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L’Italia attraversa una fase di tensione meno spettacolare di altri scenari internazionali, ma non meno significativa. Non ci sono raid aerei né scambi di prigionieri, ma il conflitto si esprime attraverso atti normativi, scontri istituzionali, campagne referendarie e polarizzazioni culturali. Il terreno è quello della legittimità democratica e dell’equilibrio tra poteri.
A Palazzo Chigi, il governo guidato da Giorgia Meloni insiste su una linea di rafforzamento dell’esecutivo, con la riforma del premierato come architrave del progetto istituzionale. L’argomento è la stabilità. La critica, proveniente da ampi settori dell’opposizione e del costituzionalismo accademico, è che si rischi un’alterazione dell’equilibrio tra Parlamento e governo. La riforma non è solo tecnica: ridefinisce il rapporto tra rappresentanza e decisione.
Nel frattempo, nell’aula di Palazzo Montecitorio, la dialettica parlamentare si fa più aspra su giustizia, autonomia differenziata e politiche migratorie. L’autonomia regionale, in particolare, riapre una frattura storica tra Nord e Sud, con timori di un aumento delle diseguaglianze territoriali. La promessa è l’efficienza; il rischio è la frammentazione.
La questione dei diritti civili torna centrale. Sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza, l’Italia resta formalmente garantista grazie alla legge 194, ma l’accesso effettivo varia profondamente tra regioni. Il dibattito si riaccende ogni volta che emergono iniziative locali o pressioni culturali che sembrano restringere, di fatto, l’esercizio di un diritto già riconosciuto. La linea di confine non è giuridica, ma sociale.
Anche la giustizia è terreno di scontro. La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, sostenuta dalla maggioranza, viene presentata come misura di equilibrio; per una parte della magistratura e dell’opposizione rappresenta invece un potenziale indebolimento dell’autonomia. In questo scenario, la Corte Costituzionale rimane il presidio ultimo, chiamata sempre più spesso a dirimere conflitti che la politica non riesce a comporre.
Sul piano economico e sociale, il conflitto assume forme meno ideologiche ma altrettanto profonde. Il lavoro povero, la precarietà diffusa e la stagnazione salariale alimentano una tensione sotterranea. Le misure sul salario minimo, sul reddito e sulle politiche attive dividono maggioranza e opposizione, ma soprattutto mettono in luce una difficoltà strutturale: la crescita italiana resta fragile, e la redistribuzione è oggetto di scelte politiche nette.
Infine, la dimensione culturale. L’Italia vive una polarizzazione crescente su memoria storica, identità nazionale, ruolo dell’Europa. Le controversie su celebrazioni, intitolazioni, finanziamenti pubblici alla cultura non sono episodi marginali: rivelano una competizione simbolica su cosa significhi oggi essere una comunità politica. Il conflitto non è solo tra partiti, ma tra narrazioni.
Non c’è un’“operazione ira giusta” dichiarata. Eppure il lessico pubblico si radicalizza, le posizioni si irrigidiscono, il compromesso diventa sospetto. La democrazia italiana non è in stato di emergenza, ma attraversa una fase di ridefinizione profonda. Il punto non è se il conflitto esista – è fisiologico in una società pluralista – ma se le istituzioni sapranno assorbirlo senza trasformarlo in frattura permanente.
L’Italia non è un teatro di guerra. È un laboratorio di tensioni democratiche. Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva: non nella forza, ma nella capacità di tenere insieme stabilità e pluralismo, decisione e controllo, identità e diritti.





