
Piancastagnaio. L’abbraccio della comunità a Mariella Rendina
2 Giugno 2026
Il battitore e la cinghia
3 Giugno 2026
C’è una frase che Luigi Lovaglio ha pronunciato una settimana fa, con la sicurezza di chi crede di aver già vinto: «Ormai tutte le strade portano a Siena». Suona bene, ha il ritmo dell’epigrafe. Il guaio delle epigrafi è che si scrivono quando la storia è finita, e questa storia non è finita affatto. Anzi: proprio nel giorno che doveva sancirne il compimento — il 3 giugno, data attesa per l’assemblea straordinaria sulla fusione — il calendario di Rocca Salimbeni resta sospeso, e nel vuoto si infila la domanda che un Dagoreport ha posto senza troppi giri di parole: che fine ha fatto l’integrazione tra la banca senese e Mediobanca?
Conviene partire dai fatti, perché qui l’ironia funziona solo se poggia su qualcosa di solido. Il 10 marzo i consigli di amministrazione di Mps e Mediobanca, riuniti a Siena e a Milano, hanno approvato il progetto di fusione per incorporazione di Piazzetta Cuccia nel Monte, fissando il concambio in 2,45 azioni Mps per ogni titolo Mediobanca — un rapporto superiore al 2,2 atteso dagli analisti, con un premio che le banche presentano come gesto di generosità e che è, più prosaicamente, il prezzo della pace. L’operazione porterà la banca d’affari fondata da Enrico Cuccia a lasciare Piazza Affari dopo settant’anni, e dovrà essere approvata dalle assemblee straordinarie dei due istituti a maggioranza dei due terzi. Per Mediobanca, ormai controllata da Siena per oltre l’86 per cento, il voto è una formalità. Per Mps, no.
Ed è qui che la liturgia si inceppa. Le indiscrezioni dei giorni scorsi parlano di consigli di amministrazione attesi entro la seconda metà di giugno per convocare le assemblee; altri collocano l’appuntamento tra giugno e luglio; c’è perfino chi profetizza un rinvio a settembre. Il punto non è la data: è ciò che la data nasconde. Perché un’operazione data per chiusa a marzo, sostenuta da una maggioranza consiliare di otto consiglieri su tredici, dovrebbe trovare ostacoli nel passaggio assembleare?
La risposta porta due nomi e un’inchiesta. Il primo nome è quello di Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista del Monte, contrario alla fusione perché il suo obiettivo non è mai stato Mediobanca: è Generali, il «forziere del risparmio italiano», di cui Piazzetta Cuccia custodisce il tredici per cento. Ottantatré anni e nessuna intenzione di ritirarsi: messo all’angolo in Mps, l’editore del Messaggero ha visto arrivare alla guida di Mediobanca Alessandro Melzi d’Eril — quello che molti osservatori leggono come un uomo a lui riconducibile — secondo la logica per cui si perde una battaglia per controllare meglio il campo dell’altra. È la fotografia di un’alleanza che si è rotta: la linea che sembrava unire stabilmente Delfin e Caltagirone si è spezzata, ed ex alleati sono diventati avversari.
Il secondo elemento è quello che a Siena si preferisce non nominare ad alta voce, e che invece pesa più di ogni concambio. Caltagirone, Milleri e lo stesso Lovaglio sono indagati dalla Procura di Milano per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza nell’operazione con cui Mps ha acquisito Mediobanca. Secondo l’accusa, tra Delfin e il gruppo Caltagirone esisteva fin dal 2019 una “volontà comune” di assumere il controllo di Generali, mai resa trasparente al mercato. Lovaglio vi figura come “concorrente esterno” e “facilitatore”: secondo i magistrati non avrebbe agito nell’interesse di Mps, ma avrebbe fornito un “contributo causale” all’ipotesi di manipolazione. Lo stesso procuratore Viola ha avvertito che i tempi dell’inchiesta “non saranno brevissimi”. Un’indagine che, mentre i consiglieri contano i voti, lavora sul materiale sequestrato.
Tutto questo dà un senso preciso al ritardo. Non è prudenza tecnica, è il riflesso di una contraddizione che nessun premio del tre per cento può sciogliere: la fusione vince in consiglio e rischia in assemblea, perché in assemblea il capitale parla con voce diversa da quella del board. I fondi internazionali — Blackrock, Norges — che si dice nutrano perplessità sulle sinergie non sono spettri evocati dal gossip: sono il segnale che la promessa dei settecento milioni di sinergie a regime, costruita su carta da Deloitte, Kpmg e McKinsey, dev’essere ancora venduta a chi non ha interessi senesi da difendere.
E allora vale la pena registrare l’unica voce che, in questa partita, ha parlato chiaro proprio mentre tutti tacevano. Giovanni Bazoli, dal Festival dell’Economia di Trento, ha osservato che è “tutto incertissimo cosa faranno di Mediobanca”, che il Monte “ha vinto dove altri non erano riusciti a vincere”, ma che “tra i vincitori è nata una divergenza assoluta”, con il consiglio diviso a metà. È la diagnosi più lucida che si potesse pronunciare: la vittoria ha consegnato ai vincitori la loro guerra civile.
Resta, sullo sfondo, l’ipotesi che già infiamma le pagine economiche — il terzo polo, l’asse Mps-Banco Bpm che dovrebbe affiancarsi a Intesa e Unicredit. Ma quella strada passa per un convitato decisivo, Crédit Agricole, primo azionista del Banco con quasi il ventitré per cento, e soprattutto presuppone che la prima digestione sia conclusa. Baloccarsi sulla seconda fusione prima di aver perfezionato la prima è un esercizio di letteratura finanziaria: deve passare ancora molta acqua sotto i ponti dell’Arbia.
C’è qualcosa di profondamente senese in questa vicenda, e non lo dico per campanile. Il Monte è da sempre lo specchio in cui la città legge i propri rapporti di forza con il mondo, e ogni volta che sembra aver risolto la propria identità la ritrova messa in discussione dall’esterno — dalla politica romana, dalla finanza milanese, oggi dalla magistratura. Lo stesso Caltagirone teme che il matrimonio con Milano significhi per Siena una perdita d’identità, lo spostamento del baricentro verso Piazza Meda. È un timore che, sotto la patina del risiko, tocca una corda antica.
Lovaglio sa che non può permettersi di perdere quel voto: una bocciatura assembleare lo costringerebbe alle dimissioni. Per questo l’assemblea non si convoca finché i numeri non sono certi. Ma rinviare un appuntamento per essere sicuri di vincerlo è, in fondo, il modo più elegante di confessare che non si è sicuri di averlo già vinto. Le strade portano davvero tutte a Siena. È che, per ora, si fermano alle porte di Rocca Salimbeni — e nessuno ha ancora le chiavi dell’assemblea.





