
Tajani: il governo abbandona Siena al suo destino
14 Giugno 2026
Un Leone per due
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Il cerino, scrive Berti, sta già bruciando. L’immagine è esatta, ma arriva un attimo dopo il fatto. Perché non si è acceso questa settimana, con l’Opas: arde da anni, sottotraccia, come un fuoco che lavora la pietra prima di affiorare. La notizia non è la fiamma. È che finalmente la si guarda.
Le due mozioni di giovedì vanno lette per ciò che hanno in comune. La maggioranza difende «il radicamento territoriale» e «gli interessi della comunità senese»; l’opposizione «la salvaguardia della Banca e del suo legame con Siena». Cambiano i complementi, resta identica la parola: il legame, il territorio. Quando maggioranza e opposizione pronunciano la stessa parola, quella parola ha smesso di indicare un’operazione e ha cominciato a officiare un rito. È diventata liturgia. E la «concordia istituzionale» calata da Palazzo del Governo non fa che fornire il celebrante. Si vota un affetto: un consiglio può votare un affetto, non un controllo che non possiede.
La frase più nitida la dice Angelini, senese, dal rettorato: Bankitalia è «spettatore», farà «il suo mestiere»; e se vogliamo parlare di senesi, «ci togliamo il microfono e la cravatta». Ecco la linea, tracciata con garbo e senza pietà: per parlare di noi bisogna uscire dalla stanza dove si decide. Il legame territoriale è fuori onda.
E allora si guarda la finestra: quella della Rocca su piazza Salimbeni, l’ufficio di Lovaglio, l’asso bisbigliato in via Banchi di Sopra. Ma una città che può solo leggere una finestra chiusa ha smesso di agire e ha ricominciato a fare auguri. Si interpretano i segni perché non si firmano più i documenti. Non a caso il potere vero preferisce il silenzio — Lovaglio «preferisce farlo in silenzio». Dove si decide c’è silenzio; dove non si decide c’è liturgia. L’unanimità più rumorosa segnala la mano più vuota.
Tajani, con la calma di chi non teme contraddittorio, emette il verdetto sulle mozioni: il Governo «ha gestito molto bene», niente Golden Power, scala europea. Il Mef è ancora socio: la sola leva vera è in mano nazionale, e il vicepremier ha già detto che non la tirerà. Da qui la conseguenza che le tre firme non possono evitare. Un atto unitario di Comune, Provincia e Regione — senza interlocuzione nazionale e senza atti concreti che lo traducano in vincoli e contropartite — non è un fatto politico, è un comunicato. Si firma in tre per sembrare uno; ma uno fatto di chi non decide resta zero. La concordia locale è un autografo su una cartolina: bella calligrafia, nessun indirizzo. E il Governo che oggi si supplica è lo stesso che ieri si ringraziava «senza se e senza ma»: chi ti ha rimesso in sella decide anche dove ti porta il cavallo.
Le mozioni non mordono perché parlano la lingua del patto a un evento che è tutto contratto. Il patto lega e obbliga; il contratto scambia valore: azioni, concambi, prepensionamenti. Siena porta al tavolo le parole del patto; sul tavolo c’è soltanto un’Opa. Il cerino brucia in quello scarto.
Resta la beffa che Berti teme: il Mangia a Lovaglio il 15 agosto mentre «Siena scompare dalla carta d’identità della sua Banca». Ha ragione: la paura dei senesi non è nostalgia, va accolta. Solo che il nome è un residuo da tempo; la sostanza se n’era andata prima, in silenzio, senza funerale. Il problema non è avere il cerino in mano: è non essersi accorti che bruciava da prima che ce lo passassero.





