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4 Ottobre 2026Londra e Oxford, l’autunno delle mostre inglesi: gli anni Novanta, Afrodite, i labirinti di Mike Nelson e la Costa Azzurra dipinta
C’è qualcosa di rivelatore nel modo in cui un paese sceglie di raccontarsi attraverso le sue mostre, e l’autunno inglese di quest’anno offre un piccolo campionario di memorie, nostalgie e inquietudini che vale la pena guardare insieme. A Londra la Tate Britain apre l’8 ottobre, fino al 14 febbraio, The 90s: Art and Fashion, una rilettura del decennio di fine secolo che mette la moda accanto all’arte. È il ritorno a quella stagione in cui la Gran Bretagna si credeva “cool”, come recitava lo slogan di allora, la Cool Britannia del New Labour nascente, del Britpop, degli artisti giovani e provocatori che facevano della scandalo un linguaggio e della galleria un palcoscenico. Accostare la moda all’arte non è un capriccio curatoriale: in quegli anni i confini si erano davvero assottigliati, gli stilisti lavoravano come performer e gli artisti come marchi, e la città intera sembrava convinta di poter vendere al mondo la propria irriverenza. Guardarla oggi, dopo la Brexit e dopo la lunga crisi che ha smontato quell’ottimismo, significa misurare la distanza tra un’immagine di sé e la realtà che l’ha seguita. La nostalgia, in questo caso, è anche un esame di coscienza.
Se Londra guarda indietro di trent’anni, Oxford guarda indietro di millenni. All’Ashmolean Museum, dall’8 ottobre all’11 aprile, Aphrodite: The Making of a Goddess segue la dea dell’amore e del desiderio, la Venere dei latini, nel suo continuo ritorno sulla conchiglia, da Botticelli fino a Michelangelo Pistoletto. Il titolo dice già l’essenziale: una dea non nasce, si costruisce. Ogni epoca ha rifatto Afrodite a propria misura, caricandola di ciò che temeva e di ciò che desiderava, e la presenza di Pistoletto, l’artista che ha messo una Venere classica davanti a un cumulo di stracci, suggerisce che la mostra non si limiti a celebrare la bellezza ma ne interroghi il consumo, lo scarto, la ripetizione. L’immagine della dea come costruzione culturale tiene insieme il Rinascimento e il presente in un’unica domanda su cosa intendiamo per desiderio.
Sempre a Oxford, a Modern Art Oxford, dal 3 ottobre all’11 aprile, Mike Nelson presenta Double Negative (The Clown), l’ennesima installazione di uno scultore che da anni costruisce labirinti urbani in cui il visitatore entra e si perde. Le sue opere sono ambienti più che oggetti, stanze che sembrano abbandonate da qualcuno appena uscito, corridoi che non portano dove ci si aspetta, e lasciano addosso un senso di spaesamento che è difficile scrollarsi. Il clown del titolo aggiunge una nota ambigua, quella figura che diverte e insieme inquieta, perfetta per un artista che lavora sul confine tra il familiare e il minaccioso. È il contrappunto più duro di questa stagione: dove la Tate ricorda un paese che si piaceva, Nelson mostra le stanze vuote che restano quando la festa è finita.
E poi c’è la Royal Academy, dove fino al 31 gennaio è aperta Painting the French Riviera. Qui i nomi sono enormi, Cézanne, Picasso, Matisse, e i capolavori non mancano, ma il giudizio della critica è severo: un percorso faticoso, una lunga marcia in cui la luce del Mediterraneo, che dovrebbe essere il cuore della mostra, sembra rimanere lontana, come una spiaggia che non si raggiunge mai. È un rischio che corrono spesso le grandi esposizioni tematiche costruite sui nomi celebri: la somma delle opere non fa un racconto, e il visitatore esce con la sensazione di aver visto molto e capito poco.
Messe insieme, queste quattro mostre dicono qualcosa sullo stato della cultura espositiva inglese. Da una parte la tentazione della nostalgia e del grande nome, il decennio da rivivere e la Costa Azzurra da contemplare; dall’altra la capacità, ancora viva, di usare il museo per porre domande, sulla costruzione del mito come ad Oxford con Afrodite, o sullo spaesamento contemporaneo come nei labirinti di Nelson. La differenza tra una mostra che consola e una che inquieta è forse la stessa che passa tra un paese che si guarda allo specchio e uno che prova davvero a capirsi.
o della cultura espositiva inglese. Da una parte la tentazione della nostalgia e del grande nome, il decennio da rivivere e la Costa Azzurra da contemplare; dall’altra la capacità, ancora viva, di usare il museo per porre domande, sulla costruzione del mito come ad Oxford con Afrodite, o sullo spaesamento contemporaneo come nei labirinti di Nelson. La differenza tra una mostra che consola e una che inquieta è forse la stessa che passa tra un paese che si guarda allo specchio e uno che prova davvero a capirsi.





