
Dietro la collina. De Gregori, l’impegno e la grammatica del silenzio
2 Giugno 2026
The Cars – Just What I Needed
2 Giugno 2026
Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, gli italiani — e per la prima volta le italiane — entrarono in una cabina non per essere protetti, ma per scegliere. È da questa differenza minima e abissale che conviene ripartire, oggi che il calendario ci consegna l’anniversario tondo e che il dibattito si affolla di letture concorrenti. Sembrano dire la stessa cosa, queste letture, e invece dicono cose opposte: la posta in gioco è nientemeno che il soggetto della Repubblica, chi sia e cosa ci si attenda da lui.
Conviene partire da una frase di De Gasperi: con il referendum istituzionale comincia l’era della responsabilità dei cittadini, e chi non intenda assumerla farebbe meglio a restare suddito. Accostiamola all’articolo 1 — l’Italia è una Repubblica democratica «fondata sul lavoro» — e forziamone la lettera in una direzione che mi pare necessaria. Nell’epoca dei mezzi di distrazione di massa e della propaganda algoritmica, la Repubblica resta democratica solo se fondata su un lavoro interiore: studio, informazione di qualità, riflessione. In una parola, cultura. È la cultura a permettere alla mente di distinguere il vero dal falso, il reale dalla finzione. Aveva ragione chi osservò che il suddito ideale del regime totalitario è l’individuo per il quale la distinzione tra fatto e finzione non esiste più. Capovolta, la frase definisce il cittadino: colui che quella distinzione la sa ancora fare, e fatica per farla.
Perché di fatica si tratta, e di una fatica nuova. La non-libertà del nostro tempo non ha più la forma della censura — il muro, il silenzio imposto — bensì quella dell’eccesso. Non ci manca l’informazione: ne anneghiamo. Lo scorrimento perpetuo non ci toglie nulla, ci satura, e un soggetto saturo confonde la quantità degli stimoli con la libertà del giudizio. Il lavoro interiore è precisamente ciò che questa economia dell’attenzione rende difficile: pensare costa, e l’epoca ci offre mille modi indolori per non farlo. La responsabilità di cui parlava De Gasperi, ottant’anni dopo, ha cambiato avversario: non più il manganello, ma la dolce sedazione del flusso continuo.
C’è poi una seconda lettura, che sposta il fuoco dall’articolo 1 all’articolo 3, e fa bene, perché lì la Costituzione è più ambiziosa e più scomoda. Non basta l’eguaglianza formale «davanti alla legge»: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono lo sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione. Noi, eredi fortunati di chi quella carta la scrisse, abbiamo il dovere — non l’opzione — di colmare le diseguaglianze che restano. È la parte non finita del programma. E si annida lì un’ambiguità da non rimuovere: il passaggio, nell’articolo 3, da «cittadini» a «lavoratori». Chi non lavora per il mercato — e per decenni questo ha significato innanzitutto le donne — sembra scivolare ai margini della piena cittadinanza. La Repubblica «fondata sul lavoro» va dunque letta due volte: come dignità del lavorare, e come trappola, se il lavoro diventa l’unico titolo per esistere politicamente.
Permettetemi di leggerlo dall’Amiata, perché è da quassù che certe parole tornano concrete. «Fondata sul lavoro» non è un’astrazione costituente: ha avuto il volto del minatore di Abbadia San Salvatore, di Piancastagnaio e del Sargiolo, di Castell’Azzara e di Santa Fiora, del cinabro, delle gallerie, del fuoco di sotto che ha dato pane e silicosi a intere generazioni. La Repubblica non nacque solo nelle aule romane: nacque nei seggi di ogni comune, anche dei borghi di montagna, dove gente che la scuola l’aveva vista poco mise una croce e con quella croce chiuse un’epoca. Tenere insieme l’articolo 1 e l’articolo 3 significa ricordare che la dignità del lavoro e la rimozione degli ostacoli sono la stessa promessa vista da due lati: senza il secondo, il primo diventa retorica del sacrificio.
C’è infine la distinzione, cara agli storici, tra il 2 giugno e il 25 aprile: il primo unì il Paese, il secondo no. È vero, e va capito bene. Il 25 aprile è memoria inevitabilmente divisa — vittoria di una parte sull’altra, guerra civile, vinti e vincitori; il 2 giugno è atto fondativo, suffragio universale, scelta condivisa di un popolo intero. Ma una postilla è doverosa, perché l’unità del 2 giugno non fu una pacificazione né un abbraccio sentimentale: fu l’istituzione di un modo per avere conflitto senza distruggersi. Non l’assenza di divisione, ma la sua forma civile. Unì il Paese non facendolo tacere, bensì dandogli una grammatica per litigare dentro regole comuni. È un’unità agonistica, non consolatoria — ed è esattamente questa la differenza che si dimentica quando si invoca «l’unità» come anestetico.
E arriviamo al punto più insidioso, perché capovolge la grammatica stessa che abbiamo ricostruito. Si sente ripetere, da chi governa la sicurezza, che sia la sicurezza a garantire la libertà, e che il referendum del ’46 sia stato la svolta dopo il fascismo. La seconda affermazione è incontestabile, l’ha ricordata ieri anche il Quirinale. La prima è un’altra cosa: inverte l’ordine dei fattori. La Costituzione non fonda la libertà sulla sicurezza; fonda la Repubblica sul lavoro e sulla rimozione degli ostacoli all’eguaglianza, e affida la libertà alla responsabilità del cittadino — cioè alla sua autonomia di giudizio, non alla sua protezione. Quando si dice che la libertà ha bisogno di protezione concreta, si compie un passo apparentemente innocuo e politicamente enorme: si trasforma il cittadino in protetto, e il protetto, lentamente, torna a essere suddito. Delega il giudizio in cambio di sicurezza. E il soggetto che non distingue più il vero dal falso non è il nemico dello Stato securitario: ne è il prodotto più desiderabile.
Ecco perché queste letture, messe in fila, non sono varianti di uno stesso elogio. Tre rimandano al cittadino e a un compito ancora aperto: discernere, eguagliare, scegliere dentro regole condivise. La quarta ricentra lo Stato e la protezione, e offre una falsa unità — quella di chi si sente al sicuro — al posto dell’unità faticosa e litigiosa di chi sceglie. L’era della responsabilità di De Gasperi e la «responsabilità» del lessico securitario portano lo stesso nome e indicano l’esatto contrario: l’una è il peso che il cittadino libero accetta di portare, l’altra è il peso di cui accetta di liberarsi.
A ottant’anni da quel 2 giugno, dunque, la domanda non è se la Repubblica appartenga a tutti — appartiene, è la sua natura. È se i tutti vogliano ancora appartenervi da cittadini. Da quassù, dove la montagna custodisce il suo fuoco di sotto e la memoria del lavoro è incisa nella roccia, la risposta mi sembra una sola: la libertà non si custodisce, si esercita. E chi non intenda esercitarla — De Gasperi lo sapeva — è già, senza accorgersene, tornato suddito.





