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Il 6 maggio si decide. O quasi.
A Piancastagnaio, nel Palazzo Comunale, si siederanno allo stesso tavolo Cesar Spa, i sindacati, la Regione Toscana con Valerio Fabiani, la Provincia con Agnese Carletti, l’Unione dei Comuni Amiata Val d’Orcia con Niccolò Volpini, e il Comune, con il sindaco Franco Capocchi. Cinquantasei lavoratori aspettano fuori — o dentro, nei capannoni di Casa del Corto — che qualcuno dica loro se hanno un futuro.
Vale la pena fare il punto. Non per chi era già informato, ma per chi ha seguito la vicenda a spizzichi e bocconi, come spesso accade con le vertenze di territorio che i grandi media trattano come notizie di colore e poi dimenticano.
Chi è Cesar Spa e cosa vuole
Cesar Spa non è un’azienda in crisi. È una società con oltre mille dipendenti, quasi 190 milioni di euro di costi del personale nel 2024, controllata dal fondo di private equity britannico TDR Capital attraverso la holding Bubbles BidCo. Negli stessi giorni in cui comunicava la chiusura di Piancastagnaio, inaugurava nuovi punti vendita in Umbria e in Abruzzo. Il gruppo cresce, apre, espande.
La chiusura di Casa del Corto non nasce da una crisi industriale. Nasce da una scelta di modello: il gruppo ha deciso che non gestisce direttamente la logistica. Punto. Il fatto che quella scelta distrugga cinquantasei posti di lavoro in un comune di montagna è, evidentemente, un dettaglio che non pesa abbastanza nei fogli di calcolo di un fondo di investimento londinese.
Cosa è successo in queste settimane
Il 31 marzo i sindacati rendono pubblica la situazione. Il 1° aprile il primo incontro con l’azienda: nessun ripensamento, fusione per incorporazione confermata, smantellamento del sito deciso. I lavoratori proclamano sedici ore di sciopero e iniziano i presidi.
Il 9 aprile, con un tavolo regionale già aperto e una tregua in corso, Cesar Spa invia un TIR alle ore dodici per ritirare i roller container — i carrelli in acciaio con cui si muove la merce nel magazzino. I lavoratori lo bloccano scioperando. L’azienda si ritira.
Il 21 aprile ci riprova. Stesso copione, stessa risposta. L’azienda minaccia di mandare un camion ogni giorno fino al 25 aprile. I lavoratori tengono.
Il 27 aprile arriva una piccola svolta apparente: Cesar Spa invia alcune commesse per i punti vendita toscani e umbri. Con liste cartacee, a mano. I sindacati la leggono con cautela come un possibile segnale di apertura. Il Comune la registra senza entusiasmo prematuro.
Perché la tregua violata è un fatto politico
L’invio dei TIR durante il periodo di tregua concordata in sede regionale non è un incidente. È una strategia. L’azienda ha testato sistematicamente la tenuta dei lavoratori, ha cercato di erodere la compattezza del presidio, ha ignorato deliberatamente le istituzioni che avevano aperto un tavolo di salvaguardia. Questo comportamento — reiterato, calcolato — configura quantomeno una violazione della buona fede nelle trattative. I sindacati stanno valutando se ricorrano gli estremi per un ricorso per condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.
Una questione più grande
C’è qualcosa che va detto con chiarezza, al di là della vertenza specifica. Piancastagnaio non è solo Piancastagnaio. È un pezzo di un territorio — l’Amiata, il Val d’Orcia, l’alto Lazio — che da anni subisce una progressiva erosione del tessuto produttivo. Ogni posto di lavoro perso qui non viene sostituito. Ogni presidio che chiude lascia un vuoto che il mercato non colma.
Cesar Spa ha il diritto di fare le proprie scelte industriali. Ma non ha il diritto di farle ignorando le leggi, violando le tregue, e trattando cinquantasei famiglie come una voce di costo da eliminare in silenzio.
Il 6 maggio saremo lì. Con la posizione chiara e la determinazione di chi sa che non si tratta solo di un magazzino.
Pierluigi Piccini





