
“Trump afferma che prorogherà la tregua con l’Iran fino alla conclusione dei negoziati”
22 Aprile 2026
La redistribuzione del potere: quando i confini contano più dei voti
23 Aprile 2026Chi conosce la macchina: blocchi sociali e redistribuzione della rendita cognitiva nell’età dell’intelligenza artificiale
Parte prima — La fabbrica invisibile
di Pierluigi Piccini
Daniele Magrini, nel suo Intelligenza artificiale e dazi. La guerra fredda di Trump all’Unione Europea (Effigi 2026), fa una cosa che pochi giornalisti italiani hanno il coraggio di fare: smonta l’aura di astrazione che avvolge il dibattito sull’intelligenza artificiale e mostra la carne politica che sta sotto. I dazi come leva geopolitica, l’AI Act sotto assedio, le Big Tech come attori politici che hanno smesso da tempo di fingere di essere solo aziende. È un libro che chi si occupa di politica non può permettersi di ignorare.
Ma c’è una domanda che il libro evoca e che merita di essere portata più avanti. Non solo chi regolamenta l’intelligenza artificiale, non solo chi possiede i mezzi attraverso cui essa accumula valore — ma chi ha oggi la conoscenza, la forza e l’interesse per costruire un blocco sociale capace di contrattare la redistribuzione di quella rendita. Chi può fare, nell’età dell’intelligenza artificiale, quello che il movimento operaio fece nell’età della fabbrica fordista.
Per arrivarci bisogna fare un passo indietro.
C’era una volta un operaio che sapeva come funzionava la fabbrica. Non solo il suo reparto, non solo la sua mansione. Sapeva i flussi, i colli di bottiglia, i tempi morti, i margini di produzione. Sapeva dove stava il valore e come veniva estratto. Questa conoscenza non era solo tecnica. Era politica. Era la base materiale su cui si costruì, nel Novecento, la grande contrattazione tra capitale e lavoro che produsse il welfare state, i diritti sindacali, la redistribuzione — imperfetta, parziale, sempre contrastata, ma reale.
Mario Tronti e Massimo Cacciari, nell’operaismo italiano degli anni Sessanta, teorizzarono questa intuizione con una radicalità che ancora oggi non ha perso il filo: l’operaio non era solo una vittima del capitale, era il soggetto che conosceva la macchina dall’interno e aveva quindi il potere di fermarla. Il conflitto non era solo distributivo. Era epistemico. Chi sa come funziona la macchina ha in mano qualcosa che il padrone non può semplicemente comprare altrove.
Quella stagione è finita. La fabbrica fordista si è dissolta, delocalizzata, frammentata. Il lavoro si è precarizzato, individualizzato, de-sindacalizzato. Ma la fabbrica non è scomparsa. Si è trasformata. È diventata invisibile.
Oggi la fabbrica si chiama data center. La catena di montaggio si chiama pipeline di addestramento. La materia prima non è il ferro o il carbone — sono i dati. E i dati li produciamo tutti, ogni giorno, ogni ora, ogni volta che cerchiamo qualcosa in rete, scriviamo un messaggio, guardiamo un video, esprimiamo un’opinione. Siamo tutti operai di questa fabbrica invisibile. La differenza è che non lo sappiamo. Non timbriamo nessun cartellino, non riceviamo nessuna busta paga, e soprattutto non abbiamo nessuna organizzazione che contratti per noi le condizioni di questa cessione involontaria di valore.
Si potrebbe obiettare che nessuno obbliga gli utenti a cedere i propri dati, che il servizio ricevuto — ricerca, comunicazione, intrattenimento — compensa la cessione, che si tratta di uno scambio volontario più che di un’estrazione coercitiva. È un’obiezione che ha una sua coerenza liberale. Ma presuppone che la scelta sia davvero libera — che si possa vivere, lavorare, partecipare alla vita sociale e civile senza passare per le piattaforme. Chiunque abbia provato a farne a meno sa che non è così. Il monopolio non si misura solo nelle quote di mercato. Si misura nell’impossibilità pratica di uscirne.
È esattamente questo il meccanismo che Magrini porta alla luce quando ricostruisce il braccio di ferro tra Washington e Bruxelles: sotto la superficie dei dazi e delle normative digitali si combatte una guerra per il controllo di questa materia prima. Chi controlla i dati controlla i modelli. Chi controlla i modelli controlla le condizioni materiali dentro cui il pensiero si forma, l’informazione circola, le decisioni vengono prese. Non è una metafora. È la struttura reale del potere nel XXI secolo.
Nick Srnicek chiama questo capitalismo delle piattaforme. Le grandi piattaforme non competono sul mercato — lo governano. Estraggono rendita monopolistica sui dati come un tempo si estraeva rendita sui porti, sulle ferrovie, sulle miniere. Cinque o sei aziende private controllano oggi l’infrastruttura cognitiva del pianeta. E quella concentrazione non è il frutto spontaneo del mercato: è il risultato di decenni di investimento pubblico in ricerca, università, reti telematiche. Poi, al momento di raccoglierne i frutti, il pubblico si è fatto da parte. La rendita è andata ai privati. Interamente. Senza negoziazione. Senza contratto sociale.
Mariana Mazzucato pone qui la domanda scomoda: se lo Stato ha finanziato Internet, il GPS, le reti di ricerca che hanno reso possibile l’intelligenza artificiale, perché il ritorno su quegli investimenti collettivi deve andare interamente a soggetti privati? Lo Stato non è regolatore esterno dell’innovazione — ne è co-creatore. E in quanto tale ha non solo il diritto ma il dovere politico di pretendere una quota di proprietà, una forma di ritorno sociale, una partecipazione reale alla governance dei mezzi che quella innovazione ha reso possibili.
L’Europa, come mostra bene Magrini, risponde con le regole. E le regole contano. Ma c’è un limite strutturale in ogni approccio che regola l’uso senza toccare la proprietà. È come se, di fronte al monopolio ferroviario dell’Ottocento, ci si fosse limitati a regolamentare gli orari dei treni senza mai chiedersi chi possiede i binari. Bruxelles legifera su un territorio digitale che materialmente non controlla. Trump lo sa: per questo attacca l’AI Act con tanta aggressività. Non è una questione tecnica. È una questione di potere. E di proprietà.
(1-continua)





