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3 Maggio 2026Russia, la trincea di Venezia
La presenza in Biennale di performer del Paese di Putin ha spaccato Italia ed Europa. Allo stesso modo l’arrivo di Israele e Usa. Così non s’è quasi parlato dell’assenza di artisti italiani. Tantomeno di arte
di FABRIZIO CACCIA e sara d’ascenzo
Suonano le sirene a Venezia, ma quest’anno non è per l’acqua alta. La novità è che per la 61ª edizione dell’Esposizione internazionale d’Arte della Biennale, che s’inaugurerà il 9 maggio, la Russia ha deciso di esserci dopo quattro anni di assenza. E così intorno al suo padiglione, nei Giardini della Biennale, mentre l’invasione dell’Ucraina è ancora in corso, è scattato l’allarme e subito si è scatenato un pandemonio di polemiche. L’Europa e il governo italiano, contro quest’operazione considerata «a forte rischio propaganda», hanno alzato il loro Mose, una diga di critiche e altolà, e il ministero della Cultura mercoledì 29 aprile ha perfino inviato gli ispettori nella sede della Biennale, ma il presidente, Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale di destra, consapevole dell’autonomia che gli riconosce lo statuto, è andato avanti: «Io apro a tutti, non chiudo a nessuno», ripete da mesi, fedele alla definizione che della Biennale diede uno dei suoi più illustri predecessori, Paolo Baratta: l’Onu dell’Arte.
Ma di questi tempi è dura far calare nella tetra realtà del conflitto un ideale di inclusione. Il dettato della curatrice dell’esposizione internazionale, Koyo Kouoh, scomparsa lo scorso maggio nel giorno dell’apertura al pubblico della Biennale di Architettura, era stato tutt’altro: In Minor Keys («Nelle tonalità minori») si era quasi raccomandata. E invece sono da mesi quelle maggiori delle marce di guerra a dare forma alla partitura della prossima Biennale.
Oltre alla Russia sono tanti i fronti aperti, come un morbo che corre di padiglione in padiglione in questa disastrata geografia dell’arte 2026: Israele in un padiglione militarizzato all’Arsenale; la Palestina senza padiglione; gli Stati Uniti, sotto accusa per la guerra in Iran, a Venezia con un artista poco conosciuto scelto da una commissaria, Jenni Parido, che nella vita precedente gestiva un negozio di animali domestici; il Libano, Paese bombardato da Israele; Cuba, Paese sotto la minaccia degli Usa; gli Emirati Arabi, con un padiglione a pochi metri da Israele; e così, di miccia in miccia, in un inarrestabile fluire di geopolitica artistica. E tutto aggravato dallo stigma lanciato dalla giuria internazionale all’indomani dell’insediamento, pochi giorni fa: niente premi a Russia e Israele, Paesi i cui leader «sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale», hanno sentenziato la presidente Solange Farkas e le altre componenti, indicate da Kouoh stessa (Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi). Buttafuoco non ha potuto che prenderne atto: «La giuria della Biennale Arte 2026, al pari di tutte le giurie della Biennale, opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio». Ma giovedì 30 aprile arriva un altro colpo di scena: mentre gli ispettori ministeriali rientrano a Roma, la giuria si dimette in blocco. Scoppia un putiferio politico, il governo israeliano esulta e Buttafuoco annuncia che l’attribuzione e consegna dei Leoni slitterà dal 9 maggio (giorno di apertura, ma senza cerimonia di inaugurazione) al 22 novembre (giorno di chiusura). Non ci sarà una nuova giuria, ma voteranno i visitatori. E potranno concorrere all’assegnazione dei «Leoni dei Visitatori» anche Russia e Israele.
A questo punto è necessario fare un po’ d’ordine. Per qualcuno le pene di Buttafuoco cominciano il 23 febbraio, quando nel presentare la Mostra della curatrice, si ritrova a dover dare una lista di artisti in cui non figura nemmeno un italiano. Ma è il 4 marzo il giorno dell’inizio dell’agone, quando annuncia che tra i 99 Paesi partecipanti ci saranno anche Russia e Iran. «La mia Biennale sarà la vera tregua», assicura. Il governo italiano e l’Europa tutta (o quasi) non ci credono e il 10 marzo 22 Paesi, tra cui l’Ucraina, scrivono a Buttafuoco e al Cda della Biennale per chiedere di riconsiderare la partecipazione «inaccettabile» di Mosca alla luce del «rischio significativo di una strumentalizzazione da parte russa della sua partecipazione alla Biennale, volta a proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso. La cultura non può essere separata dalle realtà politiche e morali del presente», come appunto l’invasione dell’Ucraina, ricordando tra l’altro la scelta del 2022 dell’artista russo Kirill Savchenkov, insieme con Alexandra Sukhareva e il curatore Raimundas Malaauskas, di ritirarsi dal padiglione russo di Venezia affermando che «non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono sotto i missili».
Alla lettera dei 22 si aggiunge, in contemporanea, la «ferma» condanna della Commissione Ue, che si dice pronta, nelle parole della vicepresidente Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, a esaminare «ulteriori azioni tra cui la sospensione o la cessazione» di una sovvenzione di due milioni di euro per tre anni alla Biennale. Il 10 aprile Buttafuoco riceve dalla Commissione Ue la lettera dell’avvio della procedura: avrà tempo fino all’11 maggio per presentare «le proprie ragioni», ma nel frattempo l’incendio è divampato e dopo settimane da separati in casa e di morettiani tormenti — mi si nota di più se vengo o non vengo… — il ministro Alessandro Giuli decide: lui a Venezia non ci sarà, nemmeno per inaugurare il padiglione Italia (con la mostra Con te con tutto curata da Cecilia Canziani e le opere di Chiara Camoni) che il ministero organizza (e paga).
Riavvolgendo il nastro, il film di questi mesi tormentati, tra il ministero e la Fondazione veneziana, attraversa tanti generi: dalla commedia al dramma, con un tocco di arti marziali.
«Siamo certi di avere agito nel pieno rispetto delle norme», continua a ripetere la Biennale di fronte a ogni snodo narrativo: anche quando il ministro Giuli (che smentisce le voci di commissariamento) chiede loro «con la massima urgenza» di avere tutti i documenti sulle «modalità di allestimento e di gestione» del padiglione di Mosca per verificare «la compatibilità con gli obblighi derivanti dal vigente regime sanzionatorio», compresa «la copia integrale della corrispondenza fra la Biennale e le autorità russe» tra l’anno scorso e quest’anno. E di contatti ce ne sono stati parecchi, in effetti, con un incontro a Venezia già nel luglio scorso tra Buttafuoco e la commissaria al padiglione russo Anastasiia Karneeva e uno scambio di email a novembre tra Mosca e il direttore generale della Biennale, Andrea Del Mercato, per avere una lettera d’invito in modo da velocizzare la concessione dei visti agli artisti russi da parte dell’ambasciata italiana. I visti sono poi arrivati ma «seguendo tutte le regole — ha precisato la Farnesina — e facendo gli opportuni controlli».
Inutile l’affanno di Buttafuoco in questi mesi nel dire che la Russia non è stata «invitata» da lui all’Esposizione ma che la presenza della Federazione Russa deriva da una procedura ordinaria prevista dal regolamento per i Paesi che possiedono un proprio padiglione ai Giardini.
Così, quando Mosca comunica a Venezia, per il tramite della commissaria Karneeva, la sua partecipazione, «la Biennale prende atto della comunicazione e non impedisce a nessun Paese di partecipare a tali mostre».
Ma a chiudere il discorso ci pensa la premier Giorgia Meloni, il 14 aprile, a Verona durante Vinitaly: «La politica estera la fa il governo». Sottinteso: non Buttafuoco. E il 30 aprile aggiunge: «Il governo ha già dichiarato di non condividere la scelta del padiglione russo, dopodiché la Biennale è un ente autonomo e Buttafuoco persona capacissima».
Il 19 marzo il presidente della Biennale arriva ai Giardini per la presentazione del restyling del Padiglione Centrale con due libriccini sotto il braccio: il primo è un vecchio pamphlet di Vitaliano Brancati (1907-1954), lo scrittore di Pachino, Siracusa, siciliano come lui, dal titolo Ritorno alla censura, messaggio subliminale forse rivolto al ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Il secondo libriccino è Allegoria dell’autunno, l’omaggio a Venezia di Gabriele d’Annunzio (1863-1938). Non una lettura qualunque, perché d’Annunzio scrisse l’omaggio a Venezia nel 1895 in occasione della prima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte, invitando gli artisti di ogni Paese a venire in Laguna per testimoniare «i loro sogni e i loro sforzi nuovi». Ne nasce un dibattito tra gli intellettuali di destra.
D’Annunzio, per il ministro Giuli, è da sempre un riferimento personale e spirituale: non a caso ha spostato il suo ufficio romano a Palazzo Altemps dove visse il Vate e un anno fa è andato a Gardone Riviera per inaugurare l’ologramma del poeta. Se lo ricorda bene Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione del Vittoriale, che però sulla scelta di Buttafuoco eccepisce: «La situazione del 1895 non è comparabile con quella di oggi. Conclusa la guerra sino-giapponese, il mondo è in pace e lanciato verso un futuro che sembra luminoso. Incantano scienza e tecnica, nascono il cinema e la radio, si scoprono i raggi X. Vent’anni, o anche dieci anni dopo, in una situazione di tensione e conflitti, d’Annunzio si sarebbe espresso in tutt’altro modo».
La Russia non partecipa ufficialmente all’Esposizione di Venezia dal 2019. Nel 2022 il padiglione fu chiuso al pubblico dopo l’invasione dell’Ucraina. Due anni dopo, nel 2024, lo spazio riaprì ma ospitò una mostra della Bolivia, Paese che mantiene relazioni con Mosca. Nel 1926 e nel 1936 ospitò la Mostra del Futurismo Italiano, curata da Filippo Tommaso Marinetti, tanto caro a Giuli ma in fondo anche a Buttafuoco, «siciliano di sangue, veneziano nel cuore», come si autodefinisce. Le cronache dell’epoca raccontano che il padiglione — progettato da Aleksej Viktorovic Šcusev, lo stesso del Mausoleo di Lenin — venne inaugurato il 29 aprile 1914 dalla granduchessa Marija Pavlovna e che il pope, «con un ricchissimo piviale d’oro», celebrò la consacrazione ortodossa benedicendo le oltre 120 opere in mostra. L’idea che quest’anno possa materializzarsi Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, amica e socia della commissaria del padiglione Karneeva, turba i sonni di Giuli.
Ma nell’infinita querelle tra lui e Buttafuoco c’è spazio anche per il caso Florenskij… A marzo il presidente della Biennale, tentando di rilanciare, annuncia di voler riservare, durante la rassegna, cinque serate a Pavel Florenskij per dare spazio ai dissidenti russi. Al Collegio Romano rimangono tutti piuttosto interdetti scoprendo sul sito del Cremlino che a Florenskij, ucciso dal Kgb nel 1937, c’è in progetto di dedicare un centro culturale a Mosca. E non solo. Nona Mikhelidze, prestigiosa ricercatrice georgiana dell’Istituto affari internazionali (Iai), dopo l’annuncio commenta sui social: «Fa sorridere che Buttafuoco, promuovendo cinque serate su Florenskij, pensi di fare uno sgarbo a Putin e al regime russo. Florenskij è stato pienamente integrato nella narrazione ideologica promossa da Putin…». Insomma, un dialogo tra sordi.
Il compromesso prende la forma di una soluzione all’italiana: il padiglione della Russia aprirà dal 6 all’8 maggio, nei giorni di preapertura dedicati alla stampa e alle istituzioni e dunque a quanti potranno raccontare al mondo The Tree is Rooted in the Sky («L’albero è radicato nel cielo»), il titolo scelto per il padiglione, che vedrà esibirsi oltre cinquanta artisti in diverse performance che saranno registrate. Le porte del padiglione si richiuderanno dal 9, giorno dell’apertura al pubblico e a Mosca festa nazionale per il Giorno della Vittoria sul nazismo. Ma chi passerà di lì, e dopo tutta questa pubblicità saranno tanti, potrà rivedere all’infinito le performance trasmesse da schermi rivolti verso l’esterno. Tutti contenti? Macché. La Finlandia, vicina di casa della Russia sulla carta geografica e ai Giardini, annuncia che le sue autorità diserteranno l’inaugurazione; le Pussy Riot, dissidenti per Dna, promettono che caleranno su Venezia chiedendo il padiglione per farne un luogo di protesta anti Putin; l’Anga, un collettivo di artisti e curatori, da due anni raccoglie firme contro la partecipazione di Israele (tra i firmatari anche due co-curatori di Kouoh: Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti). E firme sono state raccolte anche contro gli Usa.
«Vivere a Venezia o semplicemente visitarla significa innamorarsene e nel cuore non resta posto per altro», disse Peggy Guggenheim. Ma questa volta, forse, avrebbe optato per documenta, l’esposizione d’arte che si svolgerà a Kassel nel 2027.
https://www.corriere.it/cultura/la-lettura/





