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Il fatto centrale: Khamenei è morto
La notizia che struttura tutto il resto è questa. Il WSJ ricostruisce l’operazione che ha ucciso il Leader Supremo iraniano — un’azione israeliana che non è solo militare ma sistemica: distruggere lo Stato di polizia iraniano per aprire la strada a una rivolta interna. Il figlio di Khamenei emerge come candidato alla successione, il che significa che la Repubblica Islamica affronta simultaneamente una guerra esterna e una crisi di legittimità interna. È un momento tettonico.
La guerra americana
I soldati statunitensi muoiono. Il NYT li nomina, uno per uno — quel gesto giornalistico che trasforma la guerra in costi umani concreti. Ma Trump, secondo sempre il NYT, non vuole applicare la dottrina “you break it, you own it”: vuole i benefici dell’azione militare senza la responsabilità del giorno dopo. Un vuoto enorme si apre su cosa accade all’Iran post-regime.
Hormuz e il mondo
La posta economica globale è lo Stretto di Hormuz. L’Iran rivendica sovranità sulle proprie acque territoriali — lo dice Al-Akhbar — e il trasporto marittimo mondiale è a rischio. La BBC lo documenta: petrolio, gas, container. Le conseguenze sull’inflazione globale potrebbero durare più della guerra stessa.
I paesi del Golfo
Sono nella posizione più scomoda. Dipendono dalla protezione americana, ma non possono essere visti come complici di un attacco contro l’Islam sciita. La BBC riporta che per loro “tutte le linee rosse sono state superate”. La Siria intanto rafforza i propri confini con Libano e Iraq — segnale che l’onda d’urto si espande.
L’Europa assente
I governi occidentali evacuano i propri cittadini dal Medio Oriente — è la notizia di apertura del NYT, e già in quella immagine c’è tutto: l’Occidente che si ritira fisicamente da una crisi che non riesce a governare politicamente.
L’Europa emette comunicati. La BBC si chiede perché i leader europei non riescano a parlare con una voce sola, e la domanda merita una risposta onesta, non diplomatica.
Il primo livello è istituzionale. La politica estera europea non è comunitaria: è intergovernativa. Ogni posizione comune richiede l’unanimità dei ventisette. Basta un paese — Ungheria, Slovakia, chiunque abbia un rapporto speciale con Washington o un interesse energetico particolare — per bloccare qualsiasi dichiarazione che abbia sostanza. Il risultato strutturale è che l’Europa può parlare solo quando non dice nulla di importante.
Il secondo livello è storico. Ottant’anni di delega della sicurezza alla NATO hanno prodotto un atrofismo strategico profondo. I muscoli del giudizio geopolitico autonomo non si sono sviluppati. Si sa come stare al tavolo quando gli americani guidano. Non si sa cosa fare quando gli americani fanno cose che si disapprovano ma da cui si dipende militarmente, energeticamente, commercialmente.
Il terzo livello è specificamente iraniano, e brucia. Molti paesi europei — Francia, Germania, Regno Unito — avevano investito anni di capitale diplomatico nel JCPOA, l’accordo nucleare che Trump aveva già distrutto nel 2018. Ora si trovano a commentare una guerra che è anche il funerale definitivo di quella scommessa. Il silenzio ha qualcosa di una vergogna taciuta.
Il quarto livello è trumpiano. Le Monde lo dice chiaramente: Trump usa la guerra per fare selezione tra europei buoni e cattivi. La Spagna è già nel mirino — “un pessimo partner”, i commerci interrotti. Questo produce nei governi europei un calcolo freddo e umiliante: parlare troppo forte rischia di finire nella lista dei cattivi. Meglio il silenzio che la punizione commerciale. È ricatto, e funziona.
Quello che manca, alla fine, non è il coraggio dei singoli leader. È il soggetto collettivo. L’Europa come attore politico unitario non esiste ancora — esiste come mercato, come moneta, come sistema di regole. Ma sulla guerra e sulla pace, i ventisette sono ancora ventisette storie nazionali che si guardano l’una con l’altra aspettando che qualcuno parli per primo. E nessuno parla per primo, perché parlare per primo significa esporsi su tutti e quattro i livelli contemporaneamente.
Il risultato è questo: mentre il Medio Oriente brucia, lo Stretto di Hormuz si chiude e Trump ridisegna le alleanze a suo piacimento, l’Europa evacua i propri turisti e aspetta che qualcun altro decida il mondo.
La verità in guerra
Il pezzo più inquietante viene dal Financial Times: l’intelligenza artificiale sta trasformando le immagini satellitari in disinformazione bellica. In questa guerra non si sa già più cosa è reale. La prima vittima, come sempre, è la capacità di giudizio.
Una guerra che cambia un regime, chiude uno stretto, divide un’alleanza e falsifica la realtà. Il 4 marzo 2026.





