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24 Settembre 2026Quello che Carmelo Bene mi ha lasciato da quando, ragazzo, lo vidi a teatro in Nostra Signora dei Turchi
Il Comò
di Pierluigi Piccini
Ci sono incontri che non si capiscono quando accadono, e che proprio per questo non smettono di accadere. Il mio con Carmelo Bene è di questo tipo. Ero un adolescente quando lo vidi a teatro in Nostra Signora dei Turchi, seduto in platea accanto a mio fratello, e non saprei dire oggi che cosa pensai uscendo. Ricordo invece, con una precisione che il tempo non ha scalfito, che cosa accadde al mio corpo. La tensione era tale che la pancia cominciò a borbottare, prima sommessamente, poi in modo sempre più udibile, nei silenzi carichi della sala. Mio fratello, accanto a me, se ne accorgeva, e io mi sentivo in imbarazzo senza riuscire a farla smettere. Sul palcoscenico, a pochi metri, un uomo si agitava dentro una casa del Sud, tra santi, apparizioni, cadute, con una voce che non somigliava a nessuna voce del teatro che conoscevo; sullo sfondo, come un’eco lontana, il massacro di Otranto, i martiri, i Turchi. In primo piano, un uomo che sembrava fare di tutto per distruggere se stesso e lo spettacolo che stava recitando. E in platea, un ragazzo il cui stomaco reagiva prima della sua testa.
A quell’età si cerca un senso, e quello spettacolo il senso lo negava con ostinazione. Eppure non ne rimasi respinto. Rimasi incuriosito, che è una forma più lenta e più tenace di attrazione. Mi sembrava che quell’uomo stesse prendendo in giro qualcosa di molto serio, la religione, la tradizione, la bellezza, l’arte stessa, e che nello stesso tempo lo prendesse più sul serio di tutti quelli che ne parlavano con rispetto. Allora non avevo le parole per dirlo. Le ho trovate molto dopo, attraversando studi che mi hanno insegnato a diffidare dell’io come di un possesso sicuro, e a guardare con sospetto ogni presenza che si dichiara piena.
Riascoltando in questi giorni un suo incontro del 1976, ho ritrovato intatta quella prima impressione. Bene parla della propria «grande falsità» come di una dote che nessuno possiede, del tradimento come del gesto più nobile che si possa compiere in teatro, della morte come di un nulla prolungato verso cui si tende con tutto il desiderio. Sono parole che l’adolescente di allora non avrebbe capito, ma che descrivono esattamente ciò che aveva visto. In Nostra Signora dei Turchi non c’era un personaggio da interpretare, c’era un io che si sottraeva, che si faceva cadere, che si truccava e si smascherava senza mai arrivare a un volto vero. Era la falsità dichiarata, portata fino in fondo, fino a diventare l’unica forma possibile di sincerità.
Credo che quella curiosità, rimasta con me per tutta la vita, avesse a che fare con una domanda che allora non sapevo formulare: che cosa succede quando qualcuno rifiuta di rappresentare? Viviamo circondati da rappresentazioni, nella politica, nella comunicazione, nel modo stesso in cui ciascuno di noi si mostra agli altri. Ognuno recita una parte e finge di non recitarla. Bene faceva l’opposto: recitava tutto, esageratamente, e proprio così mostrava che dietro la recita non c’era un fondo rassicurante da ritrovare. Era uno scandalo, ma uno scandalo che aveva la forma della verità. Chi lo accusava di oltraggiare i classici o di prendersi gioco del pubblico non vedeva che il vero bersaglio era la finzione che non si dichiara, quella che pretende di essere naturale.
C’è poi qualcosa che ho capito solo con gli anni, e riguarda il Sud da cui quello spettacolo veniva. La casa, le processioni, le sante, le reliquie, i martiri: non erano semplici oggetti di parodia. Erano materia viva, un repertorio di gesti e di immagini che Bene conosceva dall’interno e che maltrattava come si maltratta qualcosa che ci appartiene troppo. Non era lo sguardo dell’intellettuale che irride la provincia, era quello di chi da quella provincia viene e non riesce a liberarsene, e allora la rovescia, la esaspera, la fa esplodere. In questo senso la sua blasfemia era una forma di fedeltà, come il suo tradimento di Shakespeare era un modo di restituirgli la crudezza che l’Ottocento gli aveva tolto.
Oggi, guardando indietro, mi accorgo che quel ragazzo seduto in platea aveva ricevuto una lezione che avrebbe impiegato decenni a decifrare. Non una lezione sul teatro, ma sul modo di stare al mondo: diffidare di chi si presenta troppo intero, riconoscere la recita anche dove si traveste da spontaneità, accettare che l’identità non sia un possesso ma qualcosa che si perde e si ritrova continuamente. Altre tradizioni, lontane dalla nostra, hanno pensato il vuoto non come mancanza ma come spazio di libertà, e l’io come un nodo provvisorio più che come una sostanza. Bene ci arrivava per la via più tortuosa e più teatrale, attraverso l’eccesso invece che attraverso la rinuncia, ma il punto di approdo non era molto diverso. Forse la prima risposta onesta a quello spettacolo non fu un pensiero ma quel borbottio imbarazzante, il corpo di uno spettatore che rispondeva al corpo dell’attore prima che la mente sapesse nominare qualcosa: e credo che Bene, che del corpo fece il luogo di ogni verità scenica, lo avrebbe considerato l’applauso più sincero.
Non so se sia stato un bene incontrarlo così presto. Forse sì, perché certe immagini lavorano in silenzio, e quando finalmente le si comprende si scopre che avevano già orientato molte scelte. La curiosità di allora non si è mai trasformata in devozione, e credo che a lui questo sarebbe piaciuto. È rimasta curiosità, cioè una domanda aperta. Ed è forse questo il dono più grande che un artista possa fare a un ragazzo: non una risposta, ma l’inquietudine di una domanda che dura per tutta la vita.





