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29 Aprile 2026Santa Caterina, patrona d’Europa. Ovvero: il coraggio come categoria politica
di Pierluigi Piccini
Oggi Siena celebra Santa Caterina. Le messe, le contrade che sfilano al Portico dei Comuni, la banda della Polizia di Stato in Duomo, il cardinale Bassetti che presiede. Il rituale si compie, come ogni anno, con quella precisione liturgica che i senesi conoscono a memoria. E tuttavia, guardando le fotografie delle Contrade che arrivano in corteo, mi chiedo se dietro la devozione ci sia ancora qualcosa che brucia. O se la fiamma sia diventata decorazione.
Perché Caterina Benincasa non era una donna decorativa. Era una donna che scriveva ai papi. Che li insultava, in sostanza, con la carità come arma. “Padre mio dolce,” scriveva a Gregorio XI, e dentro quel “dolce” c’era una lama. Gli diceva: tornatevene a Roma, lasciate Avignone, smettete di essere prigionieri dei vostri cardinali francesi. E il papa obbedì. Una donna di Fontebranda, figlia di un tintore, che sposta il centro del mondo cristiano. Chi oserebbe, oggi, qualcosa di simile?
Questa è la domanda che le celebrazioni cateriniane non fanno mai. Si celebra la mistica, si celebra la patrona d’Italia e d’Europa, si cita il titolo di Dottore della Chiesa. Ma si evita accuratamente di tirare le conseguenze politiche di quella vita. Perché Caterina è scomoda, se la si prende sul serio. È la negazione esatta di ogni prudenza istituzionale. È l’anti-diplomatica per eccellenza, in un’epoca — la nostra — che ha fatto della diplomazia il surrogato di ogni pensiero.
L’Europa la invoca come patrona insieme a Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia ed Edith Stein. Giovanni Paolo II completò il quadro nel 1999, affiancando a figure già proclamate queste due donne medievali — Caterina e Brigida — come co-patrone del continente. Un gesto che aveva una sua logica non banale: mettere due mistiche a presidiare spiritualmente un’Europa che stava per allargarsi verso Est, che stava per fare i conti con la propria storia più buia, che aveva bisogno — forse — non solo di tecnici ma di profete.
Ma cosa rimane di quel gesto, ventisette anni dopo? L’Europa che conosciamo oggi — pragmatica, tecnocratica, misurata in decimali di PIL — cosa farebbe di una donna che brucia di carità e urla la verità in faccia al potere? La metterebbe in una commissione consultiva. Le darebbe un gruppo di lavoro. Le chiederebbe di redigere un position paper.
Caterina non avrebbe avuto pazienza per i position paper.
Il suo strumento era la lettera. Ne scrisse trecentottantasei, che ci sono rimaste. Una corrispondenza sterminata, indirizzata a re, regine, papi, cardinali, condottieri, mercanti, religiose. Ogni lettera è un atto politico travestito da direzione spirituale. Ogni lettera dice: la verità esiste, e tu la stai evitando. Ogni lettera è una forma di coraggio che oggi definiremmo — con il lessico anestetizzato della nostra epoca — “comunicazione assertiva”.
No. Non era comunicazione assertiva. Era profezia. E la profezia non ottimizza i risultati: li rischia.
Siena celebra oggi la sua patrona con tutta la bellezza di cui è capace. E Siena è capace di grande bellezza. Le Contrade che si muovono verso il Portico dei Comuni, i gonfaloni, la cerimonia solenne: è un patrimonio di civiltà autentico, non simulato. Non lo dico per piaggeria — lo dico perché è vero, e perché la bellezza ha un peso specifico che non si nega.
Ma la bellezza senza la verità che la abita diventa scenografia. E Siena, negli ultimi decenni, ha talvolta confuso le due cose. Ha saputo conservare la forma delle sue cerimonie meglio di quanto abbia saputo conservare il pensiero che le ha generate. Ha protetto il rito, ha lasciato evaporare il rischio.
Caterina era una donna di rischio. Rischiò la scomunica, rischiò l’isolamento, rischiò la propria salute — morì a trentatré anni, consumata da quegli eccessi di digiuno e di preghiera che oggi leggeremmo con categorie diverse, ma che lei abitava come forma di libertà assoluta. Non mangiava per non dipendere da nessuno. Non dormiva per stare sveglia quando gli altri dormivano. Costruì una marginalità radicale come posizione di forza.
È una logica che sfida qualunque comfort istituzionale. Anche il comfort delle belle celebrazioni.
C’è un passaggio del Dialogo della Divina Provvidenza — il libro dettato da Caterina in stato di estasi, uno dei testi più vertiginosi del misticismo occidentale — in cui Dio parla all’anima e le descrive il “ponte” che è Cristo. È un’immagine architettonica di straordinaria potenza: il ponte ha tre gradini, tre porte, e sotto scorre il fiume del mondo. Chi non attraversa il ponte, dice Dio, annega. Non c’è via di mezzo. Non c’è guado alternativo.
Questa intransigenza metaforica è cateriniana fino al midollo. Il mondo, per lei, non ammette vie di mezzo. Ammette scelte. E le scelte hanno conseguenze che non si possono edulcorare con le buone maniere.
In un’epoca in cui la politica — a tutti i livelli, dal municipale all’europeo — si è specializzata nell’arte di non scegliere, di rinviare, di costruire consenso procrastinando le decisioni, Caterina rappresenta un’alternativa non solo spirituale. Rappresenta un modello cognitivo. Un modo di stare nella realtà che comincia dal riconoscimento della verità, non dalla negoziazione degli interessi.
Oggi a Siena il cardinale Bassetti presiede. Il Governo italiano manda il suo rappresentante. Le Forze Armate portano il picchetto d’onore. È una cerimonia di Stato, come si conviene a una patrona d’Italia. E va bene così.
Ma sarebbe bello — almeno una volta, almeno in questa città che di Caterina porta il nome nell’anima — che qualcuno leggesse ad alta voce una delle sue lettere più dure. Non quella ai fedeli della parrocchia. Quella a Gregorio XI. Quella in cui gli dice che il suo tepore fa vomitare, che la sua paura dei cardinali è vergogna, che il vicario di Cristo deve essere uomo e non bambino.
Quella lettera. Al Portico dei Comuni. Davanti alle Contrade, alle autorità civili e militari, ai cardinali in cappa magna.
Allora sì che la celebrazione sarebbe cateriniana.





