
L’Europa che non c’è
3 Marzo 2026
L’utopia del possibile tra sinistra e democrazia
3 Marzo 2026LOTTA ALLO SPOPOLAMENTO
Nelle aree interne gli istituti contribuiscono a creare senso di comunità. E la Chiesa fa la sua parte
Fare scuola nelle aree interne d’Italia non solo è possibile, ma è addirittura necessario per non far morire centinaia di paesi «dove la scuola è di tutti e tutti si sentono ancora comunità, grazie anche ad una scuola»: così Giuseppe Sommario, ricercatore della Cattolica di Milano e direttore del Festival delle Spartenze, a margine del convegno organizzato nei giorni scorsi a Colli al Volturno, borgo molisano di 1200 abitanti dove una scuola c’è ancora, una tra le 1500 dei piccoli paesi. Così come a Paludi e a Propalati, borghi del Cosentino che insieme fanno duemila abitanti, che pure si aggrappano alla scuola come simbolo di “restanza” e dove a maggio verranno organizzati altri due convegni simili dal gruppo di ricercatori coordinati da Sommario «perché ogni ricerca è soprattutto un viaggio. E così ogni volta arriviamo un paio di giorni prima nei paesi per incontrare un po’ tutti, dai sindaci ai docenti. Quello che sta emergendo è che quando parliamo di scuole delle aree interne non possiamo non tener conto di un doppio binario: l’aspetto didattico- pedagogico e la parte amministrativa interessata all’istruzione, in paesi dove c’è voglia di aiutarsi, di venirsi incontro, altro che rassegnazione. Paesi dove la scuola non a caso è accanto al municipio e dove tutta la comunità è educante, a cominciare dagli anziani e passando da docenti pieni di passioni e competenze, che non guardano all’orologio terminare le lezioni, che coinvolgono i ragazzi con tante altre attività. Certo, ci sono problemi obiettivi, dai trasporti al divario digitale fino alla denatalità, che mettono a rischio la sopravvivenza delle piccole scuole, ma, ad esempio, le pluriclassi possono essere una risorsa. Nella nostra ricerca stiamo cercando di capire anche quale valore aggiunto possono portare gli emigrati, con figli e nipoti molto legati alle origini, per far vivere le aree interne, perché siano dei “luoghi utopici”, dove si può essere ancora felici. Se cominciamo a guardare il centro dalle periferie, come diceva papa Francesco, il centro diventa anche più bello».
Una citazione che porta di filato al ruolo della Chiesa italiana, che tanto si sta occupando delle aree interne, e che al convegno di Colli al Volturno è stata chiamata fortemente in causa, con il saluto portato da Camillo Cibotti, vescovo di Isernia-Venafro e presidente della Conferenza episcopale di Abruzzo-Molise, e la relazione di Francesco Savino, vicepresidente della Cei e vescovo di Cassano allo Jonio, chiamato a rispondere alla domanda da un milione di dollari: “C’è ancora domani per le scuole delle aree interne?”. Un domani che il presule ha tratteggiato come «un orizzonte di aspettative. E quando un territorio perde questo orizzonte, non perde soltanto abitanti, ma energia sociale, fiducia, linguaggio». Savino ha quindi proposto delle linee operative, ad iniziare da un regime speciale per le scuole delle aree interne «non per creare privilegi, ma per realizzare giustizia».
La Chiesa, ha aggiunto Savino, è chiamata a stare accanto alla scuola «non con logica di supplenza, ma di alleanza generativa: mettere a disposizione spazi, relazioni, ascolto, volontariato competente; presidiare l’adolescenza con proposte educative pomeridiane; sostenere famiglie fragili con accompagnamento e non assistenzialismo; costruire reti tra parrocchie, associazioni, biblioteche, centri culturali. Sì, c’è domani se trasformiamo la domanda in decisione. Una comunità non si salva trattenendo i giovani con la forza, ma si salva offrendo ragioni credibili per restare, o per tornare. E questo, nelle aree interne, si chiama anzitutto: scuola».





