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di Pierluigi Piccini
Un anno dopo la firma dell’accordo quadro a Roma, il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla vertenza Beko si chiude con una fumata nera. O meglio: con quella che i comunicati istituzionali chiamano pudicamente un’«intensa attività di scouting» — 150 aziende coinvolte, 3 progetti industriali approfonditi — e che i lavoratori, i sindacati e chiunque abbia ancora il senso del reale chiamano, più onestamente, niente di fatto.
Centodiecimila euro investiti negli stabilimenti italiani, dicono i manager di Beko. Prosegue la reindustrializzazione, dicono. Peccato che nel frattempo i 153 lavoratori rimasti sul sito di viale Toselli aspettino ancora di sapere se esisterà per loro un futuro, e di che natura. E l’orizzonte che si profila — la lottizzazione dello stabilimento tra tre soggetti che ne assorbirebbero i dipendenti in ordine sparso — non assomiglia nemmeno lontanamente al piano industriale capace di ricollocare «almeno il doppio della forza lavoro» di cui si parlava un anno fa nell’accordo quadro. Daniela Miniero della Fiom Cgil è esplicita: si va verso la frammentazione, non verso il rilancio.
Quello che colpisce, nella lettura della vicenda, è la geometria delle reazioni istituzionali. Tutti presenti, tutti preoccupati, tutti pronti a sottolineare la necessità di risposte per il territorio. Agnese Carletti, presidente della Provincia, chiede risposte per Siena. Valerio Fabiani, consigliere regionale delegato alle crisi industriali, rilancia il tema dell’ampiezza del perimetro aziendale. Il sottosegretario Fausta Bergamotto ribadisce «l’impegno del Governo». Il sindaco Nicoletta Fabio ricorda che l’amministrazione comunale ha lavorato a testa bassa fin dal primo giorno, che ha sostenuto l’acquisto dell’immobile, che è andata avanti anche quando altri si fermavano.
Tutto giusto. E tutto, nel suo insieme, profondamente insufficiente.
Perché il punto non è chi ha lavorato di più, né chi ha dimostrato più determinazione nelle dichiarazioni. Il punto è che a distanza di un anno dall’accordo quadro — con investimenti pubblici significativi, con l’intervento di Invitalia, con una mobilitazione istituzionale che va dal Comune alla Regione fino al Ministero — il risultato visibile è ancora zero. Nessun partner industriale individuato. Nessun piano credibile di rilancio. Tre ipotesi di lottizzazione che non sono una visione industriale ma la sua negazione.
Cesarano della Fim Cisl usa parole nette: «Non esistono né tempi né certezze nell’individuazione di un partner industriale». E ha ragione. Perché la certezza è l’unica cosa che i lavoratori potrebbero portare a casa da un tavolo ministeriale, e invece tornano con le mani vuote e un’agenda che guarda al 31 dicembre 2027 come orizzonte di riferimento. Un anno e mezzo ancora. Per 153 persone che aspettano già da troppo.
Il sindaco Fabio invita a «continuare a lavorare ogni giorno, evitando proclami e polemiche». È un invito comprensibile, politicamente sobrio, umanamente generoso. Ma c’è un momento in cui la sobrietà rischia di diventare acquiescenza. In cui lavorare a testa bassa, senza alzare la voce, finisce per assolvere chi quella voce la merita invece di sentirsi addosso.
Il sito di viale Toselli ha un perimetro aziendale di 40.000 metri quadri. «Merita un progetto di ben più ampio respiro», dicono. Verissimo. E meriterebbe, aggiungo, anche una classe dirigente — nazionale e regionale — capace di trasformare quel respiro ampio in qualcosa di più di una metafora da comunicato stampa.
Per ora, rimane il fumo. Nero.





