
Per un’economia circolare vera: lo scarto è un’invenzione umana, e capirne l’origine spetta alla filosofia prima che alla scienza
3 Ottobre 2026IL COMÒ
Quando nei sotterranei dei Parioli si ballava su Paul Anka
di Pierluigi Piccini
Qualche tempo fa sono tornato a vedere la casa dove abitavamo. Non ci sono capitato per caso, ci sono andato apposta e senza dirlo a nessuno, come si va a un appuntamento di cui ci si vergogna un po’. È la casa del racconto della poltrona, il seminterrato con la camera, la poltrona della signora Diomedi e la televisione enorme. Quel racconto finiva dicendo che i braccioli non proteggono da quello che succede fuori dalla stanza. Credo di essere tornato per vedere che cosa ci fosse, fuori da quella stanza.
Dalla strada il palazzo sembrava lo stesso. Il portone però era aperto, dentro c’era un cantiere e da qualche parte una radio suonava una musica che non conoscevo. Un operaio mi ha chiesto se cercavo qualcuno. Gli ho detto che da bambino abitavo lì sotto, e lui mi ha guardato come si guarda un vecchio che gira per la città in cerca di se stesso, il che era esattamente quello che stavo facendo. Mi ha fatto entrare.
Scendendo le scale mi è tornata in mente la regola che nessuno aveva mai scritto e che ogni bambino del quartiere imparava con le gambe: la classe sociale si misurava in verticale. Più si saliva, più era borghesia. Nel sottosuolo i portieri, i domestici, gli immigrati arrivati da tutta Italia, quelli che forse ce l’avrebbero fatta e forse no. Noi sotto, i proprietari dello stabile sopra, come per mia zia, come nel palazzo del professor Montini, come un po’ dappertutto. I signori di sopra erano brava gente, e mi dispiace dirlo, perché un racconto così avrebbe bisogno di un cattivo e io ci farei una figura migliore. Erano gentili, di una gentilezza che non ti diceva mai dove fosse il tuo posto perché non ce n’era bisogno: te lo facevano sentire addosso. I guanti bianchi delle custodi di scuola erano la versione ufficiale di una cosa che nei palazzi si faceva a mani nude. Eppure la dignità stava sopra e stava sotto, e un bambino lo sapeva anche senza saperlo dire.
In fondo alle scale ho cercato casa nostra e non l’ho trovata. Le pareti erano state spostate, c’erano sacchi di cemento, tubi appoggiati al muro, polvere dappertutto. Ho cercato l’angolo della poltrona, la finestra da cui entrava poca luce, uno spigolo qualsiasi, come si cerca una parola che si ha sulla punta della lingua. Niente. Ho visto che un mondo era sparito. Ho provato molte volte a migliorare questa frase e resta questa, perché le altre erano più belle e meno vere. Non era cambiato, non era stato rovinato né abbellito. Non c’era più.
Gli operai lavoravano intorno a me senza badarmi, e mi sono ricordato di altri operai. A piazza Fiume, a pochi passi, c’era un campo abbandonato, terra ed erba secca, uno di quei posti che per un bambino sono suoi proprio perché non sono di nessuno. Un giorno arrivarono uomini come questi e io li guardai per settimane scavare, armare, alzare un piano dopo l’altro. Era la Rinascente, che oggi so essere uno degli edifici più importanti dell’architettura italiana del dopoguerra e che allora era soltanto la cosa che mi aveva portato via il campo. Da bambino ho guardato degli operai costruire un mondo nuovo, da vecchio ho guardato degli operai togliere l’ultimo pezzo del mio. Diffido delle simmetrie, arrivano sempre troppo puntuali. Questa la lascio perché è successa.
Lì in mezzo alla polvere ho capito anche un’altra cosa: quello che era sparito non era solo casa nostra, ma tutto il mondo di sotto, di cui casa nostra era un pezzo piccolo. Da noi non c’era niente di speciale. Il cuore di quel mondo stava nei sotterranei dei palazzi più grandi, dove la servitù lavava e asciugava la biancheria dei piani alti. Lì c’erano grandi vasche di pietra e, accanto, spazi ampi vicino alle abitazioni dei portieri. Di giorno ci si lavorava, con l’umido, le mani rosse, le lenzuola stese che facevano da pareti. Poi la biancheria saliva pulita, e qualcuno saliva a stirarla, come mia madre con le camicie del professore.
E in quegli spazi, ogni tanto, si faceva festa. Le chiamavamo le feste dei sotterranei. Non avevano una data né un padrone: capitava che i portieri, i domestici, le donne che lavavano e stiravano decidessero di ritrovarsi lì sotto una sera, con i parenti e con chi volevano portare, e noi bambini andavamo dietro. Quasi tutti portavano qualcosa già cucinato a casa, e siccome là sotto c’era gente di tutta Italia, sui tavoli arrivava tutta Italia: il Sud accanto al Nord, dolci di paesi di cui non sapevo il nome, vino in bottiglie senza etichetta. Poi qualcuno accendeva il giradischi e si ballava.
È lì che ho bevuto la prima Coca-Cola, ed è lì che ho imparato una parola che per anni ho creduto fosse una sola: paulanka. La dicevano i ragazzi più grandi chinandosi sul giradischi, la ripetevano le ragazze, e io con loro, convinto che fosse un ballo, o una bibita, o un paese lontano. Molto più tardi ho scoperto che era Paul Anka, un ragazzo canadese appena più grande di quelli che ballavano. È la seconda volta in due racconti che mi capita: il bar davanti alla casa del professore io lo chiamavo Lamanna, e si chiamava Della Manna. Il bambino sentiva i nomi a modo suo, l’adulto li corregge con il telefono in mano. Non so chi dei due abbia ragione. So che le parole sbagliate sono le mie.
Si ballavano i lenti, con la goffaggine di chi veniva da paesi dove un ragazzo e una ragazza non si toccavano e si ritrovava a Roma, sottoterra, con una canzone americana e una mano sulla schiena di una ragazza conosciuta mezz’ora prima. E ballando i grandi facevano la cosa che io non vedevo: si conoscevano, si passavano favori, l’indirizzo di una signora che cercava una donna a ore, il nome di un’officina che prendeva un garzone. Qualche volta nasceva un fidanzamento, e dal fidanzamento un matrimonio. Avrei voglia di prendere una di quelle coppie e raccontarla, lui figlio di portiere, lei a servizio al terzo piano, i nipoti che oggi magari abitano ai piani alti e non sanno niente. Ma me la inventerei, e dopo la fotografia che mio fratello non trova e che io per un momento ho avuto voglia di ricordare, mi sono dato una regola: in queste pagine non invento. Posso solo dire che storie così sono cominciate là sotto, e che nessuno le ha scritte.
Era bellissimo. So che è la parola con cui la nostalgia imbalsama tutto, ho provato a cambiarla e non ci sono riuscito, e credo di sapere perché. Nel racconto della poltrona ho confessato un’invidia: invidiavo i fratelli Veltroni non per i soldi, ma perché avevano un padre di cui si poteva dire ad alta voce che cosa facesse. Ho passato l’infanzia a guardare in su, verso quelli che le cose le potevano dire. Alle feste dei sotterranei non guardavo in su. Nessuno là sotto aveva un padre più dicibile del mio, e se qualcuno aveva un segreto era probabilmente lo stesso. Per qualche ora, tra le vasche, non c’era niente da tacere. È la cosa più semplice che ho da dire, e mi ci è voluta una vita per vederla.
Ho ringraziato l’operaio e sono uscito. Davanti c’era ancora il cancello di Villa Albani. Oggi so che cos’è, l’ho studiata, e ogni volta che ne leggo provo l’imbarazzo di chi scopre di aver abitato per anni davanti a un capolavoro senza vederlo. Allora era un cancello che si poteva scavalcare, e qualcuno lo scavalcava per andare a giocare dentro. Se lo facessi anch’io non lo so, e stavolta mi correggo prima di scegliere la versione che mi piace. Mi è venuta voglia di rifare via di Villa Albani fino alle scalette che portavano da un’altra zia, al secondo o al terzo piano, non ricordo, e trovo buffo che in una storia di piani mi sfugga proprio quello. Da lì, a metà rampa, si vedevano gli zingari accampati nella villa, con i panni stesi e i fuochi, nell’indifferenza di tutti, e oltre il ponte di via Savoia arrivava l’odore della Peroni, luppolo tostato, caldo e dolce. Non ci sono andato. Sono rimasto davanti al portone, con la radio del cantiere che suonava ancora qualcosa che non conoscevo.
Manderò anche queste pagine a mio fratello, come faccio sempre con le cose di famiglia. Gli chiederò se si ricorda delle feste e di paulanka, e so già che mi risponderà di getto, come scrive lui, con qualcosa che ho dimenticato e che mi costringerà a riscrivere tutto. Lo spero. Intanto ho questo: un cantiere dove nessuno sa più niente, e un bambino in un sotterraneo, con una Coca-Cola in mano, che guarda i grandi ballare tra le vasche del bucato e per una sera non guarda in su.





