
Diplomazia sotto pressione: il mondo negozia sull’orlo del conflitto
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Aretha Franklin – Chain of Fools
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Mentre il sistema internazionale oscilla tra negoziati e minacce, l’Italia si muove su una linea di prudenza strategica. Il governo guidato da Giorgia Meloni mantiene un saldo ancoraggio euro-atlantico, rafforzando il legame con gli Stati Uniti d’America e confermando il sostegno all’Ucraina, ma evita accuratamente ogni passo che possa esporre il Paese a un coinvolgimento diretto in scenari di escalation.
La posizione italiana è chiara sul piano formale: fedeltà alla NATO, allineamento alle sanzioni contro la Russia, attenzione al dossier mediorientale in coordinamento con Bruxelles e Washington. Ma sotto questa linearità diplomatica emergono fragilità strutturali.
La prima è energetica. L’Italia ha diversificato le forniture dopo la crisi del gas russo, rafforzando i rapporti con il Nord Africa e il Mediterraneo orientale, ma resta esposta alle turbolenze globali. Ogni tensione tra Stati Uniti e Iran, ogni crisi nello Stretto di Hormuz o nel Mar Rosso, si traduce in volatilità dei prezzi e pressione su imprese e famiglie.
La seconda fragilità è economica. In un contesto internazionale instabile, con catene di approvvigionamento sotto stress e commercio globale frammentato, il sistema produttivo italiano – fortemente esportatore – risente immediatamente di ogni frizione geopolitica. Le tensioni tra Cina e Occidente, o l’inasprimento delle sanzioni verso Paesi terzi, non sono scenari lontani: incidono su manifattura, logistica, credito.
La terza dimensione è politica. L’Italia si trova in una fase in cui l’opinione pubblica è attraversata da stanchezza verso il conflitto e timore per le conseguenze economiche della guerra. Il governo deve tenere insieme fedeltà internazionale e consenso interno, evitando che la politica estera diventi terreno di polarizzazione permanente.
C’è poi il nodo europeo. In un’Unione divisa tra linee più dure e tentazioni nazionali – come dimostra l’attivismo di Viktor Orbán – l’Italia gioca una partita di equilibrio: non rompere l’asse con Berlino e Parigi, ma nemmeno rinunciare a un margine autonomo nel Mediterraneo. Il tema della difesa comune europea, così come quello dell’industria militare e della spesa per la sicurezza, è destinato a pesare sempre di più nel dibattito pubblico.
In questo quadro, Roma non è protagonista dei grandi tavoli – da Ginevra al Medio Oriente – ma è pienamente coinvolta nelle loro conseguenze. L’Italia non decide l’esito dei negoziati tra Washington e Teheran, né quello dei colloqui sull’Ucraina. Tuttavia ne paga gli effetti in termini di energia, inflazione, stabilità finanziaria, flussi migratori.
Il punto politico è questo: in una fase di “negoziazione sotto minaccia”, la politica estera non è più un capitolo separato dalla politica economica e sociale. Ogni crisi internazionale è immediatamente interna. E per l’Italia la sfida non è scegliere tra guerra e pace – scelta che non dipende solo da Roma – ma rafforzare la propria resilienza: energetica, industriale, istituzionale.
Perché in un mondo che tratta mentre si arma, la vera vulnerabilità non è stare in prima linea. È non essere preparati agli effetti di ciò che accade altrove.





