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Premio della giuria a “The Dreamed Adventure” di Valeska Grisebach; riconoscimenti per le attrici a Efira e Okamoto, per gli attori a Macchia e Campagne
Palma d’oro al film del rumeno Cristian Mungiulm; Calvo e Ambrossi con “La bola negra” e Pawlikowski con “Fatherland” vincono ex aequo la Palma alla Miglior regia
Cannes
Le ferite della Storia e quelle del presente, crisi morale e scontro culturale, l’orrore dei conflitti e la la necessità di recuperare l’umanità perduta da parte di società pronte a calpestare gli elementari diritti umani, la dittatura del profitto, i crimini del passato, il bisogno di gentilezza e cura, d’amore e di famiglia, l’arte come arma o ancora di salvezza anche contro la banalità del male, il peso delle responsabilità personali, il rispetto per l’altro e per scelte diverse dalle nostre. Sono le riflessioni dei cineasti su questi temi ad aver conquistato la giuria, per la prima volta presieduta da Park Chan-wook, mentre l’idea di cinema che emerge dal Palmares guarda alla libertà espressiva e stilistica degli autori europei, alla sperimentazione dei linguaggi, all’ambizione della forma, al coraggio di tentare strade meno convenzionali e più audaci per raccontare il mondo in cui viviamo, i traumi del passato e le sfide che ci attendono. I numerosi ex aequo ci dicono però che la giuria ha avuto molte difficoltà a mettersi d’accordo, e questa non è mai una buona cosa.
La Palma d’oro di Cannes 2026 va Fjord del rumeno Cristian Mungiu (Bim), sui pregiudizi che accolgono una famiglia di Bucarest in Norvegia a causa della loro radicata fede religiosa. Il racconto di uno scontro culturale che invita alla compassione al rispetto.
Il Grand Prix viene consegnato a Minotaur del russo dissidente Andrey Zvyagintsev (Bim) che parte da una famiglia alto borghese e un efferato omicidio per mostrare la crudele violenza e la corruzione di un Paese che ha perduto ogni coordinata morale, condanna a morte i propri figli per ideali folli e mostra a tutti il suo volto mostruoso. E il regista invita a mettere fine al massacro in corso. A vince la Palma della regia sono in due: Javier Calvo e Javier Ambrossi per La bola negra e Pawel Pawlikowski per Fatherland. Il primo, ambientato in tre epoche diverse, 1932, 1937 e 2017, affronta identità, esclusione, emarginazione. Il secondo invece è un road movie rigoroso, essenziale, che attraverso il viaggio di Thomas Mann e la figlia attraverso una Germania ferita dalla guerra parla di identità personale ed europea, senso di colpa, crisi morale, crollo di ogni certezza e necessità di ricominciare partendo dalle più profonde esigenze dell’essere umano.
La Palma per la migliore interpretazione maschile va ex aequo ai due protagonisti di Coward di Lukas Dhont (MUBI), Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, cuore pulsante di un film ambientato in trincea e nelle retrovie della Prima guerra mondiale, che racconta la storia di due giovani soldati reclutati in un conflitto cruento, impegnati a sopravvivere all’angoscia e alla paura amandosi ed esibendosi in piccoli show musicali allestiti per sollevare il morale delle truppe.
Ex aequo anche per la Palma alle migliori attrici – consegnato dal nostro Pierfrancesco Favino – la belga Virginie Efira e la giapponese Okamoto Tao per All of a Sudden di Ry suke Hamaguchi (Teodora/Tucker Film), un film che rende omaggio alla connessione tra gli esseri umani, alla compassione e l’empatia, all’ascolto, al rispetto dei più fragili. Un’opera densa e coraggiosa che cattura la complessità di emozioni e sentimenti, girato tra Parigi e Kyoto, dalla grande forza spirituale ma anche politica, che cita la legge Basaglia e la piece teatrale Da vicino nessuno è normale ispirata al verso di una canzone di Caetano Veloso. Il Premio della Giuria va a The Dreamed Adventure della tedesca Valeska Griseback che, ambientato in una zona di confine tra Bulgaria, Grecia e Turchia, racconta dai bordi dell’Europa la generazione che ha sperimentato i cambiamenti politici del 1989, un momento di svolta che ha avuto conseguenze diverse nei diversi paesi nel nostro continente.
La migliore sceneggiatura è quella di Emmanuel Marre per Notre Salut che getta uno sguardo inedito e moderno sul collaborazionismo. Il protagonista è infatti un uomo che nel settembre del 1940 arriva a Vichy per cercare nella nuova amministrazione vicina al Terzo Reich il ruolo che pensa di meritare. Il regista attinge dunque alla propria storia famigliare per mettere in scena funzionari quasi grotteschi nel mandare avanti la macchina del consenso, facendo emergere l’assurda burocrazia del male. La Camera d’or per la migliore opera prima va a Ben’imana di Marie-Clémentine Dusabejambo, incluso nella sezione Un certain regard, che racconta il post-genocidio in Rwanda, mentre il miglior cortometraggio Para los contrincantes di Federico Luis. La Palma d’onore destinata a Barbra Streisand, che non è riuscita a raggiungere la Croisette è stata ritirata per lei da Isabelle Huppert.





