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4 Ottobre 2026Dall’inedito alla schiuma del caffè: una settimana di letture tra libri rubati, mostri, sogni e il centenario di Coltrane
Ci sono settimane in cui le letture, senza che nessuno lo abbia deciso, finiscono per parlarsi tra loro. Quella che va dal 28 settembre al 2 ottobre ha messo in fila, sulle riviste culturali italiane, un’indagine su un enigma, una riflessione sulla biblioteca come luogo del desiderio, la storia di un furto di manoscritti che evidentemente non si è chiusa, un ragionamento sulla facilità con cui si disegnano i mostri e un’incursione nel sonno come fucina delle idee. Sullo sfondo, il centenario di John Coltrane, con le registrazioni inedite che riemergono dagli archivi e, quasi a fare da controcanto grottesco, una catena americana di caffetterie che battezza col suo nome una bevanda fredda e schiumosa. Messe insieme, queste notizie compongono una piccola fenomenologia del rapporto che intratteniamo con ciò che non è ancora stato detto, e con la tentazione di possederlo prima che parli.
Il punto di partenza può essere la sfinge, figura che ritorna nel titolo del pezzo di Renzo Guolo sul Tascabile. Guolo, sociologo che da anni lavora sulla storia dell’etnologia francese tra le due guerre e sulle sue compromissioni con le politiche coloniali, ha mostrato come lo sguardo sull’altro non sia mai neutro: chi interroga una cultura lontana porta con sé domande già formate, interessi di potere, il bisogno di trovare conferme. La sfinge è il simbolo perfetto di questa ambiguità. Pone una domanda, ma la risposta che pretende riguarda chi la riceve, non chi la formula. Interrogarla significa accettare di essere interrogati, e qui sta la differenza tra conoscenza e conquista. Lo studioso che va verso l’altro per misurarlo, catalogarlo, magari per dimostrarne l’arretratezza e giustificarne l’occupazione, ha già risolto l’enigma prima di porselo. Ed è proprio questa scorciatoia che il lavoro storico serio smonta.
Da qui il passaggio alla biblioteca come harem, immagine proposta da minimaetmoralia, è meno arbitrario di quanto sembri. La biblioteca privata, accumulata nel tempo, è anche un dispositivo di possesso: libri raccolti, ordinati, custoditi, spesso non letti, che stanno lì a testimoniare un desiderio più che un sapere. C’è una modalità intellettuale del desiderio che somiglia al collezionismo, e che ha qualcosa di inquietante perché confonde l’avere con il conoscere. Chi ha passato la vita tra gli scaffali sa quanto sia sottile il confine tra l’amore per i testi e la volontà di trattenerli, di sottrarli alla circolazione, di farne una proprietà esclusiva. La parola harem, con tutto il suo carico di esotismo e di dominio, rimanda curiosamente proprio a quel tipo di sguardo orientalista che la sfinge di Guolo invita a mettere in discussione.
E infatti il desiderio di possedere il testo prima che sia di tutti può diventare reato. Il Post torna a raccontare di un ladro di manoscritti, e il pensiero va inevitabilmente alla vicenda che qualche anno fa scosse l’editoria internazionale, quando un dipendente italiano di una grande casa editrice fu scoperto a sottrarre con raggiri via mail centinaia di romanzi inediti, senza mai venderli, senza ricavarne un guadagno apparente. Il fatto che il fenomeno non sia finito dice qualcosa che va oltre la cronaca. Il furto dell’inedito non ha una logica economica: è il desiderio puro di leggere per primi, di avere ciò che gli altri non hanno ancora, di entrare nella stanza chiusa. È la biblioteca come harem portata alle estreme conseguenze, il collezionismo che diventa ossessione e infine illegalità.
Doppiozero, intanto, ricorda che disegnare mostri è facile. È un’osservazione che vale per l’arte figurativa ma anche per la politica e per la cultura. Il mostro si costruisce per accumulo, aggiungendo zanne, artigli, deformità: basta esagerare ciò che temiamo. Molto più difficile è disegnare un volto umano qualunque, con la sua irregolarità sobria, con la sua ambiguità. E qui il cerchio si chiude con la sfinge, che nella mitologia è appunto un mostro, una creatura composita. Ma il vero mostro, spesso, è quello che l’osservatore proietta: lo straniero rappresentato come barbaro, l’avversario ridotto a caricatura, il diverso trasformato in minaccia. La facilità del mostro è la facilità del pregiudizio, che non chiede fatica perché conferma ciò che già si pensava.
Lucrezio, la rivista di divulgazione scientifica, sposta il discorso su un terreno apparentemente lontano, quello del sonno come accensione delle idee. Le ricerche sul modo in cui il cervello rielabora nel riposo ciò che ha appreso durante la veglia confermano un’intuizione antica: la soluzione a un problema arriva spesso quando si smette di cercarla. C’è una sapienza dell’abbandono che le culture contemplative conoscono da sempre, e che la nostra civiltà della prestazione tende a dimenticare. Il sonno è il contrario del possesso. Non si può costringere un’idea a nascere, così come non si può obbligare un testo a rivelarsi o un’altra cultura a lasciarsi comprendere. Bisogna lasciare spazio, sospendere la presa. Tutte le figure della settimana, il colonizzatore che interroga la sfinge, il collezionista che accumula libri, il ladro che sottrae manoscritti, il disegnatore che si accontenta del mostro, condividono invece l’incapacità di lasciare andare.
Ed eccoci a Coltrane, nato il 23 settembre del 1926, morto a quarant’anni nel 1967. Il centenario ha portato alla luce, tra le altre cose, le cosiddette Tiberi Tapes, registrazioni dal vivo realizzate tra il 1961 e il 1965 da un musicista, Frank Tiberi, che girava per i club di New York e Philadelphia con un registratore e la consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di irripetibile. Per decenni sono state materia di leggenda tra gli appassionati, ora vengono pubblicate ufficialmente. Il Guardian si chiede che cosa possano dirci sul grande ribelle del jazz, e la risposta più onesta è forse questa: ci restituiscono Coltrane nel momento in cui cercava, non in quello in cui aveva trovato. Il disco in studio è un approdo, il nastro di un club è un processo, con i suoi errori, le sue ripetizioni, gli slanci che si interrompono. Coltrane passò la vita a cercare di andare oltre ciò che aveva già suonato, e queste registrazioni sono la testimonianza di quella ricerca nel suo farsi, davanti a un pubblico, notte dopo notte.
C’è però anche un’altra forma di inedito che il centenario ci consegna, ed è meno nobile. Una catena americana di caffetterie ha lanciato una bevanda chiamata Coltrane Cold Foam, annunciandola con un post su Instagram. Non c’è bisogno di indignarsi troppo: il mercato da sempre si nutre dei nomi che hanno un’aura, e il jazz non fa eccezione. Ma il contrasto è istruttivo. Da una parte il nastro grezzo, la musica che si cerca, l’urgenza spirituale di un uomo che intitolava i suoi dischi alla compassione e all’amore. Dall’altra la schiuma fredda, che per definizione è aria montata, consistenza senza sostanza, dolcezza che si scioglie in pochi minuti. È lo stesso gesto del disegnatore di mostri, rovesciato: invece di deformare l’altro per renderlo minaccioso, lo si addomestica per renderlo consumabile. In entrambi i casi l’enigma viene eliminato.
Forse è questo il filo che tiene insieme una settimana di letture così diverse. Il rapporto con ciò che è inedito, con ciò che ancora non si è dato del tutto, si gioca sempre tra due tentazioni opposte e complementari: possederlo o banalizzarlo, chiuderlo in una stanza o scioglierlo nella schiuma. La terza via, più difficile, è quella che chiede di ascoltare. Ascoltare la domanda della sfinge senza pretendere di averla già risolta, leggere i libri invece di collezionarli, aspettare che l’idea arrivi nel sonno, rimettere su un nastro di Coltrane e lasciare che sia lui a parlare, con tutte le sue esitazioni. Non è poco, in un tempo che ha fretta di tutto.





