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18 Ottobre 2026Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Trascrivo due brani. L’uno da L’altare nero di Marcello Argilli (1926-2014), romanzo pubblicato postumo nel 2022 da Bordeaux. L’altro da Una questione privata di Beppe Fenoglio (1922-1963), stampato da Garzanti due mesi dopo la morte dell’autore. Argilli e Fenoglio lavorano entrambi a lungo alla stesura dei due racconti che nascono, erano passati quindici anni, dalle vicende vissute in prima persona dagli autori dopo l’8 settembre del 1943: Fenoglio, ventunenne, nelle file partigiane, Argilli, diciassettenne, in un reparto di paracadutisti della Repubblica Sociale. Mi propongo, rifacendomi a due opere di elevatissimo tenore letterario (Fenoglio è universalmente conosciuto; Argilli, sodale di Gianni Rodari, è assai noto come scrittore di libri ‘per ragazzi’), mi propongo, dicevo, di accennare un sommario ragionamento sul carattere della scrittura della Questione e de L’altare, una nota appuntata a margine di queste prose.
Argilli: «Schioccate le dita per attirare l’attenzione del plotone, il tenente, come di soppiatto, indicò di puntare, e le canne si levarono rapide e silenziose. Si ritrovò il calcio del mitra nell’incavo della spalla, con l’avambraccio sinistro verticale, in posizione di tiro. Chiuse l’occhio sinistro e solo allora, sul mirino, notò la giacca macchiata di vecchio sudore e i lunghi capelli neri. Era quello il suo bersaglio. Sul filo della mira cercò la nuca e, con la canna protesa in un equilibrio meticoloso, l’indice assaggiò il grilletto, portandolo cautamente fino alla resistenza dello scatto. (…) Neanche si accorse di premere il grilletto e nel rimbombo della scarica i capelli neri si aprirono come per una ventata, e rosso schizzò sul muro un brano di cuoio capelluto, ma anche la testa aveva cozzato contro il muro, e il corpo scivolava giù, lasciando sull’intonaco una sbavatura di sangue».
Fenoglio: «Cadde in piedi e l’acqua gli grippò le ginocchia, mentre ramaglia potata dal fuoco gli crollava sulle spalle. Non indugiò più di un secondo, ma seppe che era bastato, se solo osava girar gli occhi avrebbe certo visto i primi soldati già sulla sponda, che gli miravano il cranio con sette, otto, dieci armi. La mano gli volò alla fondina, ma la trovò vuota, sotto le dita non schizzò via che un po’ di fango. Perduta, certo gli era sfuggita in quell’enorme scivolata a capofitto giù dal ciglione. (…) Con uno sciacquio assordante si tuffò avanti di ventre e con un solo guizzo si aggrappò all’altra sponda».
A margine delle pagine riportate, appunto la mia breve chiosa. Si converrà che certi caratteri sono riconoscibili in entrambi i brani: la nettezza che profila ogni particolare e lo recinge nitido e pulito; la assenza di ogni superflua aggiunta esornativa; l’andamento lineare quale registro interno di ciascuna proposizione, e la scabra asciuttezza del loro succedersi e collegarsi. Nella Retorica (III 10, 1411 a-b) Aristotele designa tali procedimenti come capaci di (con estrema vivezza, immediatezza, perfetta evidenza) «porre sotto gli occhi» quanto viene narrato. Aristotele si attiene ad una distinzione che Platone fissa nel Sofista (XXIII 235, d) tra due modi ai quali la elaborazione artistica (nel nostro caso la scrittura) è chiamata a scegliere: o la maniera «icastica» o la maniera «fantastica». Icastico è lo stile che ottiene una riproduzione della ‘realtà naturale’ evidente, improntata ad esattezza.
Nella Lezioni americane Italo Calvino a proposito di esattezza scrive che per la «evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo, dal greco, un aggettivo: icastico». Argilli e Fenoglio evocano icasticamente quei loro giorni, quando il vivere e il morire stavano in loro come il recto e il verso di un unico foglio, entrambi veri. Chiudo la mia breve chiosa con una riflessione che mi ha accompagnato nella lettura e che, per certo, è all’origine del mio richiamo alla forma della icasticità in arte: a chi ha vissuto la guerra «vera» una ragione etica vieta ogni evocazione «fantastica». Come diceva Erasmo, la guerra appare dulce, attraente e fascinosa a chi non l’ha vista in faccia. Solo chi l’ha vista, come Fenoglio e Argilli, la può «porre sotto gli occhi» nostri.





