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Per anni giornalisti, analisti e attivisti hanno cercato di dimostrare quanto la cosiddetta “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele influenzasse la politica estera americana. Hanno seguito i flussi di denaro del lobbying, ricostruito reti di influenza a Washington e denunciato interferenze politiche. Oggi, però, non servono più lunghe inchieste: alcuni dei principali esponenti dell’amministrazione americana lo hanno detto apertamente.
Secondo diverse dichiarazioni pubbliche di funzionari vicini a Donald Trump, gli Stati Uniti sono entrati nella guerra contro l’Iran anche perché Israele era pronto ad attaccare comunque. Se ciò fosse avvenuto senza un coinvolgimento diretto americano, la risposta iraniana avrebbe colpito non solo Israele ma anche basi e personale militare statunitense presenti nella regione. Di fronte a questo scenario, Washington avrebbe scelto di intervenire in anticipo.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che l’intelligence americana sapeva che un’azione israeliana era imminente e che l’Iran avrebbe reagito anche contro obiettivi statunitensi. Per questo l’amministrazione ha deciso di colpire prima, nel tentativo di ridurre le perdite e controllare l’escalation. Una lettura simile è stata offerta anche dallo speaker della Camera Mike Johnson, secondo cui Israele era determinato ad agire “con o senza gli Stati Uniti”. Anche il senatore Tom Cotton ha confermato questa versione, sostenendo che Israele, di fronte a quella che percepiva come una minaccia esistenziale, era pronto a colpire da solo.
Queste dichiarazioni hanno creato un evidente imbarazzo politico per un’amministrazione che ha costruito gran parte della propria identità sullo slogan “America First”. Ammettere che gli Stati Uniti siano entrati in guerra anche per prevenire un attacco israeliano contraddice in parte quella narrativa. Non a caso, nelle ore successive alcuni esponenti della Casa Bianca hanno cercato di correggere il tiro, sostenendo che la decisione finale sia stata comunque presa da Trump.
Eppure diversi elementi sembrano confermare il ruolo decisivo del governo israeliano. Un’inchiesta del New York Times parla di mesi di pressioni da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu per mantenere Washington su una linea dura contro l’Iran e per impedire che eventuali tentativi diplomatici rallentassero i preparativi militari.
Il risultato è una situazione paradossale: gli Stati Uniti restano la principale potenza militare globale, ma appaiono trascinati in un conflitto che nasce soprattutto da un’altra agenda strategica. Se questa lettura è corretta, Washington non sta combattendo una guerra insieme a Israele, ma una guerra anche per Israele. Un fatto che riapre una domanda destinata a pesare a lungo nella politica americana: chi decide davvero quando gli Stati Uniti entrano in guerra.





