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Questo pezzo nasce leggendo un titolo de La Nazione di sabato: «Rigenerazione urbana, Colle si gioca la sfida in nome della cultura». Un titolo corretto, una notizia legittima. E però, leggendolo, ho pensato subito alla torre dei pomodori.
C’è una torre alta settanta metri che si vede dalla Cassia, appena fuori Siena, in direzione sud. La chiamano la torre dei pomodori, e da decenni è lì, ferma, circondata da capannoni abbandonati e sterpaglie, a fare da fondale involontario alla campagna senese. L’ex IDIT di Isola d’Arbia: un sogno industriale mai nato, un fallimento che ha cristallizzato nel paesaggio la sua stessa forma.
Nel fine settimana appena trascorso, al Teatro del Popolo di Colle di Val d’Elsa, si teneva un convegno sulla rigenerazione urbana culturale. C’erano le formule giuste: «spazi vivi», «comunità», «volano di sviluppo», «identità». La rigenerazione come «processo culturale capace di trasformare gli spazi, rafforzare le comunità e generare nuove economie locali». Tutto vero. Tutto, per questo, quasi sospeso nell’aria.
Pensavo alla torre.
L’anno scorso il Comune di Siena aveva firmato un accordo con una società privata, Red Brick, per cominciare: prima un impianto fotovoltaico sull’area agricola circostante, poi — entro dodici mesi — un progetto di fattibilità per la riqualificazione dell’edificato. Una prima azione concreta, aveva detto il vicesindaco. I pannelli non ci sono ancora. Il progetto di fattibilità non è arrivato. La torre è al suo posto.
Non racconto questo per accusare qualcuno. Lo racconto perché mi sembra che dica qualcosa di preciso su come funziona la distanza tra il linguaggio della rigenerazione e la sua pratica.
Il problema non è la malafede. Il problema è strutturale. Le parole della rigenerazione sono diventate così consensuali, così difficili da contestare, che hanno smesso di costare qualcosa. Dire «restituiamo l’area alla comunità» non impegna nessuno a niente di specifico. Dire «volano di sviluppo territoriale» non richiede di spiegare chi mette i soldi, in che tempi, con quali garanzie. La lingua del convegno e la lingua della delibera comunale si assomigliano molto: entrambe promettono, entrambe rimandano, entrambe lasciano la torre dov’è.
Quello che manca non è la visione. Di visioni, in giro per la provincia senese, ce ne sono fin troppe. Manca qualcosa di più difficile da nominare: la volontà di stare nel problema concreto, nel suo peso specifico, nella sua resistenza. La torre dei pomodori non ha bisogno di una visione che la attraversi. Ha bisogno che qualcuno decida cosa farne davvero — con i soldi veri, i vincoli veri, i conflitti veri tra interessi divergenti.
La rigenerazione urbana, quando funziona, non assomiglia a un convegno. Assomiglia a una lite in una riunione di condominio andata bene. Qualcuno ha ceduto su qualcosa, qualcuno ha ottenuto meno di quanto sperava, alla fine si è firmato qualcosa che nessuno trovava perfetto. Ed è per questo che ha tenuto.
La torre intanto aspetta. E la campagna senese, per chi la percorre da sud, continua ad avere quel fondale lì: settanta metri di cemento e silenzio, così presenti da sembrare quasi un monumento. Non alla rigenerazione. All’intenzione di rigenerare.
Perché questo articolo. La distanza tra la lingua del convegno e lo stato delle cose a pochi chilometri di distanza mi sembrava troppo grande per non essere nominata. Non è una critica a chi lavora sulla cultura — su questo siamo d’accordo. È una domanda sul meccanismo: cosa succede tra il momento in cui si pronuncia la parola rigenerazione e il momento in cui qualcosa cambia davvero?





