
La mattina della Tratta nelle contrade: la storia dei ragazzi di via del Poggio e i riti che fanno il Palio
30 Settembre 2026
di Pierluigi Piccini
Per ottocento anni ho lasciato in pace san Francesco, e lui ha lasciato in pace me. Mi decido a scriverne adesso, nell’anniversario della sua morte, come tutti, e non ne vado fiero. Ho aperto le fonti francescane una sera, sul divano, con il caffè doppio che si raffreddava accanto a me, e al paragrafo sedici della prima vita scritta da Tommaso da Celano mi è successa una cosa che non mi aspettavo: ho riso. Non per disprezzo. Come si ride quando qualcuno che ammiriamo fa una cosa così fuori misura che non sappiamo se sia sublime o ridicola.
Un ragazzo di venticinque anni, figlio del più ricco mercante di stoffe di Assisi, si è appena spogliato nudo in piazza davanti al vescovo e ha restituito i vestiti al padre. Oggi lo filmerebbero con i telefoni e qualcuno parlerebbe di crisi psicotica. Lui invece se ne va nei boschi. E canta. In francese.
È su questo francese che mi sono incagliato. Era la lingua del padre, delle fiere della Champagne dove Pietro di Bernardone comprava i panni, e si dice che il nome Francesco glielo abbia dato proprio lui, come si porta a casa un souvenir. Era anche la lingua delle canzoni cavalleresche che il ragazzo cantava ubriaco per i vicoli. Io ho fatto la mia autoanalisi sulle pagine della Recherche, e se ne sono uscito con una certezza, è questa: ci portiamo addosso nostro padre soprattutto dove crediamo di essercene liberati.
Nel bosco lo fermano i briganti. Gli chiedono chi è. Lui risponde: sono l’araldo del gran Re. E aggiunge: che ve ne importa? È la risposta di un ragazzo viziato, e il biografo, che voleva un santo senza macchia, avrebbe potuto toglierla. Non l’ha fatto. C’è una regola che ho imparato dagli storici: quando un agiografo racconta qualcosa che lo imbarazza, probabilmente è vero. Lo picchiano, lo buttano in una fossa piena di neve e se ne vanno ridendo, chiamandolo rozzo araldo di Dio. Lo deridono con le sue stesse parole, come i soldati deridevano con il titolo di re un altro condannato, in un cortile di Gerusalemme. Non sanno di avergli dato il suo nome definitivo.
Tommaso ha fretta. Scrive che Francesco si scuote la neve di dosso, salta fuori e riprende a cantare più forte di prima. Io invece vorrei sapere dei minuti passati sul fondo, con la faccia nel ghiaccio e il fianco che fa male, perché ho il sospetto che la vera spogliazione avvenga lì, e non in piazza. In piazza c’era un pubblico: il vescovo, il padre, la città intera. Spogliarsi davanti a tutti era ancora un gesto rivolto al padre, contro di lui ma per lui. La prova è che da quella piazza Francesco se ne va nudo ma con la lingua del padre in bocca. Ha restituito i vestiti, non la voce. Per questo, quando entra nel bosco, non è ancora libero. Nella fossa, invece, non c’è nessuno. C’è un uomo solo, impotente, povero davvero per la prima volta. È lì che avviene il vero parricidio, silenzioso, senza testimoni, in cui il padre non viene più sfidato ma smette di essere la misura di tutto. Quando il canto riprende, la lingua è la stessa, ma non è più la sua. La lingua del padre sopravvive al padre, e adesso canta un altro Re.
Vorrei sapere se in quei minuti ha pensato: ho sbagliato tutto. Io l’avrei pensato. Lo penso per molto meno, quando mi sveglio alle quattro del mattino con quel peso sul petto che conosco bene. La fede che non ha mai dubitato non mi basta. Se Francesco nella fossa non ha dubitato, è un’icona, e le icone mi commuovono, ma restano dall’altra parte dell’oro. Se ha dubitato, ed è uscito cantando, allora è accaduto qualcosa che mi riguarda.
Tommaso sapeva benissimo cosa stava raccontando. Le percosse sono la flagellazione. La fossa è il sepolcro. E quell’uomo che si scuote la neve di dosso e si rialza cantando è un risorto. È la Passione intera, in piccolo, recitata in un bosco da un ragazzo che non ha ancora capito cosa gli stia succedendo. E un pensiero non mi lascia: forse la resurrezione non accade una volta sola, alla fine di tutto. Forse quella triade, essere colpiti, essere sepolti, rialzarsi, è il ritmo stesso delle nostre vite, e si ripete molte volte, a volte in una sola giornata. Una parola che ci atterra la mattina, un pomeriggio sul fondo, e la sera ci ritroviamo in piedi con un po’ di neve ancora addosso. Non la chiamiamo resurrezione perché ci sembrerebbe presuntuoso. Ma io credo che lo sia, nella misura minuscola che ci è concessa.
Quando chiudo il libro, nella fossa non c’è più Francesco. C’è l’umanità, con tutti i suoi limiti. Chi vorrebbe uscire e non può, chi non sa come si fa, chi lo sa ma non ne ha il coraggio. Chi ha un mutuo e un lavoro che non lascerà, chi si spoglia di qualcosa ogni tanto e poi si riveste in fretta perché fa freddo. Non la giudico, le voglio bene, perché è la mia. Ma capisco perché ha bisogno di un santo. Non per imitarlo, quasi nessuno lo farà. Ne ha bisogno perché qualcuno, una volta, si è rialzato da quella fossa cantando, e da allora sappiamo che è possibile. Poi si può tornare a casa, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola, con quella certezza cucita nella fodera come una moneta. Forse la santità serve a questo: a permettere a tutti gli altri di restare quello che sono, senza smettere del tutto di sperare.





