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C’è qualcosa di profondamente americano — e insieme di universalmente politico — nell’arte del gerrymandering. Disegnare i collegi elettorali come un chirurgo plastico ritocca un volto: stessa materia, risultato completamente diverso. E mentre a Washington Mike Johnson dichiara di non essere “per niente preoccupato”, dal profondo della Florida arrivano voci che raccontano un’altra storia.
La storia, per chi non la conosce, è semplice nella sua geometria e complicata nelle sue conseguenze. I repubblicani, forti del controllo di diversi stati, hanno tentato una mossa audace: ridisegnare i collegi elettorali a metà ciclo — cosa insolita, quasi arrogante — per strappare qualche seggio in più ai democratici prima delle elezioni di midterm. La Florida era il campo di battaglia principale. Era. Perché ora il piano mostra crepe visibili.
Maria Elvira Salazar, repubblicana di Miami, avverte che queste nuove mappe rischiano di alienare il voto latino. Kat Cammack ammette di avere “qualche preoccupazione” riguardo al quinto distretto. L’NRCC — il comitato elettorale repubblicano alla Camera — si sfila diplomaticamente: “Non è stata una mia decisione”, dice il suo presidente Richard Hudson.
Nel frattempo, la Virginia ha fatto quello che Virginia sa fare quando decide di sorprendere: un referendum sulla redistribuzione che ha neutralizzato le mappe repubblicane, consegnando ai democratici una vittoria simbolicamente enorme. Quattro deputati repubblicani virginians rischiano di perdere il seggio. Uno solo sopravviverà, e già si immagina lo spettacolo — Morgan Griffith che rivendica l'”81% del mio distretto” come un cane che difende l’osso prima che arrivi il vicino.
Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha investito pesantemente in Virginia. E ha vinto. I colleghi lo paragonano a Nancy Pelosi — il che nel vocabolario democratico equivale a dire che è diventato adulto. “He is secretly a badass”, ha detto il deputato californiano Jared Huffman, con quella franchezza disarmante che solo i californiani si permettono in pubblico. “FAFO is the feeling”, ha aggiunto un anonimo senior democrat — acronimo che potrebbe tradursi, con qualche licenza toscana, come: chi la fa l’aspetti.
Tutto questo accade mentre il Congresso americano tocca il 10% di gradimento. Dieci. Uno in meno e si avvicina al margine d’errore della fiducia familiare verso un parente scomodo. L’86% degli americani disapprova il proprio Parlamento, indipendentemente dal partito. Democratici, repubblicani e indipendenti sono d’accordo su un’unica cosa: questo Congresso fa schifo. È una delle rare forme di unità bipartisan rimaste.
Cosa ci dice tutto questo? Che la redistribuzione dei collegi è l’ultima spiaggia di chi non riesce a convincere i cittadini con le idee. Si ridisegnano i confini quando non si riesce a spostare il consenso.
I repubblicani hanno scommesso su una mossa tecnica in un momento in cui l’America chiede altro. I democratici, per una volta, hanno risposto sul campo invece di lamentarsi nei talk show. Il risultato provvisorio è un pareggio che sa di sconfitta per chi aveva promesso il colpaccio.
Nelle prossime settimane, il parlamento della Florida si riunirà in sessione speciale per discutere — tra le altre cose — anche di redistribuzione. Con opposizione interna, voci critiche, e la sensazione che il vantaggio atteso si stia trasformando in un boomerang.
I confini, si sa, non bastano mai. Prima o poi bisogna fare i conti con le persone che ci vivono dentro.





