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L’intervento di Piero Pelù al Concertone del Primo Maggio è costruito su una struttura retorica precisa: una provocazione in due tempi che si contraddicono deliberatamente.
Il primo tempo è la battuta nera. Mussolini morì il 28 aprile 1945, fucilato con Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra e poi appeso a testa in giù a piazzale Loreto. Siccome il 1° maggio è la Festa dei Lavoratori, Pelù gioca sul fatto che il duce è morto nei giorni immediatamente precedenti: tecnicamente, quasi “sul lavoro”. È un calembour che usa il linguaggio sindacale — la categoria tragicamente attuale dei morti sul lavoro — per smontare ironicamente l’immagine eroica del fascismo.
Il secondo tempo — “ma è un traditore” — è la correzione morale che spezza la risata. Pelù non vuole che la battuta venga fraintesa come una riabilitazione, e lo dice subito: Mussolini fu condannato dalla storia come traditore del paese, degli italiani che aveva trascinato in una guerra perdente e poi in una guerra civile. La parola ha anche una valenza tecnica: i partigiani lo fucilarono esattamente in quanto tale.
L’effetto di gelo in piazza San Giovanni nasce da questa struttura a doppio fondo. La prima parte sorprende, la seconda spiazza chi si aspettava solo la provocazione. Non è ambiguità: è retorica deliberatamente destabilizzante, coerente con una posizione antifascista esplicita e di lunga data. Il modo per aprire un tema scomodo in un contesto festivo, usando lo shock per rimettere le cose al loro posto.





