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14 Giugno 2026In apertura. Giovedì 18, alle 18, nella sede di Siena Ideale in via Banchi di sotto 81, si presenta la prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas: l’incontro — «IA e la dottrina sociale della Chiesa» — vedrà gli interventi del cardinale Augusto Paolo Lojudice e di Massimo Bianchi, dell’Università degli studi di Siena. È un’iniziativa decisamente importante, e lo è per la ragione che conta di più: parla di contenuti. Mi sento perciò di portarvi il mio apporto, con queste pagine, nello spirito stesso che la anima — perché discutere un testo nel merito, fin dentro i suoi limiti, è la forma più alta di rispetto che gli si possa rendere. Quello che segue è il mio contributo a quella discussione.
Un Leone per due
di Pierluigi Piccini
Magnifica Humanitas evoca la Rerum Novarum nel nome e nella data, ma ne eredita il gesto, non il metodo. Resta alla superficie — quella dove la critica non disturba nessuno.
La pagina che Avvenire dedica oggi all’intelligenza artificiale, attorno alla prima enciclica di Leone XIV, è onesta e per certi versi coraggiosa. Sceglie il discernimento etico-antropologico: non se usare la tecnica ma come, e con quale orientamento di valore; segnala il rischio della tecnocrazia; oppone alla nuova torre di Babele la città in cui Dio e l’umanità abitano insieme; chiede di “disarmare l’IA”, di sottrarla alla logica del dominio. È un impianto nobile. Ma è una critica che parla dei valori del sistema senza toccarne le strutture, e per questo il sistema può assorbirla tranquillamente: non ne intacca né la logica proprietaria né i meccanismi di rendita. Una tecnologia non è “disarmata” perché è strutturalmente armata — è capitale in forma algoritmica. È ciò che si è imparato a chiamare capitalismo della sorveglianza: la materia prima non è più un giacimento esterno, è l’esperienza vissuta, catturata come eccedenza comportamentale e rivenduta in forma di previsione. Nessuna esortazione, per quanto alta, corregge dall’esterno una logica di valorizzazione che ha questa forma.
Conviene partire dalla cornice, perché è la cornice a dire tutto. L’enciclica esce il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum; il nome scelto, il giorno scelto, il richiamo esplicito alla dottrina sociale che da Leone XIII prende le mosse: nulla è casuale. La continuità non è soltanto affermata, è messa in scena. E proprio la messa in scena ci consegna la domanda giusta: continuità di che cosa? Perché “continuità” può voler dire due cose. Può voler dire continuità di gesto — riprendere il tema, rivendicare la tradizione, riaccendere la questione sociale su una frontiera nuova. Oppure continuità di metodo.
Il metodo della Rerum Novarum, ciò che la rese efficace e non un testo nobile tra i tanti, fu di non fermarsi all’esortazione. Leone XIII non si limitò a dire che l’operaio era persona e non strumento. Nominò un conflitto strutturale — capitale e lavoro — e vi entrò dentro: affermò la proprietà privata ma la vincolò a una funzione sociale, rivendicò il salario giusto, legittimò l’associazione operaia, assegnò allo Stato il dovere di intervenire a tutela del debole contro il forte. Era un documento che si muoveva nei rapporti di forza, non soltanto nelle anime. Misurata su questo, l’enciclica di oggi si ferma un passo prima: disarmare tocca l’uso, la custodia tocca il soggetto, Babele tocca l’orizzonte simbolico. Tutto necessario. Ma l’omologo della questione operaia — chi possiede i mezzi, allora le fabbriche, oggi l’infrastruttura del calcolo, i dati, i modelli — non viene posto con la radicalità che il parallelo pretenderebbe. Si invoca il manto della Rerum Novarum nel giorno della questione della proprietà, e la proprietà si lascia fuori dalla porta.
Ma c’è un livello ancora più in basso, e qui la critica vale per entrambe le encicliche, non solo per la nuova. Sia la proprietà sia la disposizione del soggetto trattano la tecnica come un oggetto: qualcosa che si possiede o si usa, davanti a cui l’uomo resta esterno e già fatto. Il piano che nessuna delle due raggiunge è quello in cui la tecnica non è un oggetto davanti all’uomo, ma una forma di organizzazione sociale che produce l’uomo. È il piano a cui arrivava l’analisi dell’americanismo e del fordismo. La catena di montaggio non era una tecnica da regolare: era la fabbrica di un tipo umano nuovo. La razionalizzazione della produzione esigeva la razionalizzazione di tutta la vita — i salari alti come disciplina, il proibizionismo, le campagne sul costume non come moralismo ma come funzione, il modo di tenere l’equilibrio psicofisico che il lavoro meccanizzato richiedeva. La produzione produce il produttore; il conformismo non è imposto dall’alto, viene interiorizzato, l’operaio si fa da sé l’uomo che la macchina gli chiede di essere. Questa è la profondità. Diritti, salari, perfino la proprietà sono la superficie giuridica che galleggia su questa fabbricazione.
Su questo le due encicliche stanno entrambe a galla. Leone XIII moralizza il rapporto tra capitale e lavoro, ma non vede la fabbrica come apparato che produce una soggettività. E Leone XIV — qui l’ironia si stringe — fa lo stesso proprio nel documento intitolato alla grandezza dell’umano: difende una persona presupposta, un’essenza minacciata dall’esterno, mentre il regime algoritmico non minaccia un’umanità costituita, ne sta organizzando una diversa dall’interno. La custodia presuppone un deposito intatto; non c’è nessun deposito intatto, c’è una forma vivente in riorganizzazione, e ciò che si metabolizza non si custodisce.
C’è una ragione di genere, e spiega perché sia quasi inevitabile. L’enciclica parla alla volontà: usa bene, orienta, custodisci. Ma l’organizzazione sociale è il livello in cui la volontà è già preformata, in cui il conformismo è prodotto prima che la scelta si presenti. Un’esortazione alla volontà non può raggiungere il piano in cui la volontà viene costruita. È ciò che è stato descritto come una governamentalità algoritmica: un governo che non si rivolge al soggetto che delibera, ma lo precede, lavorando su profili e disposizioni, anticipando la condotta prima che diventi scelta. Non incontra mai la volontà di fronte: la forma a monte. Per questo una critica rivolta alla volontà non disturba nessuno: lavora sulla scelta di superficie mentre la riorganizzazione avviene un piano sotto. È lo stesso meccanismo per cui si predica la concordia al livello in cui la concordia è già il risultato fabbricato di un’organizzazione che nessuno nomina.
E così sfuggono perfino le trasformazioni antropologiche — il colmo, per l’enciclica dell’uomo. La memoria si esternalizza: non si trattiene più, si recupera, e con essa l’identità diventa funzione di un archivio che altri curano. Il tempo si rifrange, e l’attenzione lunga — la condizione della contemplazione, dunque anche di una certa preghiera — è incompatibile col flusso. Il desiderio si rovescia: l’oggetto è presentato prima del desiderio, anticipato e modellato. Ma la mutazione più profonda riguarda la situazione stessa. La macchina lavora solo su problemi — frammenti estratti dalle situazioni — e non abita mai la situazione, il contesto vissuto e incarnato da cui i problemi emergono ma in cui non si esauriscono. È vero, ed è decisivo. Solo che la lettura politica che i consolatori non traggono è questa: chi possiede la macchina possiede l’operazione che estrae i problemi dalle situazioni, possiede cioè la cornice, decide che cosa conti come problema risolvibile e che cosa vada scartato come semplice “situazione”. La riduzione della situazione a sequenza di problemi non è un limite della macchina da compiangere: è la forma di potere che la macchina installa. E ciò che vi resiste — il dialogo come esposizione reciproca, l’altro che porta nel discorso qualcosa di non anticipabile, l’errore come segno di una libertà davvero in gioco — è proprio ciò che non si lascia possedere, perché non si lascia estrarre in un problema. Il contrario del dialogo non è il silenzio: è la sua simulazione, la condizione in cui tutto scorre, tutto viene processato, tutto ottiene risposta e nulla trasforma. Quella simulazione non è un incidente di costume: è la forma ingegnerizzata del conformismo nuovo. Sotto tutte, infine, la dissoluzione della soglia: l’antropologico è il dominio dei passaggi — nascita, morte, rito, incontro — e il regime algoritmico lavora alla continuità senza attrito, all’abolizione di ogni soglia da varcare. È, in termini propri, la colonizzazione del patto da parte del contratto: il legame che precede ed eccede le clausole, sostituito dall’accettazione dei termini. Una forma umana ridotta a contratto, senza più patto, è un’altra forma umana.
Va però fatta una concessione, e rende la critica più solida. La posizione fuori dalla storia non è solo un difetto: è ciò che permette di giudicare la mutazione invece di subirla. Una lettura puramente immanente, in cui tutto è metamorfosi e nessuna essenza, perde il terreno da cui dire che una certa trasformazione è una perdita. Il problema non è che l’enciclica tenga un’essenza, ma che la tenga astrattamente: possiede il criterio e rifiuta il lavoro, la fatica di vedere come, in questa organizzazione e non in un’altra, si rifanno la memoria, il desiderio, la relazione. Giudica senza comprendere. E un giudizio che non comprende è di nuovo l’esortazione che non disturba nessuno.
Resta da dire che cosa farebbe un pensiero all’altezza. Comincerebbe dal corpo. Perché la nuvola sembra senza luogo, e ciò che sembra senza luogo spinge il discorso verso l’alto, verso l’antropologico astratto. Ma anche la nuvola ha un corpo — minerali, energia, acqua di raffreddamento, suolo su cui si costruisce — e quel corpo sta su un territorio, dentro una comunità. Qui un pensiero non europeo aiuta più del nostro: non esiste una tecnica neutra e universale, ogni tecnica porta con sé una cosmologia, e la monocoltura planetaria del calcolo appiattisce la pluralità delle cosmotecniche. Rivendicare il corpo territoriale dell’infrastruttura non è municipalismo: è pretendere che il calcolo torni a radicarsi in un cosmo, in una storia, in un luogo, invece di sorvolarli tutti come fossero intercambiabili. Avendo un luogo, il calcolo torna materia di proprietà, di titolo, di restituzione. Da qui la sola carta seria: non la nazionalizzazione, categoria novecentesca inapplicabile a un settore globale e distribuito; non la regolazione dall’esterno, necessaria ma insufficiente perché chi regola insegue sempre chi possiede; ma la partecipazione diretta, il soggetto pubblico che entra nella struttura proprietaria dell’infrastruttura alimentata dalle risorse del territorio. Gli strumenti esistono — la società benefit dal 2016, l’impresa à mission entrata nel diritto francese: figure né puramente pubbliche né puramente private. Manca la volontà politica di applicarli alla frontiera più avanzata del capitalismo, e manca perché chi avrebbe dovuto porre la domanda sulla proprietà ha smesso di porla venticinque anni fa.
È qui l’ironia più istruttiva. La sinistra ha dismesso la categoria di proprietà come residuo ideologico e si è messa a gestire il capitalismo digitale invece di interrogarne le fondamenta. La Chiesa avrebbe la tradizione per porre quella domanda — la Rerum Novarum entrava nei rapporti di forza, chiedeva regole e redistribuzione, non solo conversione dei cuori. Invece presenta la propria enciclica accanto a un cofondatore di Anthropic, ringraziato per l’invito reciproco a camminare insieme: gesto di apertura sul piano simbolico, ma sul piano politico la misura esatta della distanza percorsa, dal giudizio al partenariato. E quanto pesi quel camminare insieme lo si è visto poche settimane dopo, dall’altro lato. Con una lettera del Dipartimento del Commercio, un venerdì pomeriggio, il governo statunitense ha ordinato di sospendere i due modelli più avanzati di quella stessa azienda per ogni cittadino straniero, compresi i suoi dipendenti stranieri; non potendo distinguere gli utenti per nazionalità, l’azienda li ha spenti per tutti, in poche ore, in tutto il mondo. È la prima volta che lo strumento del controllo delle esportazioni, pensato per i chip e l’hardware militare, viene usato contro un software di intelligenza artificiale già distribuito. L’interruttore del più potente strumento di cognizione collettiva è dunque in mano, insieme, a un privato e a uno Stato, e basta una procedura amministrativa perché si spenga per il pianeta. La Chiesa cammina con la prima mano; la prima mano è accesa e spenta dalla seconda; e fra le due tengono l’interruttore del pensiero comune. Dall’episodio qualcuno ha tratto la richiesta di una sovranità tecnologica delle Nazioni, la dipendenza europea messa a nudo: è già un piano più in basso, ma non è ancora il fondo, perché vuole solo un’altra mano sull’interruttore — non riconosce che l’interruttore del pensiero collettivo non dovrebbe essere proprietà esclusiva di nessuno, privato o nazionale che sia.
Resta il nome, e resta la data. Magnifica Humanitas teme la torre di Babele e non guarda chi la sta costruendo, né chi può spegnerla con una lettera. Descrive la tempesta — in termini di dignità — e non descrive il clima. Della Rerum Novarum ha ereditato il nome di Leone; il suo metodo, la sua domanda, no. Eppure la domanda è semplice, e finché nessuno la pone resta sospesa sopra ogni discorso sull’umano: il calcolo è un bene comune. Una volta temevamo di cedere la sovranità sul pensiero collettivo senza nemmeno accorgercene. Adesso sappiamo che non serve nemmeno la distrazione: la si può esercitare alla luce del sole, per lettera, e continuare a non nominarla per ciò che è. O impariamo a trattare il calcolo come il bene comune che è, o ci accorgeremo troppo tardi che la sovranità l’avevamo già consegnata — non di nascosto, ma sotto gli occhi di tutti.
Nota bibliografica. La distinzione tra problema e situazione, e la figura del «Sai» come dispositivo che opera solo sui problemi, vengono da Daniel Andler, Il duplice enigma (Einaudi, 2024); l’idea della vita come emergenza, del «cigno nero» strutturale e dell’errore come tratto propriamente umano, da Piero Dominici, Beyond Black Swans (Springer, 2026). Per la nozione di estrazione dell’esperienza come materia prima si rimanda a Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019); per il governo che precede e preforma la condotta, ad Antoinette Rouvroy e Thomas Berns intorno al concetto di governamentalità algoritmica (2013); per la critica all’idea di una tecnica neutra e universale e per la tecnodiversità, a Yuk Hui e alla sua riflessione sulla cosmotecnica (The Question Concerning Technology in China, 2016, e seguenti). Sullo sfondo, la lettura della tecnica come produzione di un tipo umano è quella di Antonio Gramsci, «Americanismo e fordismo» (Quaderni del carcere, q. 22). I documenti magisteriali discussi sono la Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e la Magnifica Humanitas di Leone XIV (2026). L’episodio della sospensione dei modelli Fable 5 e Mythos 5 è ricostruito a partire dal comunicato dell’azienda e dalla cronaca del giugno 2026.





