Il prestito speciale all’Ucraina di 90 miliardi di euro, approvato dai leader dell’Ue nel dicembre scorso, è inferiore a quello che l’Ucraina voleva e di cui necessita ma, ciò nonostante, è essenziale se Kiev deve mantenere la sua produzione bellica. In un primo tempo, Orbán aveva votato a favore del prestito, nonostante il sostegno che da tempo garantiva alla Russia, ma successivamente era intervenuto per fermarlo (insieme a Roberto Fico in Slovacchia), proprio poco prima che il prestito fosse concesso, opportunamente a ridosso delle elezioni in Ungheria.
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La giustificazione di Orbán era la presunta mancata riparazione da parte dell’Ucraina di un oleodotto che trasporta petrolio russo all’Ungheria, danneggiato da un attacco russo. Alle urne, però, il suo tentativo di demonizzare l’Ucraina e di farla passare da minaccia economica e militare per l’Ungheria ha fatto fiasco in maniera clamorosa. Adesso il suo successore, l’eletto Peter Magyar che si insedierà all’inizio di maggio, ha già autorizzato il prestito, decisione formalizzata alla riunione del Consiglio europeo iniziato a Cipro il 23 aprile. Nell’oleodotto danneggiato ha già ripreso a scorrere petrolio.
Sia la sconfitta di Orbán sia lo sblocco del prestito sono battute d’arresto per Vladimir Putin. Il punto economico fondamentale della produzione di armi e di altri materiali bellici è che rappresenta un puro consumo che non porterà ricchezza o attività produttiva: droni, missili e altri materiali bellici sono costruiti per essere distrutti, sperando che lo siano mentre distruggono il nemico. Di conseguenza, occorrono ingenti quantità di soldi per alimentare questa macchina da guerra improduttiva. Ed è perlopiù a questo che serviranno i soldi messi a disposizione dal prestito dell’Ue.
Senza il prestito, l’Ucraina avrebbe fatto fatica a mantenere la sua produzione ormai fenomenale di droni, veicoli e missili automatizzati, proprio come la Russia avrebbe fatto fatica a mantenere la sua produzione di materiali bellici senza il forte aumento del prezzo del petrolio provocato dalla guerra di Donald Trump in Iran. Naturalmente, ciascuna delle due parti in causa fa tutto quello che è possibile per colpire gli stabilimenti di produzione di materiale bellico dell’altra, ma l’Ucraina attacca anche le raffinerie di petrolio e le infrastrutture russe di esportazione.
L’Agenzia Reuters ha riferito che a marzo gli attacchi dei droni ucraini sono riusciti temporaneamente a ridurre del 40 per cento la capacità russa di esportare petrolio. A cambiare non sono tanto gli attacchi, quanto il fatto che l’Ucraina adesso può effettuarli a ondate, in successione, colpendo il medesimo porto, oleodotto o raffineria per più giorni di seguito, aggravando così i danni inflitti e rallentando i lavori di riparazione.
Questa capacità di portare avanti una campagna sostenuta di attacchi aerei è emersa grazie all’espansione della produzione di droni in Ucraina e in stabilimenti partner di Paesi come la Danimarca, ma anche grazie all’impressionante ritmo dell’innovazione tecnologica in Ucraina. Questo permette ai suoi droni di colpire obiettivi più lontani e di avere maggiori possibilità di successo nell’aggirare le difese russe. Nel frattempo, l’Ucraina sta riuscendo con successo a usare più veicoli robotizzati blindati sul campo di battaglia per impedire le avanzate russe e perfino a guadagnare terreno, riducendo così il numero dei feriti e dei morti e mantenendo quello dei caduti russi più alto rispetto al ritmo di reclutamento dei nuovi soldati in Russia. Tutta questa innovazione e produzione richiede però finanziamenti.
Anche se alla riunione di questa settimana il Consiglio europeo non dedicherà molto tempo alla questione dei finanziamenti all’Ucraina, sarà indispensabile iniziare a pensarci presto. Come l’Ue ha scoperto l’anno scorso, infatti, esistono incredibili ostacoli legali e politici che si frappongono all’uso della fonte più ovvia di finanziamento, i circa 300 miliardi di euro di asset congelati della Banca centrale russa e attualmente custoditi perlopiù in Belgio. Questo spiega perché a dicembre il Consiglio europeo ha preferito prendere in prestito 90 miliardi di euro per poi a sua volta prestarli all’Ucraina.
La sconfitta di Orbán nelle elezioni in Ungheria di questo mese rimuove uno degli ostacoli politici ai finanziamenti in futuro, ma non tutti. Anche il governo slovacco e quelli appena eletti in Slovenia e Bulgaria sono alquanto filoputiniani, pur non essendo così aggressivamente ostruzionisti come era Orbán. La grande domanda, però, è che cosa accadrà l’anno prossimo in Francia con le elezioni.
La caduta di Orbán non ha rappresentato il ripudio ufficiale del populismo né delle politiche di destra sull’immigrazione, e nemmeno dell’ostilità all’Ucraina. Anche colui che ha sconfitto Orbán è di destra, e ha espresso scetticismo circa il sostegno all’Ucraina, pur non essendo un sostenitore attivo di Putin. La vittoria schiacciante di Magyar ha riflesso il fallimento del presidente in carica Orbán, che non è riuscito a migliorare gli standard di vita dopo sedici anni al potere, e la diffusione della corruzione in Ungheria.
L’anno prossimo, quando cercherà di trasformare in vittoria il suo attuale vantaggio nei sondaggi, il Rassemblement Nationale di Marine Le Pen farà campagna contro il sistema politico in vigore, che può essere descritto come un ennesimo fallimento del governo nel migliorare gli standard di vita dei francesi. La sconfitta di Orbán potrebbe a quel punto dimostrare benissimo che ottenere il sostegno di Trump di fatto è uno svantaggio e che opporsi all’Ue è impopolare, ma da quel che risulta per adesso non dimostra che l’umore europeo stia oscillando in modo contrario rispetto ai partiti nazionalisti, antiimmigrati e di destra come Rassemblement National.
Tutto questo rende ancora più urgente risolvere ogni questione in sospeso nell’Ue che possa rischiare di essere bloccata da una eventuale presidente Le Pen (se, con una decisione che andrà presa questa estate, la corte deciderà di permetterle di candidarsi. In caso contrario, il suo candidato sarà il suo giovane pupillo Jordan Bardella). Tra le questioni in sospeso vi è il miglioramento del mercato unico e della vitalità economica dell’Ue raccomandato da Mario Draghi ed Enrico Letta nei loro apprezzati rapporti del 2024. Più di ogni altra cosa, però, è indispensabile decidere in merito alla fornitura di aiuto adeguato all’Ucraina, così che Kiev possa continuare a portare avanti la sua iniziativa nella guerra contro la Russia e così da avere buone possibilità di entrare nell’Ue una volta concluso il conflitto.
Non stupisce che, una volta sbloccato il prestito di 90 miliardi di euro, il presidente Volodymyr Zelensky abbia deciso di partecipare di persona al Consiglio europeo. Il suo messaggio sarà che l’Ucraina è grata per il prestito e sta facendo progressi nel contrastare la Russia, ma il prestito deve essere considerato l’inizio di una relazione più stretta con l’Unione europea, non la fine. L’Ue è vitale per la sopravvivenza dell’Ucraina, ma ormai è chiaro che l’Ucraina – e il suo formidabile settore della difesa – è altrettanto vitale per la sicurezza della stessa Ue.







