
Giovedì 26 febbraio alle ore 21, alla saletta comunale, con invito formale al gruppo consiliare di minoranza “Oltre il Ponte”
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Italia sotto pressione: conflitti politici, diritti civili e nuove linee di frattura
27 Febbraio 2026
L’operazione denominata “Ghazab lil-Haq” – “ira giusta” – segna un nuovo punto di tensione lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan. Secondo l’emittente TOLOnews, il portavoce dell’Emirato islamico Zabihullah Mujahid ha dichiarato che Kabul risponderà militarmente ai raid aerei pakistani, definiti “imperdonabili”. Islamabad, dal canto suo, sostiene di colpire basi di gruppi armati responsabili di attacchi oltre frontiera. La dinamica è quella già vista in passato: accuse reciproche, bombardamenti mirati, rappresaglie lungo la linea Durand. Ma il lessico scelto – “ira giusta” – segnala un salto simbolico. Non solo risposta tattica, ma rivendicazione morale.
Il rischio è che l’instabilità afgano-pakistana si inserisca in una fase più ampia di riallineamenti regionali. A Ginevra, mentre si discuteva di sicurezza, si tenevano colloqui tra Stati Uniti e Iran. L’Oman ha parlato di “progressi significativi”, ma le versioni divergono. Il ministro iraniano Abbas Araghchi ha confermato un avanzamento tecnico; fonti americane descrivono invece richieste molto dure e un rafforzamento parallelo della presenza militare statunitense nell’area. La diplomazia procede, ma sotto l’ombra della deterrenza. È un equilibrio sottile: evitare la guerra mostrando la disponibilità a combatterla.
Sempre a Ginevra, Washington e Kiev hanno discusso ricostruzione e prospettive negoziali con Mosca, mentre Russia e Ucraina si scambiavano i corpi dei soldati caduti. Un gesto umanitario che non modifica la sostanza del conflitto ma ne ricorda il costo. La guerra continua a essere combattuta sul terreno e trattata nei corridoi diplomatici, in una doppia dimensione che definisce l’intero scenario globale.
Nel Corno d’Africa, intanto, tornano segnali inquietanti dal Tigray. Dopo la tregua del 2022, il riaccumulo di truppe etiopi ai confini della regione fa temere una ripresa delle ostilità. Le tensioni locali si intrecciano con rivalità regionali più ampie – Eritrea, Sudan, Somalia – trasformando il Tigré in un potenziale detonatore per l’intera area. La fragilità degli accordi di pace africani, spesso sostenuti da equilibri precari e pressioni esterne, mostra quanto sia difficile consolidare una stabilità duratura.
Sul versante americano, la politica interna si intreccia con la geopolitica. Le indiscrezioni su un possibile cambio di regime a Cuba trovano sponde nell’amministrazione Trump, che segnala un approccio più aggressivo verso l’Avana. Parallelamente, emergono tensioni istituzionali negli Stati Uniti: pressioni per dichiarare uno stato di emergenza in materia elettorale, scontri politici sulle deposizioni legate al caso Epstein, fino alle dimissioni del presidente del World Economic Forum dopo rivelazioni sui suoi legami con lo stesso Epstein. Il quadro è quello di una democrazia attraversata da conflitti interni che incidono anche sulla credibilità internazionale.
In questo contesto si inserisce la scelta della società di intelligenza artificiale Anthropic di non concedere al Dipartimento della Difesa statunitense un uso illimitato delle proprie tecnologie. È un segnale importante: la corsa globale all’AI non è solo competizione industriale, ma terreno di confronto etico e strategico. Il rapporto tra innovazione privata e potere militare diventa uno dei nodi centrali del nuovo ordine tecnologico.
Infine, l’Unione europea. Bruxelles ha chiarito che i fondi UE potranno essere utilizzati dagli Stati membri per finanziare aborti sicuri, sostenendo la campagna “My Voice My Choice”. Ma la competenza resta nazionale. Ancora una volta, l’Europa si muove tra affermazione di principi comuni e limiti strutturali della propria architettura politica.
Se si osservano insieme questi eventi – l’escalation afgana, la diplomazia iraniana, la guerra ucraina, le tensioni nel Tigray, le fratture americane, il nodo dell’AI, le ambiguità europee – emerge un filo rosso: il sistema internazionale vive una fase di transizione instabile. Le guerre non sono più solo conflitti locali; diventano tasselli di un mosaico globale in cui potenze regionali, attori non statali, tecnologie emergenti e opinioni pubbliche si influenzano reciprocamente.
“Righteous Fury” non è soltanto il nome di un’operazione militare. È la cifra retorica di un tempo in cui ogni attore giustifica la propria azione come necessaria e morale. Ma quando tutti rivendicano la giustizia della propria ira, la diplomazia rischia di restare l’unico spazio fragile in cui evitare che le tensioni si trasformino in conflitti irreversibili.





