
I centri di potere a Siena. Appunti per una mappa — I
5 Maggio 2026
LA NIÑA – Figlia d’ ‘a Tempesta
5 Maggio 2026
C’è un dettaglio geografico che in questi giorni sembra tornare al centro della storia come non accadeva da decenni: lo Stretto di Hormuz. Ventisei chilometri nel punto più stretto, tra la penisola arabica e le coste iraniane, attraverso cui passa quasi un quinto del petrolio mondiale. Un collo di bottiglia che l’Iran vuole trasformare in una leva di potere globale, come ha dichiarato senza ambiguità il generale Javani: il transito nello Stretto sarà possibile solo con il permesso di Teheran. Non è retorica. È una dottrina.
E il mondo intero ha capito cosa significa.
I mercati lo hanno capito immediatamente, con il greggio in rialzo e i listini azionari in caduta. Gli analisti dell’FT avvertono che la crisi petrolifera è in agguato, anche se per ora le scorte tengono e il panico non è esploso. Ma il vero significato di quanto sta accadendo va oltre le quotazioni del Brent. Siamo di fronte a un tentativo iraniano di ridefinire unilateralmente le regole del traffico marittimo globale, di appropriarsi della funzione di gendarme di uno dei passaggi più strategici del pianeta. Gli Stati Uniti hanno risposto colpendo i motoscafi iraniani, Trump ha tuonato che l’Iran sarebbe “cancellato dalla faccia della terra” se dovesse attaccare navi americane, e intanto Washington chiede a Pechino di fare pressione su Teheran per riaprire lo Stretto. Già: la Cina. Perché in questa storia la Cina è ovunque, silenziosa e presente, come un secondo schermo su cui scorre un film parallelo.
Mentre il Golfo brucia, Pechino manda aiuti umanitari al Libano e la sua Guardia Costiera pianta bandiere sugli scogli del Mar Cinese Meridionale, rivendicando isole su cui le Filippine hanno lasciato, secondo il comunicato ufficiale di Global Times, “spazzatura del personale filippino illegale.” La lingua della propaganda è sempre istruttiva: definire l’avversario “illegale” su territorio conteso è esattamente la stessa struttura argomentativa con cui l’Iran chiama “permesso” quello che è di fatto un blocco. Il potere, in questa fase storica, non si esercita più dichiarando guerra. Si esercita controllando i passaggi — geografici, logistici, informativi — e chiamando quel controllo con nomi tecnici e quasi burocratici.
Intanto negli stessi giorni gli alleati del Pacifico — Filippine, Giappone, Australia, Nuova Zelanda — si esercitano con diciassettemila soldati nelle acque delle Filippine, nell’operazione Balikatan. Il mondo si sta ridisegnando attorno a giunture militari che sembravano superate, o almeno ibernate nel linguaggio della cooperazione e del multilateralismo. Non lo erano.
Il fronte europeo non è da meno. A Erevan, in Armenia, si è tenuto un vertice della Comunità Politica Europea che ha visto Europa e Canada fare fronte comune di fronte alle politiche di Trump. È una scena che avremmo faticato a immaginare dieci anni fa: il Canada a un tavolo europeo, non come osservatore ma come co-protagonista di una risposta collettiva all’isolazionismo americano. Il commissario Šefčovič incontra a Parigi il rappresentante commerciale americano Greer mentre Washington minaccia nuovi dazi sulle auto europee. La Turchia e l’Armenia firmano un accordo sui ponti — un gesto di riconciliazione storica — nella stessa settimana in cui Mosca annuncia un cessate il fuoco per il 9 maggio, Giorno della Vittoria, con la tempistica rituale di chi usa la memoria come scudo e la tregua come palcoscenico.
In Ucraina i droni colpiscono un complesso di lusso a Mosca e un impianto per la produzione di componenti di Shahed e Iskander a Cheboksary. La guerra reale continua, indifferente ai calendari celebrativi. I gestori telefonici di San Pietroburgo avvisano i cittadini di possibili disservizi internet tra il 5 e il 9 maggio — dettaglio minuto che dice tutto sulla paranoia di un regime che si appresta a sfilare blindando prima la rete.
E poi c’è l’India. Il BJP di Modi conquista il Bengala Occidentale, uno degli ultimi bastioni della sinistra indiana. Per la prima volta in quasi cinquant’anni l’India non ha più nemmeno uno stato governato da un partito di sinistra. La fine di un’epoca politica che aveva resistito alla globalizzazione, all’ascesa del nazionalismo indù, a tutto. Adesso no. Il saffron — il colore del BJP — va da Kutch a Kibithu, dal Gujarat all’Arunachal Pradesh. È una svolta continentale che l’Occidente registra distrattamente, impegnato com’è a seguire lo Stretto di Hormuz.
E a Lipsia, due morti: un’auto contro la folla. La brutalità sempre uguale a se stessa, replicata in coordinate diverse, con motivazioni sempre da accertare, con il dolore sempre identico.
Il mondo di questa prima settimana di maggio 2026 è un mondo in cui i passaggi si chiudono — gli stretti, le rotte, i confini, le certezze politiche — e in cui i gesti di apertura, come i ponti tra Turchia e Armenia, sembrano quasi anacronistici nella loro ostinata speranza. Eppure esistono. Anche questo conta, forse, nella tenuta del senso.





