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25 Aprile 2026Il Leone nel mirino di Siena Monte dei Paschi, Generali e il risiko bancario che non si chiude mai
di Pierluigi Piccini
Sette miliardi e rotti. È questo il valore che il mercato attribuisce alla quota del 13,2% che Monte dei Paschi di Siena detiene nelle Assicurazioni Generali, per via di Mediobanca. Sette miliardi che bastano a rimettere in moto tutta la macchina del risiko bancario italiano, appena si torna a parlare di Luigi Lovaglio alla guida del Monte.
L’ipotesi — che rimbalza su più tavoli e qualche pagina autorevole della stampa internazionale — è quella di una cessione della partecipazione nel Leone per finanziare una fusione con Banco Bpm: il “terzo polo” bancario che il governo caldeggia da tempo, quel campione nazionale che Roma non ha mai smesso di voler costruire attorno a Rocca Salimbeni. Siena ha smentito seccamente. Non c’è nessuna ipotesi di vendita allo studio, ha fatto sapere la banca, che si dice interamente concentrata sull’integrazione con Mediobanca — operazione peraltro tutt’altro che conclusa, con l’orizzonte della fusione fissato non prima della fine dell’anno.
La smentita non ha spento il dibattito. Non poteva. Perché la partita non riguarda solo i bilanci: riguarda la geometria del potere finanziario italiano, e su questo terreno le smentite ufficiali valgono quanto le indiscrezioni.
Il punto è semplice. Quella quota a Trieste vale per Mps più di un terzo degli utili dell’ex Mediobanca, che derivano quasi interamente dal dividendo del Leone. Cederla significherebbe incassare una liquidità enorme, ma anche perdere una rendita strutturale. E comporterebbe, secondo chi ha fatto i conti, una discesa del valore di Borsa del Monte di oltre due miliardi. Non esattamente un’operazione neutra.
Ma il governo ha le sue urgenze. Meloni e Giorgetti vogliono il terzo polo prima delle elezioni — o almeno vogliono che si veda il cantiere aperto. E allora si ragiona su come gestire il dossier in modo che la quota finisca in “mani sicure”, che gli eventuali acquirenti siano graditi a Roma, che nessun asset strategico — e Generali è considerata un pilastro della stabilità finanziaria nazionale, tra i principali investitori nel debito pubblico italiano — finisca fuori orbita.
Intesa e Unicredit sono i nomi che circolano come possibili destinatari del pacchetto. Entrambi con le loro complicazioni: la prima non ama le minoranze, la seconda è già impegnata su più fronti europei, dalla Germania in poi. Unicredit peraltro ha appena portato la sua quota in Generali all’8,7%, una mossa che alimenta speculazioni su possibili intese commerciali, anche se per ora è prudente parlare di altro.
Nel frattempo Banco Bpm si difende e cresce. Il suo azionista principale è ormai Crédit Agricole, che ha consolidato una quota del 22,8% di Piazza Meda. I francesi non vogliono fare l’Opa, ma vogliono contare: e su qualsiasi ipotesi di nozze tra Milano e Siena peseranno eccome. Non è un dettaglio da poco: chiunque voglia costruire il terzo polo deve prima trattare con Parigi. O trovare il modo di aggirare il problema, che non è affatto detto sia possibile.
C’è poi la questione delle valutazioni. Mps capitalizza circa dieci miliardi in meno rispetto a Banco Bpm, che vale il doppio del valore di libro. Siena, più sottovalutata, vale ancora intorno al libro. Un’asimmetria che complica qualsiasi schema di concambio e che richiede tempo, oppure un premio che qualcuno deve pur pagare.
Il risultato è che la partita è aperta, ma i tempi non sono quelli della politica. Il mercato può aspettare, può speculare, può scontare scenari che ancora non esistono. L’esecutivo no: ha un calendario elettorale, ha promesse da mantenere, ha una narrativa del “campione nazionale” che esige almeno un titolo di giornale convincente.
Il Leone, per ora, resta a Trieste. Siena resta concentrata su Mediobanca. Tutto il resto è ancora nebbia — densa, finanziariamente molto redditizia.





