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3 Ottobre 2026Non basta lo sviluppo, serve l’innovazione: l’Amiata come laboratorio per uscire dalla crisi del lavoro senese
di Pierluigi Piccini
Dal tavolo interistituzionale sul lavoro è nata a Siena una piattaforma provinciale aperta alle istituzioni e alle associazioni di categoria per rilanciare il tessuto industriale. Si è parlato di vertenze, cassa integrazione, ricollocamenti, del Monte dei Paschi e di Beko. Tutto necessario, ma una parola non è mai comparsa: innovazione. È un’assenza che pesa, perché rivela un’idea dell’economia come qualcosa da difendere e ripristinare. I millecinquecento posti di lavoro perduti e l’aumento del 322 per cento delle ore di cassa integrazione dicono invece che un modo di produrre, e insieme un modo di vivere, è arrivato al suo limite.
La piattaforma vale per ciò che ci si mette sopra. Se resta uno strumento per accompagnare le crisi sarà un presidio utile e niente di più; se diventa il luogo in cui si decide quale società costruire, può cambiare davvero le cose. Lo sviluppo si chiede come creare più posti di lavoro, l’innovazione quale lavoro, per chi, dentro quale idea di vita. Il lavoro non è solo reddito: è il modo in cui si abita il tempo e si costruiscono relazioni, e quando si perde se ne va un posto nel mondo.
Le domande riguardano tutti, in città come nei paesi. Come tenere insieme lavoro e cura, come invecchiare senza restare soli, come convincere un giovane che restare non è una sconfitta, in una Siena che perde residenti come nelle valli che si svuotano, come consumare meno senza vivere peggio. È una domanda di senso prima che di reddito, e un’economia che non la ascolta produce lavoro povero e vite insoddisfatte. Lavorare, abitare e stare insieme sono un’unica questione.
L’Amiata è il luogo dove tutto questo si vede con più chiarezza e dove può nascere un laboratorio. Per decenni la geotermia è stata vissuta come una servitù, una risorsa estratta qui e consumata altrove. Oggi il calore può essere usato a cascata, per le serre, le lavorazioni, il riscaldamento delle case, per filiere ancora da inventare. Accanto ci sono manifatture che hanno resistito, saperi artigiani, agricoltura, boschi, comunità che conservano legami che altrove si sono sciolti. Messi in relazione, questi elementi mostrano che un altro modo di produrre e di vivere è possibile, e offrono un’indicazione all’intera provincia.
Qui sostenibilità, nuove tecnologie e ambiente procedono insieme. Le tecnologie permettono di usare le risorse senza esaurirle, semplificano i processi avvicinando cittadini e istituzioni, rendono possibile il controllo del territorio: aria, acque, emissioni, boschi e versanti misurati con precisione e resi pubblici. Dove il confronto ambientale si è giocato tra paure e rassicurazioni, i dati aperti sostituiscono il sospetto con la conoscenza.
Nulla però avviene spontaneamente. Lasciata al mercato, l’innovazione può valorizzare un luogo o sfruttarlo, redistribuire valore o portarlo via, perfino accentuare le disuguaglianze. Il pubblico deve farsi garante della trasparenza e dell’equità, perché i benefici ricadano su chi abita e lavora in quei luoghi. Questo chiede di superare la frammentazione che separa energia, urbanistica, servizi sociali e formazione, e i confini tra Comuni, tra città e campagna, dentro un disegno che risponda a una sola domanda: che vita vogliamo rendere possibile?
Il protocollo ha messo allo stesso tavolo sindacati e istituzioni, e non è poco. Ora bisogna passare dalla gestione delle crisi alla costruzione delle condizioni perché non si ripetano, intendendo l’innovazione non come una tecnica ma come un modo diverso di stare al mondo. Servono amministrazioni che propongano invece di aspettare e comunità che non vedano nel nuovo una minaccia, perché ciò che si conserva soltanto si svuota. Il lavoro del futuro non si recupera, si inventa. E per inventarlo bisogna avere il coraggio di immaginare anche come vogliamo vivere.





