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NUOVO CINEMA MANCUSO
Che ci salvi Almodóvar
CANNES 2026
L’andamento non entusiasmante di questo Cannes 2026 ha levato di mezzo i bilanci di metà festival. Troppo rischiosi. Escluso l’insensato innamoramento per Thomas Mann, protagonista di “Fatherland” diretto da Pawel Pawlikowski. Un regista sbocciato sulla Croisette, fedele al bianco e nero. Si è fatto conoscere nel 2013 con “Ida”: la storia di una ragazza sul punto di prendere i voti che viene a sapere dalla sua unica zia di essere ebrea. La zia, peraltro, era un ex pubblico ministero comunista responsabile della condanna a morte di parecchi religiosi.
Guerra, Germania, drammi che con tutto il rispetto sono ben più angosciosi dei patemi di uno scrittore emigrato negli Stati Uniti nel 1939, e torna in patria per celebrare Goethe e farsi applaudire. Nella Germania dell’Est e in quella dell’Ovest. Segue – nella classifica di Screen International – Ryusuke Hamaguchi, il regista giapponese che si era fatto notare agli Oscar con “Drive my Car” – una storia molto “parlata” ma avvincente. A Cannes 2026 Hamaguchi ha portato un film almeno per metà francese. Le attrici sono Virginie Efira e la modella e attrice giapponese Tao Okamoto. La vicenda è tutto men che allegra: la direttrice di un ospizio alla periferia parigina introduce un nuovo metodo di cura, chiama Humanitude. Ovvero: tratta gli anziani con dignità, a dispetto dei loro impedimenti cognitivi. Incontra Mari, parlano fino all’alba. Scopre più avanti che la ragazza è malata, grave. Neanche Hamaguchi riesce a risollevare il film dalla tristezza, come era riuscito – a tratti – in “Drive my Car”.
Grandi applausi per “La Bola Negra” – da un racconto rimasto incompiuto di Federico García Lorca, diretto da Javier Ambrossi e Javier Calvo. Il punteggio però rimane basso, 2 stelline su 5. C’era anche Rodrigo Sorogoyen, in quota Spagna, con un film tra padre e figlia. Lui non la vede da oltre dieci anni, quando la ritrova la scrittura come attrice. Lei in “The Beloved” tanto brava non è, e provoca al genitore regista una crisi isterica – non per modo di dire. Javier Bardem si fa perdonare – ma solo un po’ – gli adesivi pro Gaza.
Chiudiamo con i nostri preferiti, tra i film in concorso. Cristian Mungiu con “Fjord”: assistenti sociali norvegesi che si accaniscono contro i 5 figli di una coppia, dopo che gli insegnanti hanno visto un livido – il padre è rumeno, basterebbe per scagionarlo un’occhiata alle lezioni di ginnastica. E Pedro Almodóvar con “Amarga Navidad” – nei cinema italiani da oggi, recensione in questa pagina. Inizio scoppiettate e colorato, come il regista ci aveva abituati nei film sulla movida. Poi compaiono le macchine per scrivere, e si sa che gli scrittori non sono sempre di buon umore. Quando non trovano le idee, attenzione che diventano cannibali.
AMARGA NAVIDAD
di Pedro Almodóvar, con Leonardo Sbaraglia, Barbara Lennie e Milena Smit
Saccheggiare
le propria vita è autofiction. E rubare le vite di chi ti sta vicino e ti fa confidenze? E Marcel Proust che trasformò l’autista Alfred Agostinelli nel personaggio di Albertine, nella “Recherche”? Questa è letteratura al massimo grado, sicuro. Nella zona grigia, Pedro Almodóvar si diverte a trafficare, a interrogarsi, a scambiare i ruoli, a mettere in difficoltà la sua controfigura sullo schermo, l’attore argentino Leonardo Sbaraglia, scrittore in crisi d’ispirazione. E il cinema? Non soffrirà magari della stessa malattia? (il titolo internazionale del film è “Autofiction”, per non lasciare dubbi). “Amarga Navidad” – crudele Natale – inizia con Elsa, regista di spot pubblicitari che ha da poco perso la madre, e si tuffa nel lavoro per superare il lutto. L’accompagna un premuroso fidanzato, pompiere e a tempo perso spogliarellista – galeotto fu uno spot di mutande. Parte con un’amica, lasciando il fidanzato a Madrid. Intanto lo scrittore scrive e scrive, la crisi sembra passata, le sofferenze ora stanno nel manoscritto. E scrive anche la regista Elsa, che aveva deciso di tornare al cinema dopo due “film di culto” – pochi spettatori fissati, succede – che non hanno incassato quasi nulla. Da qui la svolta verso la pubblicità delle mutande. Seguono complicazioni, e un finale meraviglioso, quando le persone diventate personaggi si ribellano. Potrebbe arrivare la Palma d’oro a Cannes, stasera.
STAR WARS: THE MANDALORIAN & GROGU
di Jon Favreau, con Pedro Pascal e Jeremy Allen White
Serve
un riassunto delle puntate precedenti, che erano in streaming e hanno trasformato un fenomeno globale in un circolo di appassionati, pronti a discutere ogni snodo di trama. In attesa del prossimo film del filone principale, con Daisy Ridley, le spade laser, i cavalieri Jedi, titolo: “Star Wars: il nuovo ordine Jedi”. Almeno agli appassionati, un domani, non ci sarà bisogno di spiegare cos’è il manierismo – e neanche come sfruttare fino in fondo un prodotto di successo – un prodotto, non una filosofia, e tantomeno una religione, basata su “che la forza sia con voi”. Per fare un minimo di riassunto: il Mandaloriano Din Djarin è stato arruolato dalla Nuova Repubblica con il compito di dare la caccia agli sconfitti dell’Impero nascosti negli angoli più remoti dalla Galassia. Nuova impresa, per questo film, al servizio di due gemelli Hutt – spiace dirlo, ma sono gli enormi lumaconi. Deve ricuperare il figlio di Jabba, ostaggio su un pianeta con gladiatori e arene per combattere. A salvare il film c’è Grogu, l’adorabile creatura – chiamata all’inizio anche Baby Yoda, che non parla – quindi non ci rifila altre perle di saggezza. Ma già sa usare la forza, per cavarsela da solo nella foresta popolata da strane creature. Tutte in animatronic, niente grafica computerizzata che appiattisce. Uno degli Hutt ha la voce di Jeremy Allen White, il cuoco della serie “The Bear”. Martin Scorsese doppia un venditore di kebab.
LE CITTA’ DI PIANURA
di Francesco Sossai, con Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi
Cosa
sarebbe la letteratura italiana senza la provincia? Lo chiedeva un critico, quando ancora non eravamo assillati e sopraffatti dai romance – così nell’era dei social e di internet torna l’eterno e immortale genere del romanzo rosa. A dispetto dell’acquisita nobiltà che vede queste storie in classifica: romanzi rosa erano e tali restano. La provincia – detto senza pregiudizi – salva anche il cinema. E trionfa ai David di Donatello, con questo strepitoso film diretto da Francesco Sossai che firma anche la brillante sceneggiatura, scritta con Adriano Candiago. C’è l’ultimo bicchiere, a costo di macinare chilometri in macchina, già ubriachi, per trovare un bar aperto. La leggenda di chi è riuscito a fuggire dopo aver rubato occhiali su occhiali alla ditta per cui lavorava. C’è un giovanotto ingenuo, appena laureato e già respinto dalla ragazza dei suoi sogni: i nostri decidono di svezzarlo alla vita notturna di chi non sa come tirare mattina – lui sale in macchina, ma preferirebbe visitare la Tomba Brion progettata nel 1969 dall’architetto Carlo Scarpa (è accanto al cimitero di Altivole, provincia di Treviso: meta turistica da quando Denis Villeneuve l’ha messa in una scena di “Dune 2”). Nelle città di pianura, la provincia piatta del Veneto dove non succede mai nulla, i ristoranti amati chiudono. E “un gelato che cade dal cono mostra lo spavento” – variazione nostra sulla “Terra desolata” di T. S. Eliot.
LADIES FIRST
di Thea Sharrock, con Rosamund Pike, Sacha Baron Cohen, dal 22 maggio su Netflix
Film
al cinema non ne escono. O son fondi di magazzino, inutile che i distributori neghino. Senza pregiudizi, diamo una guardatina a Netflix. Sacha Baron Cohen vale sempre la pena, e anche Rosamund Pike è una brava attrice. La regista Thea Sharrock viene dal teatro, dove è stata una regista prodigio: a 24 anni era direttrice artistica del Southwark Playhouse. Dieci anni fa è passata al cinema, senza lasciare il teatro, e ora ha diretto questo promettente “Ladies First”, remake di un film francese. Sacha Baron Cohen perde la sua aria da Borat per il ruolo di Damien Sachs, direttore di un’agenzia pubblicitaria londinese. Sciupafemmine e tutto il resto. Una botta in testa, e si ritrova in una realtà parallela dove le donne comandano. E si prendono qualche soddisfazione collaterale. Per esempio, vengono giudicati per il loro aspetto fisico. La sua ex dipendente Rosamund Pike, che lui maltrattava, è il capo dell’azienda, decisa a restituirgli tutto con gli interessi (era la terza moglie di Barney Panofski, nel film tratto da “La versione di Barney” di Mordecai Richler). La trama non è nuova e neppure originale – del resto neanche la parità è ancora in vista, pensate a quando i maschi pretenderanno di scrivere anche loro i romance – ma offre molti spunti da commedia. Gli attori fanno il resto, che di questi tempi non è sempre garantito. O questo, o l’ultimo film di Pedro Almodóvar, dritto dritto dal Festival di Cannes.





