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C’è qualcosa di istruttivo, quasi di pedagogico, nel modo in cui il Partito Democratico americano sta attraversando la sua crisi di primavera 2026. Non è la crisi di chi perde, ma quella — più sottile e più grave — di chi non riesce più a fidarsi di se stesso.
Il DCCC, il comitato elettorale della Camera dei Rappresentanti, ha deciso di endorsare otto candidati nel programma “Red to Blue”, pensato per conquistare seggi republicani. Fin qui, nulla di straordinario. Il problema è che cinque di questi otto candidati devono ancora vincere le proprie primarie. Il partito, cioè, ha scelto i suoi prima che li scelgano i cittadini. Ha messo il pollice sulla bilancia prima che la bilancia fosse accesa.
«Sono gli elettori, non il DCCC, a dover scegliere i candidati democratici», hanno scritto i leader del Congressional Progressive Caucus PAC. È una frase che suona ovvia, elementare, quasi banale. Ed è precisamente per questo che fa così male: quando un partito ha bisogno di ricordare a se stesso le basi della democrazia, vuol dire che qualcosa di profondo si è rotto nel suo funzionamento interno.
La deputata Linda Sánchez ha alzato la voce per i candidati latinos esclusi dagli endorsement, ricordando che quella comunità non è un dettaglio ma «il cuore della lotta per la maggioranza». Anche qui, la frase è rivelatrice: non si discute di visioni politiche, di programmi, di idee per il paese. Si discute di chi viene incluso e chi no, di chi viene notato e chi viene ignorato. La politica ridotta a gestione dei riconoscimenti.
E poi c’è l’altra storia, quella del deputato repubblicano Chuck Edwards, che scriveva lettere di tre pagine a mano a una giovane collaboratrice, le regalava gioielli, la portava alla festa di Natale alla Casa Bianca. «Vorrei solo poterti spiegare la gioia e il significato che il tempo passato insieme ha avuto per me — ma soprattutto quello lontano dall’ufficio», scriveva. Edwards non ha risposto alle richieste di commento, ma ha parlato di «false accuse» e «agendas politiche». La Camera ha aperto un’indagine etica.
Due storie diverse, due partiti diversi, una sola fotografia: un sistema politico che fatica a distinguere il potere dal privilegio, la rappresentanza dalla gestione, la fiducia dalla cooptazione.
In Europa — e in Italia più che altrove — siamo abituati a guardare alla politica americana con una certa deferenza, come a un modello lontano ma solido. Forse è tempo di smettere. Quello che si vede oggi a Washington è lo stesso spettacolo che conosciamo bene: partiti che si chiudono in se stessi, leadership che scambiano la sopravvivenza elettorale con la legittimità democratica, e una base che si sente sempre più guardata dall’alto.
Il partito che non si fida dei propri elettori nelle primarie non ha molte ragioni per aspettarsi che quegli elettori si fidino di lui in novembre.





