
Prince – Little Red Corvette
3 Maggio 2026
Attività culturali del Comune di Siena (maggio 2026)
3 Maggio 2026Il coraggio inutile. Montanari a Taranto e il problema della sinistra che si autoassolve
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui la bufera su Tomaso Montanari si è rapidamente trasformata in una discussione su come fare opposizione, lasciando intatta — e anzi rafforzata — la posizione di chi ha parlato. Montanari ha accostato Meloni a Mussolini davanti a decine di migliaia di persone, su un palco istituzionale, il Primo Maggio. E la sinistra, invece di chiedersi perché questo accade, si è divisa tra chi difende e chi corregge — senza che nessuno faccia la domanda davvero scomoda: a chi serve questo gesto?
Nardella ha risposto con il consueto pragmatismo da corrente maggioritaria: non è così che si vincono le elezioni, Meloni va battuta su economia e lavoro. Ha ragione sul risultato, torto sulla diagnosi. Il problema non è che Montanari abbia sbagliato strategia elettorale. Il problema è che ha confuso la categoria storica con lo strumento polemico, e lo ha fatto in un contesto — il Primo Maggio, la piazza, il Concertone — dove la suggestione visiva sostituisce l’argomentazione. Mostrare un montaggio su un maxischermo non è analisi storica. È propaganda, anche quando i contenuti fossero storicamente fondati.
E qui sta il nodo. Il fascismo non è uno spauracchio: è una categoria analitica che richiede rigore, non accostamenti iconografici. Tra Mussolini e Meloni esiste davvero un filo — culturale, retorico, genealogico — che merita di essere descritto con precisione chirurgica, non evocato per analogia visiva. Quando si salta dall’analisi all’immagine, si rinuncia all’unica cosa che la sinistra dovrebbe avere come vantaggio competitivo: la capacità di dire cose vere in modo convincente.
Il sindaco Bitetti — eletto con Pd e Avs — ha fatto la cosa più difficile: ha detto che l’accostamento è sbagliato eticamente e storicamente. È la posizione più onesta. Perché il punto non è se Meloni sia pericolosa (lo è, in modi precisi e documentabili), ma se ridurla a una riedizione del Duce aiuti a capire qualcosa o non serva invece solo a rassicurare chi è già convinto, infastidendo tutti gli altri.
La vera domanda che nessuno ha posto è questa: Montanari parlava alla piazza di Taranto o per sé stesso? Il rettore dell’Università per Stranieri di Siena è una figura pubblica di rilievo, con una responsabilità istituzionale che dovrebbe tradursi in una maggiore, non minore, precisione del linguaggio. Non perché le istituzioni debbano essere neutrali — non lo sono mai — ma perché la credibilità di un’analisi dipende anche dalla misura con cui viene espressa.
La destra ha già risposto, prevedibilmente, con il registro dell’ossessione e del ridicolo. E in questo ha trovato — involontariamente — un alleato nel gesto stesso di Montanari. Perché quando si offre all’avversario l’immagine del maxischermo col montaggio Meloni-Mussolini, gli si consegna esattamente ciò di cui ha bisogno: la conferma che l’opposizione vive di nostalgie antifasciste invece di misurarsi con il presente.
Nardella ha detto che lo scontro antifascismo-fascismo è il terreno preferito da Meloni. È una verità a metà. Quel terreno è preferito da Meloni perché lì lei può giocare alla vittima, alla perseguitata dalla sinistra radical chic che la paragona al Duce. Ma quel terreno esiste solo se qualcuno glielo prepara. E Montanari, ieri sera a Taranto, lo ha preparato con cura certosina.
Il coraggio della verità — parresia, l’avrebbe chiamata Foucault — non è dire cose forti in modo spettacolare. È dire cose precise in modo che chi non è già d’accordo possa ascoltarle. Tutto il resto è teatro. E il teatro, si sa, piace agli attori molto più che al pubblico.





