Come accade in simili eventi ecclesiali, l’apparire di un’enciclica papale sollecita – ancor prima che venga pubblicata – anticipazioni tematiche a cui segue una valanga di commenti di vaticanisti, teologi, personalità varie, spesso frutto di reazioni improvvisate, in attesa degli scavi testuali su riviste specializzate, soprattutto teologiche. Non vogliamo accodarci a questo flusso pur interessante nell’occasione dell’uscita della Lettera enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV, datata 15 maggio 2026, nel 135° della Rerum novarum di Leone XIII, emessa il 15 maggio 1891.
Non intendiamo neppure proporre la trama di quel testo molto ampio (245 paragrafi) o un’analisi del cardine fondamentale e del suo contesto, esplicitati in modo incisivo nel sottotitolo: «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Molti hanno puntato l’obiettivo sul terzo capitolo contrassegnato dal binomio «tecnica e dominio» che esamina «la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’Ai». Se nei capitoli precedenti era di scena la dottrina sociale della Chiesa, inaugurata appunto dalla Rerum novarum, nei successivi si apriva un vasto orizzonte popolato da fenomeni capitali come «la trasformazione della verità, del lavoro e della libertà», mentre si intrecciava la dialettica tra «la cultura della potenza e la civiltà dell’amore».
Su un paragrafo del quinto capitolo di quest’ultima sezione si appuntava l’attenzione di molti perché affiorava un verbo e un aggettivo caro a papa Leone, «disarmare le parole» così da contribuire ad avere una «Terra disarmata». Noi, invece, ci accontenteremo di stare più in superficie, attraverso una sorta di libera variazione, andando alla ricerca della filigrana delle citazioni o delle evocazioni che sostengono il programma tematico del testo. Scontato e un po’ dilagante è il rimando al magistero precedente dei pontefici, con un primato per papa Francesco.
Analogo è l’emergere dei molteplici documenti ecclesiali, a partire da quelli dei dicasteri della Curia romana. Piuttosto sorprendente e curioso è l’ingresso delle antiche Bolle quattrocentesche papali di Eugenio IV e Niccolò V destinate a essere superate perché in esse la riduzione in schiavitù degli “infedeli” veniva legittimata: in questi casi «le pressioni politiche ed economiche sopraffecero le esigenze evangeliche» anche attraverso «le ingerenze dei poteri temporali» (n. 176). Altrettanto prevista è la presenza dei documenti conciliari e della voce dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi come Tommaso d’Aquino. Ovviamente sulla ribalta c’è l’amato s. Agostino, sempre incisivo come in questo motto: «Vuoi conseguire la pace? Pratica la giustizia!» (n. 215).
Il nostro sguardo a questo punto va alle figure socio-culturali. Suggestivo è l’aggettivo latino magnifica attribuito all’umanità. Nella classicità era assegnato agli imperatori come Augusto; poi divenne monopolio dei principi rinascimentali come Lorenzo de’ Medici; ancora oggi è, un po’ retoricamente, riservato ai “magnifici rettori” delle università. Per papa Prevost “magnifica” per eccellenza è, invece, la creatura umana nella sua totalità. Su questa scia ecco apparire le istituzioni internazionali come l’Onu con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (nn. 54 e 123) o il Trattato per la proibizione delle armi nucleari firmato nel 2021 da oltre 70 Paesi (n. 194), o il benemerito operato della Croce Rossa (n. 123) e così via.
Entrano in scena altri personaggi, non solo ecclesiastici come Romano Guardini che ammonisce: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza» (n.93). O un autore celebrato di spiritualità come il cardinale Pietro de Bérulle (1575-1629), consigliere del re di Francia, evocato in un suo discorso sull’Incarnazione (n. 232). Ecco, però, sfilare anche «alcune opere che hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio» (n. 122).
In questa linea è interessante l’evocazione del manuale di introduzione alla logoterapia Man’s Search for Meaning (1963) di Viktor Frankl, sconsolatamente convinto che «l’uomo è quell’essere che ha inventato le camere a gas di Auschwitz; tuttavia è proprio quell’essere che è entrato in quelle camere a gas con la preghiera del Signore o lo Shema‘ Israel sulle labbra» (n. 121). Non stupisce certamente che si faccia echeggiare la voce ancora attuale di La Pira: «Al metodo della guerra bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano» (n. 221).
Suggestiva e un po’ inattesa è Hannah Arendt che nel suo noto saggio sulle Origini del totalitarismo (1962) ne isolava le radici e il sostegno nella «gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè i canoni del pensiero) non esistono più» (n. 134). Unico rappresentante della letteratura è Tolkien che nella parte terza del suo Signore degli anelli (1965) metteva in bocca al protagonista questo consiglio: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (n. 213).
Concludiamo con la sintesi papale della Lettera VII di Platone che indica un metodo epistemologico generale: «Le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a “sfregare” i concetti e le esperienze come fossero pietre focaie, finché in noi non scocchi la scintilla della comprensione» (n. 140).
Leone XIV
Magnifica humanitas
Libreria Editrice Vaticana,
pagg. 240, € 2,90







