
R.E.M. – Everybody Hurts
14 Giugno 2026
Tajani: il governo abbandona Siena al suo destino
14 Giugno 2026
Ci sono pagine di giornale che, senza volerlo, dicono più di quanto scrivano. La terza del Corriere di Siena di domenica 14 giugno è una di queste. In alto, a tutta testata, il presidente della Fondazione Mps Riccardo Coppini «punta sull’agricoltura»: l’articolo di Gennaro Groppa lo segue nel consiglio comunale aperto di Rapolano Terme, lo mostra mentre annuncia il giro di incontri con i sindaci del territorio senese e con la presidente della Provincia, mentre indica i tre filoni della Fondazione che verrà — sociosanitario, sviluppo, cultura — e mentre dedica «uno spazio particolare» al settore agricolo, al biologico, ai nuovi metodi di coltivazione, al risparmio d’acqua. In basso, sotto la stessa testata e nello stesso giorno, un altro titolo: «Intesa-Mps, Tajani esclude il Golden Power», con il vicepremier che parla del primo o secondo gruppo dell’Eurozona che nascerebbe per valore. Sopra l’orto, sotto la banca. E l’orto è esattamente ciò che resta in mano quando la banca se ne va.
Vale la pena fermarsi sull’accostamento, perché è più eloquente di qualsiasi commento. Il registro agricolo è il più rassicurante che esista, per la semplice ragione che nessuno è contro la buona agricoltura. È concordia allo stato puro: un linguaggio che non divide perché non decide nulla. E proprio per questo serve a coprire il fatto che l’unica domanda davvero politico-economica — che cosa accada all’istituto di credito che porta nel nome la città — è stata tolta dalle mani del territorio. Lo dice senza infingimenti, nella colonna accanto, lo stesso Tajani: la politica «si limita a fare le regole», non deve scendere in campo, non spetta all’esecutivo impugnare il Golden Power. Al territorio si comunica, con altre parole, la medesima cosa: occupatevi dei campi, le scelte che contano si fanno altrove — a Milano, a Torino, a Bruxelles.
C’è poi, nell’articolo su Coppini, quel pensiero ai giovani — «creare qualcosa per non farli fuggire dal territorio» — che porta con sé un’ironia involontaria quasi dolorosa. L’istituzione che avrebbe potuto trattenerli, la banca come centro di decisione, come finanza, come carriera, è precisamente quella che in queste settimane si sta deterritorializzando. I giovani fuggono perché i centri di decisione fuggono per primi; e alla loro fuga si risponde offrendo l’agricoltura come consolazione per la perdita della cosa la cui partenza è la partenza vera. Si propone il ritorno alla terra a chi vede sparire il capitale.
Nicoletta Fabio, citata nel pezzo, definisce la Fondazione «un alleato essenziale», «non semplicemente un erogatore di risorse, ma un partner dello sviluppo locale». Giuseppe Gugliotti parla di un percorso di condivisione pluriennale reso possibile dalla «ritrovata solidità». Sono formule giuste, e nessuno vuole irriderle. Ma partnership in che cosa, quando l’asset principale — la banca — sta lasciando il tavolo? La condivisione, allora, riguarda i premi di consolazione: i progetti sul biologico, l’irrigazione, la vocazione agricola della provincia. Tutte cose buone, tutte rigorosamente periferiche rispetto al gioco che si decide nelle stesse ore due colonne più in basso.
In fondo, questa pagina è la conferma più nitida di ciò che andiamo sostenendo da mesi. Finché la banca aveva un territorio, la Fondazione poteva parlarne senza ironia. Ora che il territorio è soltanto un ricordo della banca, la Fondazione parla della terra in senso letterale — vigne, oliveti, castagni — come se il suolo potesse sostituire il capitale. È una discesa dalla finanza all’agronomia che ha la forma di una rinuncia travestita da vocazione. E che ai senesi, abituati a leggere fra le righe, non sfuggirà: il nome di Siena resta sull’insegna dell’istituto e nei discorsi sulla terra; la sostanza, ormai, è altrove.





