
Si rischiava il lavoro. Questo l’ho capito molto più tardi, e capirlo non ha cancellato niente, ha solo aggiunto qualcosa. Ha aggiunto un uomo spaventato accanto all’uomo che picchiava. Ho pensato a lungo, negli anni, a che cosa dovesse provare lui in quel momento. Aveva un’idea, ci credeva, e doveva nasconderla in un quartiere dove quell’idea era un marchio. E suo figlio, con la leggerezza feroce dei bambini, l’aveva gridata in cortile. Non so se picchiandomi punisse me o sé stesso. Probabilmente non lo sapeva nemmeno lui. So che io, quel giorno, ho imparato che la verità ha un prezzo e che a pagarlo non è sempre chi la dice.
Mi rendo conto che potrei trasformare questo episodio in una piccola parabola politica, e che sarebbe facile, e anche un po’ disonesto. Il bambino innocente, il padre costretto al silenzio, la borghesia dei guanti bianchi che schiaccia tutti e due. È vero, ma non è tutto. C’è anche un bambino che voleva essere importante come i fratelli con il padre alla Rai, e che ha usato il segreto del suo come si usa una carta da gioco. Non me lo sono mai perdonato del tutto, e forse è per questo che ne scrivo solo adesso.
La poltrona era il rifugio. Lo era, ma non bastava. È una cosa che si impara presto e si dimentica in fretta: nessun rifugio basta, e i braccioli non proteggono da quello che succede fuori dalla stanza.
Adesso è qui, con il suo vestito nuovo, e ha l’aria di chi sa di avere tempo. Mi guarda, e so che attribuirle uno sguardo è sentimentalismo, ma lascio la frase perché è quello che provo. Mi guarda convinta che non la tradirò, e che dopo di me qualcun altro ci si siederà. Ha ragione. Gli oggetti ci superano, ed è una cosa ingiusta che nessuno ha mai provato a correggere. Qualcuno leggerà su questa poltrona, ci si addormenterà, ci farà forse volare un G91 immaginario, senza sapere niente della signora Diomedi, della televisione enorme, dei guanti bianchi, di mio padre.
Ma questo lo so io. I racconti restano nostri. Non perché siano esatti, e questo non lo è, l’ho detto dall’inizio. Restano nostri perché siamo i soli a sapere dove abbiamo mentito, dove abbiamo taciuto, e perché.
N.B. Avevo finito quando ho mandato queste pagine a mio fratello. Lo faccio sempre con le cose di famiglia, sperando che mi risponda che va bene così. Mi ha risposto con un messaggio scritto di getto, come scrive lui: “Va ricordato l’amicizia che il Babbo aveva col professor Montini nipote di Paolo Sesto che riguardo al fatto che il Babbo fosse comunista per lui non significasse nulla perché contava la persona.” La mamma gli stirava le camicie, aggiunge. E lì abbiamo incontrato spesso il cardinale.
Devo dire che la prima cosa che ho pensato è che il nipote di un papa faceva un bell’effetto. Poche righe sopra mi vergognavo di Gino Cervi. Lo segnalo e vado avanti.
Poi mi è tornato qualcosa. Mia madre andava a stirare a casa del professore, e qualche volta andavo con lei. Era in via Salaria, davanti al bar che io chiamavo Lamanna. Cercandolo adesso ho scoperto che si chiama Della Manna e che è ancora lì, dal 1923. La casa non so quale fosse. Del professore non so il nome, né cosa insegnasse.
Mio fratello cerca una fotografia di noi insieme e mi chiede se me la ricordo. Non la trova. Io non me la ricordo. Per un momento ho avuto voglia di dirgli di sì.
Il racconto resta quello che è. Solo che adesso so che mio padre, da qualche parte, poteva non avere paura. E che mia madre ci andava a stirare.





