Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena, riflette sul futuro della città e sulla necessità di superare la nostalgia del passato per tornare a investire nel lavoro, nella cultura e nell’innovazione.
Siena è una città conosciuta in tutto il mondo per la sua storia, i suoi monumenti, le sue tradizioni e il Palio. Ma avere un passato glorioso è sufficiente per garantire un futuro altrettanto importante? Secondo Pierluigi Piccini, sindaco negli anni Novanta, la risposta è no. Per crescere, una città deve saper conservare le proprie radici, ma anche trovare il coraggio di cambiare.
Nel suo blog, partendo dall’intervista alla trasmissione Il Gavinone di Radio Kappa, Piccini racconta una Siena capace, negli anni Novanta, di guardare al futuro e di diventare protagonista anche in ambiti nuovi. In quel periodo, infatti, il Comune, l’università e il Monte dei Paschi collaboravano per valorizzare le risorse della città. La cultura, la finanza e le nuove tecnologie rappresentavano le basi di un progetto ambizioso, che dimostrava come anche una realtà relativamente piccola potesse competere in un mondo in trasformazione.
Tra le iniziative di quegli anni, Piccini ricorda l’introduzione della fibra ottica e la realizzazione di importanti progetti culturali, come la mostra dedicata a Duccio. L’idea era semplice ma innovativa: unire le forze, investire nelle competenze e costruire qualcosa che potesse durare nel tempo.
Secondo l’ex sindaco, negli anni successivi Siena avrebbe invece perso parte di questa capacità progettuale, chiudendosi sempre più nei propri interessi e rinunciando a immaginare nuove possibilità. Il rischio, quando una città si sente troppo legata ai propri successi passati, è quello di credere che non ci sia più nulla da cambiare.
Per spiegare questo atteggiamento, Piccini utilizza due immagini legate alla storia senese: il Faber e la Diana. La Diana era il fiume sotterraneo che, secondo un’antica credenza, avrebbe dovuto scorrere sotto la città, ma che non fu mai trovato. Simboleggia la speranza di ottenere una ricchezza facile, senza fatica. Il Faber, invece, richiama i bottini, le gallerie scavate dagli uomini per portare l’acqua a Siena. Rappresenta quindi il lavoro concreto, la capacità di impegnarsi e di costruire il proprio benessere.
La differenza tra queste due immagini è significativa. Una comunità può scegliere di aspettare che la fortuna risolva i suoi problemi oppure può lavorare per creare nuove opportunità. Per Piccini, Siena è stata forte quando ha saputo investire nelle proprie istituzioni e nelle proprie capacità; ha incontrato difficoltà quando ha cominciato a vivere soprattutto dei risultati ottenuti in passato.
Un altro tema centrale dell’intervista è il rapporto tra tradizione e innovazione. Piccini ricorda il Palazzo delle Papesse, uno spazio dedicato all’arte contemporanea nel cuore della città medievale. La presenza di artisti lontani dalla tradizione senese suscitava anche polemiche, ma proprio questo contrasto rappresentava un’occasione per aprire nuovi orizzonti. Anche una città ricca di storia, dunque, può accogliere idee diverse senza perdere la propria identità.
Lo stesso ragionamento riguarda le manifestazioni pubbliche e le tradizioni artistiche. Ripetere continuamente formule già conosciute può rassicurare, ma rischia di rendere una città meno creativa e meno capace di rispondere ai cambiamenti del presente. La tradizione non dovrebbe essere un limite, bensì una base da cui partire per costruire qualcosa di nuovo.
Per rilanciare Siena, Piccini individua nell’università uno dei punti di partenza fondamentali. La ricerca, la conoscenza e le nuove tecnologie possono creare opportunità di sviluppo e favorire la nascita di attività innovative. Per riuscirci, però, servono persone competenti, capaci di collaborare per un progetto comune e di guardare oltre gli interessi individuali.
Un esempio positivo, secondo il suo racconto, è Piancastagnaio, sull’Amiata, dove oggi lavora. Qui il legame tra attività produttive, occupazione e geotermia offre nuove possibilità di sviluppo. L’obiettivo è creare un distretto produttivo nel quale le imprese possano collaborare, sfruttare le tecnologie moderne e utilizzare l’energia del territorio. Un’esperienza che mostra quanto sia importante trasformare le risorse disponibili in occasioni concrete di crescita.
Il messaggio dell’intervista va quindi oltre i confini di Siena. Riguarda tutte le comunità che rischiano di vivere di nostalgia, convinte che il passato sia sempre migliore del presente. La storia e le tradizioni hanno un valore enorme, ma non possono sostituire il lavoro, la progettazione e la capacità di affrontare le novità.
In conclusione, il pensiero di Pierluigi Piccini invita a riflettere su una questione fondamentale: per costruire il futuro non basta custodire ciò che si è stati, bisogna avere il coraggio di diventare qualcosa di nuovo. Siena può ancora valorizzare il proprio patrimonio e tornare a crescere, ma deve investire nelle persone, nella cultura, nella ricerca e nella collaborazione. Perché una città non rimane viva soltanto grazie alla sua storia, ma soprattutto grazie alla capacità dei suoi abitanti di continuare a scriverla.







