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Tredici anni sono un tempo lungo. Abbastanza per archiviare due volte, abbastanza per lasciare che una famiglia portasse da sola il peso di una verità che nessuno sembrava voler cercare. Ma qualcosa, nelle ultime settimane, si è mosso. E il caso della morte di David Rossi, manager della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013, torna a occupare il centro della scena giudiziaria e mediatica italiana con una forza che nessuna delle precedenti riaperture aveva avuto.
La svolta, questa volta, porta la firma di due perizie tecniche commissionate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta: quella presentata a dicembre e quella più recente, depositata il 24 febbraio. I due esperti incaricati — un medico legale e un ufficiale del RIS dei Carabinieri — hanno esaminato le ferite riscontrate sul corpo di Rossi e sono giunti a conclusioni che, stando a quanto trapelato, renderebbero incompatibile l’ipotesi del suicidio. In particolare, i segni sul polso risulterebbero compatibili con una presa esterna, esercitata prima della caduta. La perizia più recente ipotizza inoltre che fatti violenti si sarebbero verificati nell’ufficio del manager nella stessa notte della morte.
Sono elementi di enorme portata, che la Commissione ha deciso di trasmettere formalmente alla Procura di Siena. L’ufficio di presidenza si è riunito proprio per deliberare l’invio degli atti, accompagnati dalla relazione di metà mandato che, nelle intenzioni dei commissari, esclude in modo definitivo l’ipotesi suicidiaria. Il presidente della Commissione ha dichiarato senza ambiguità che nella relazione viene indicata apertamente la parola omicidio.
La Procura di Siena, dal canto suo, si era già mossa. In una nota di febbraio, il procuratore capo aveva riferito che l’ufficio aveva “tempestivamente posto in essere quanto di propria competenza” dopo aver appreso dai media di nuovi elementi emersi nell’ambito dei lavori della Commissione. Un comunicato dalla formulazione prudente e priva di dettagli, che non specificava né la natura dell’attività avviata né l’eventuale apertura di un fascicolo e per quale reato. Il necessario riserbo investigativo, si spiegava, impediva ulteriori informazioni.
Ma le voci si sono fatte più precise. Secondo quanto riferito dal presidente della Commissione, un fascicolo sarebbe stato aperto già verso la fine di dicembre. Non è stato chiarito se si tratti di un’indagine per omicidio — il che costituirebbe una novità assoluta, dato che le due precedenti inchieste erano state entrambe aperte per istigazione al suicidio e poi archiviate — ma la direzione sembra inequivocabile. Per la prima volta nella storia di questo caso, si starebbe valutando di iscrivere nel registro degli indagati persone per il reato più grave.
L’avvocato della famiglia, che da anni assiste la moglie e la figlia di Rossi, aveva denunciato in televisione la presunta inerzia della Procura senese, lamentando anche la mancanza di risposta a un’istanza presentata per conoscere lo stato delle indagini preliminari. La risposta pubblica del procuratore era arrivata pochi giorni dopo, con quella nota dalla formulazione prudente ma sostanzialmente priva di contenuti concreti. Un botta e risposta che ha contribuito ad alzare la tensione attorno a una vicenda che non si è mai davvero spenta nell’opinione pubblica, ma che ora torna in primo piano con argomenti tecnici di ben altra consistenza rispetto al passato.
Il 6 marzo, data anniversario della morte, Siena è destinata a diventare per un giorno il centro dell’attenzione mediatica nazionale. Giornalisti e troupe televisive sono attesi da ogni parte d’Italia. Verrà presentato all’Archivio di Stato un video che ricostruisce quanto sarebbe accaduto all’interno dell’ufficio, e sarà reso pubblico un ulteriore elemento oggettivo — rimasto a lungo nella memoria di molti, stando a quanto anticipato — che si aggiunge al quadro già delineato dalle perizie.
La famiglia ha sempre sostenuto che David Rossi non si è tolto la vita. Lo ha fatto nei tribunali, nelle audizioni parlamentari, davanti alle telecamere. Per anni quella posizione è apparsa solitaria, contraddetta dagli esiti delle inchieste ufficiali. Oggi, se le perizie reggono all’esame del dibattimento e se la Procura dovesse effettivamente aprire un procedimento per omicidio, quella posizione si troverebbe per la prima volta avallata da documenti tecnici formalmente trasmessi all’autorità giudiziaria competente.
Resta ancora molto da chiarire. Le domande sui possibili moventi e sulle circostanze della morte sono quelle che le indagini — se ci saranno — dovranno tentare di rispondere. Il contesto in cui il manager operava, quello di un istituto bancario attraversato da turbolenze finanziarie e da inchieste giudiziarie di rilievo, ha sempre alimentato le ipotesi più diverse. La Commissione parlamentare, nel proprio mandato, ha esplorato anche filoni collegati all’attività dell’ufficio di Rossi e a possibili ragioni esterne alla vicenda personale del manager.
Tredici anni dopo, la verità non è ancora scritta. Ma per la prima volta sembra che qualcuno — con i mezzi e i poteri per farlo — stia davvero cercando di trovarla.





