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5 Maggio 2026
Lo Stretto e il Mondo
5 Maggio 2026I centri di potere a Siena. Appunti per una mappa — I
di Pierluigi Piccini
C’è una città che si vede e una città che decide. A Siena, come forse in nessun altro luogo d’Italia di analoghe dimensioni, la distanza tra le due è diventata abissale. La città che si vede è quella della politica: il Consiglio comunale, la Giunta, le commissioni, le delibere, i comunicati stampa, i capigruppo che inveiscono in aula e i sindaci che inaugurano. La città che decide è un’altra cosa. È fatta di sodalizi storici, di fondazioni private, di nomine incrociate, di reti notabilari che attraversano i decenni senza farsi toccare dal voto. La politica, in questo schema, non è il potere. È l’ornamento del potere.
Lo dico con la franchezza che viene dall’aver vissuto quella città dall’interno, non come denuncia ma come fatto di struttura. Ho imparato a distinguere le stanze che contano da quelle che appaiono, e la distanza tra le due non si misura in metri ma in anni di frequentazione.
Il sistema che era
Per capire Siena oggi occorre capire cosa è stata Siena fino alla fine del Novecento. Esisteva allora un sistema coerente: la Banca Monte dei Paschi era la spina dorsale economica della città e del suo territorio, il Comune ne era il referente politico legittimato, le istituzioni culturali erano satelliti di una costellazione che aveva un centro di gravità riconoscibile. Il PCI prima, il PDS poi, esercitavano una funzione egemonica nel senso gramsciano del termine: non solo vincevano le elezioni, ma interpretavano gli interessi generali della città in modo abbastanza credibile da raccogliere consenso anche oltre i propri confini naturali.
In quella stagione il sindaco non era un ornamento. Era il punto in cui convergevano i fili: quelli bancari, quelli culturali, quelli identitari, quelli civici. Poteva fare da mediatore tra la Banca e le Contrade, tra l’Università e la Fondazione ancora nascente, tra la tradizione e il cambiamento. Ho vissuto quegli anni come sindaco, e so cosa significa dover tenere in mano quei fili contemporaneamente: non era un esercizio di potere, era un esercizio di equilibrio. Permanente, faticoso, e possibile solo finché le condizioni strutturali lo permettevano.
Quel sistema aveva un difetto che solo il tempo ha reso visibile: era troppo dipendente da un’unica risorsa e da un’unica cultura politica. Quando la Banca ha perso la testa con l’acquisizione di Antonveneta e il disastro che ne è seguito, il sistema non aveva anticorpi. È collassato tutto insieme: la fiducia, le risorse, la capacità progettuale, la coesione delle élite. Negli anni successivi Siena non ha ricostruito un centro. Ha prodotto frammenti.
La Fondazione come sostituto imperfetto
Il frammento più potente è la Fondazione Monte dei Paschi. Con un patrimonio netto di circa 593 milioni di euro e undici milioni di erogazioni annue concentrate per oltre l’ottanta per cento nella provincia, è oggi il principale erogatore privato del territorio. Chiunque voglia realizzare qualcosa di significativo — un progetto culturale, un’iniziativa sociale, un’infrastruttura scientifica — deve prima o poi passare per Palazzo Sansedoni. Questa centralità è reale. Ma è un potere senza la legittimità politica che aveva il Comune nella stagione precedente.
La Fondazione non è eletta da nessuno. I suoi organi sono il prodotto di un sistema di designazioni in cui siedono il Comune, la Provincia, la Regione, l’Arcidiocesi, le due Università, la Camera di Commercio. Ognuno porta il suo peso, nessuno porta la responsabilità dell’insieme. Il risultato è un’istituzione che governa risorse considerevoli con una legittimità derivata e frammentata, esposta a ogni stagione politica perché le nomine si spostano al cambiare degli equilibri negli enti designanti. Non è necessariamente un male: le fondazioni bancarie esistono in tutta Italia e svolgono funzioni che il mercato non garantisce e lo Stato non riesce più a finanziare. Il problema è che nessuno — né la Fondazione né il Comune — esercita più la sintesi. Ognuno presidia il proprio perimetro.
Il potere invisibile
Accanto alla Fondazione, e più antico di essa di diversi secoli, esiste a Siena un tipo di potere che la cronaca politica quasi mai considera e che tuttavia è forse il più duraturo: quello dei sodalizi storici che aggregano trasversalmente la notabilità cittadina.
Non si tratta di istituzioni potenti nel senso corrente del termine. Non hanno risorse comparabili a quelle bancarie. Non hanno potere esecutivo. Non emettono delibere che cambiano il destino della città. Eppure svolgono una funzione che né la politica né il mercato riescono più a produrre: costruiscono fiducia tra persone che poi si ritrovano in altri tavoli decisionali. Sono i luoghi in cui il medico incontra il notaio, il notaio incontra il dirigente pubblico, il dirigente pubblico incontra il musicologo, il musicologo incontra l’imprenditore agricolo — e tutti si misurano, si riconoscono, stabiliscono relazioni che attraversano le stagioni politiche senza dipendere da esse.
Alcuni di questi sodalizi hanno radici medievali. Hanno attraversato soppressioni leopoldine, occupazioni francesi, unità nazionale, fascismo, Repubblica. La loro durata non è un dato antiquario: è un argomento di potere. Ciò che sopravvive a tutto possiede una forma di legittimità che nessuna elezione può conferire e nessuna sconfitta elettorale può togliere.
Ho imparato a guardare la composizione di questi consigli con attenzione, e la pazienza di farlo ripaga abbondantemente. Rivela qualcosa che le analisi degli equilibri politici locali sistematicamente trascurano: che i nomi che contano nelle commissioni culturali, nelle deputazioni delle fondazioni, negli organi delle istituzioni cittadine tendono a ritrovarsi negli stessi ambienti di sociabilità da decenni. Non perché qualcuno li abbia convocati. Perché si conoscono da prima, si fidano, e quella fiducia precede e sopravvive a qualunque incarico formale. Non è una cospirazione. È una sociologia. È il modo in cui una città di dimensioni medie, con una storia lunga e un’identità fortissima, si autogoverna al di sotto della superficie istituzionale visibile.
Questo tipo di potere — orizzontale, reticolare, basato sull’appartenenza condivisa a una storia lunga — è quello che la politica non riesce più a generare. I partiti non producono comunità di destino. Producono coalizioni di interesse temporanee, aggregati elettorali che si sciolgono dopo il voto come neve al sole di marzo. Le istituzioni storiche, invece, producono ancora appartenenza. E l’appartenenza è il presupposto di ogni potere duraturo.
(continua)





