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NUOVO CINEMA MANCUSO
Così innamorati di Molina “Vorrei tanto un vero uomo”, invocava William Hurt nei panni di Molina, omosessuale verso la mezza età nella cella di un paese dell’America Latina non meglio specificato. Cinquanta anni fa, tanti ne ha il romanzo dello scrittore argentino Manuel Puig intitolato “Il bacio della donna ragno” (Edizioni Sur). Valentin, il giovane compagno di cella e detenuto politico, marxista e rivoluzionario, non resiste e domanda, con tono sprezzante: “E come sarebbe un vero uomo?”. Molina non se lo fa dire due volte. Con gli occhi sognanti e una posa svenevole da diva del muto, spiega: “E’ uno bello, forte che però non fa sfoggio di forza, uno che va dritto per la sua strada. Uno che parla senza paura, e sa quel che vuole”.
“Il bacio della donna ragno” con William Hurt era un film del 1985, diretto da Hector Babenco. L’attore vinse un Oscar nel 1986 e il film diventò di culto. Noi eravamo già innamorati di Molina, della sua conoscenza “sul campo”. Niente storia del cinema. Piuttosto, cinemini un po’ equivoci – dove appunto capitava ti arrestassero, il gay pride ara ancora da venire. I film con le dive di una volta, abiti da sera scollati e pettinature da favola e tacchi altissimi. Storie d’amore passionale e contrastato, magari un tocco di horror – la Donna Ragno che dà il titolo al romanzo ha un bacio mortale.
“Il bacio della donna ragno” – remake ora nelle sale diretto da Bill Condon – è un “one woman show” al servizio di Jennifer Lopez. La diva balla, canta, ha uno strato bello spesso di cerone in faccia, bocca e occhi sottolineati come quelli delle star dell’epoca. Un meccanismo costruito in torno a Miss Lopez, perché possa splendere e sedurre. Lo fa senza risparmiarsi, e chissà quanto hanno speso per trucco e parrucco, ambienti lussuosi e un certo numero di boys eleganti e ballerini.
Nel nuovo film è piuttosto ampia anche la cella divisa tra i due detenuti. Certo non il realistico tugurio che avevamo visto nel vecchio film, con tendine mezze strappate per ingentilire. La branda di Molina, s’intende. Il rivoluzionario non bada a queste cose. All’inizio non bada neanche ai film che Molina gli racconta per passare il tempo (niente tv, va da sé, e neppure una radiolina, al massimo si sentono le urla degli altri prigionieri torturati perché confessino). Ma intanto Molina, in premio una visita alla vecchia mamma, viene convinto a far l’informatore.
Le scene cantate e ballate nel film sono sfarzose, perfino troppo. Vengono dal musical di Broadway, le canzoni sono di Kander e Ebb. Miss Lopez cerca di rubare la scena a tutti, da prima donna d’altri tempi. Quasi ci riesce. A resistere è Molina: l’attore figlio di immigrati messicani si fa chiamare Tonatiuh, classe 1995. Grande fascino e grande bravura.
TOY STORY 5
di Andrew Stanton, voci italiane di Katia Follesa, Gianluca Gazzoli, Federico Basso, Sal da Vinci
Si sta con il fiato sospeso. Ce l’avranno fatta anche questa volta a fare un film sui giocattoli e il loro senso di abbandono a ogni compleanno? Perché arrivavano i giocattoli nuovi, perché l’asilo e la partenza per il college cambiavano bruscamente la vita e i giochi. In “Toy Story 5”, il momentaccio non sono i compleanni, ma un nuovo regalo. Il tablet Lilipad, comprato a Bonnie, 8 anni, perché la aiuti a farsi degli amici. Quando lei immagina un matrimonio per Fork, l’omino fatto con la forchetta di plastica, i disegni si fanno incerti e colorati con i pastelli. Detto e fatto, arriva l’invito al pigiama party, ma non basterà. Non riusciamo a staccare gli occhi dai giocattoli, più riusciti che mai. La cowgirl Jessie ha un cavallo di pezza – Bullseye – che pare proprio di pezza: vediamo sullo schermo la trama del tessuto. Il cowboy Andy arriva dopo un po’, e in cima alla testa comincia a perdere i capelli – gli altri giocattoli, che non mostrano così evidenti segni di invecchiamento, ridacchiano. Buzz Lightyear con il suo minuscolo esercito ha la sua spassosa sottotrama. Andrew Stanton era il regista di “Wall-E”, il robottino spazzino – ed è sempre in gran forma. Deliziosi anche i giocattoli “di mezzo”, non del tutto analogici ma neanche del tutto cibernetici. Smarty Pants, che dovrebbe educare all’uso del vastino. Un macchina fotografica giocattolo, un ippopotamo blu con Gps. Missione compiuta, aspettiamo il numero 6.
ALLORA BALLIAMO
di Amélie Bonnin, Bastien Bouillon, Juliette Armanet, Tewfik Jallab Uno degli inciampi del Festival di Cannes. Sulla spinta dei produttori e dei distributori indigeni, il direttore Thierry Frémaux ha stabilito che il film d’apertura deve uscire il giorno stesso nelle sale francesi. L’anno scorso ha scelto per l’apertura questa opera prima, diretta da una regista che aveva girato soltanto un cortometraggio. “Partir un jour” è un film gradevole, e poco più, per lo spettatore poco interessato ai piaceri della vita campagnola – un posto dove le galline vanno in giro crude, diceva Proust. E’ più interessante il sito di “La Deferlante”, la rivista diretta dalla regista Amélie Bonnin e dedicata “alle rivoluzioni femministe”: sono in vendita un paio di calze “Woke & Proud”: nere con la scritta verde, 15 euro più la spedizione. Non promette bene. “Pur beurre nostalgique”, ha scritto Libération: ritorno al paese e feste da ballo sull’aia. Gli attori sono Juliette Armanet e Bastien Buillon. Rispetto al cortometraggio, le parti in commedia sono cambiate. Lui è garagista e campione di motocross (menzione speciale per le ciocche bionde che gli escono dal casco). Lei inizia come commessa al supermercato, poi vince Top Chef – “téléréalité culinarie”, un programma simile a Masterchef. Il padre gestisce un ristorante per camionisti dell’est della Francia: “Un posto di passaggio gestito da gente che non si muove mai”. Si ammala, e la figlia torna a casa. Ritrova gli affetti. Adatta le ricette nella vita e in cucina.
FUZE – CONTO ALLA ROVESCIA
di David Mackenzie, con Aaron Taylor-Johnson, Théo James
Evviva. Un bel film di rapina. Da tempo non ne vedevamo. Senza messaggio. Senza risvolto politico. Senza istanze da portare avanti. Senza generi – cinematografici, intendiamo – che se ne vanno dove vogliono, e mischiano le rapine con altro che c’entrano poco. Un film insomma. Un onesto film divertente da guardare, intelligente nel suo svolgimento. Pure i personaggi sono interessanti, per non parlare degli attori. Aaron Taylor-Johnson è il solito gran figo che abbiamo ammirato in “Anna Karenina” di Joe Wright, accanto a Keira Knightley. Theo James, ex modello e attore britannico ora con passaporto Usa, era nella seconda stagione di “White Lotus”. La terza è in arrivo, per chi ormai ha preso il vizio, ambientata a Cannes: hanno lasciato il tappeto rosso in posizione, a fine festival. Era anche nella serie “The Gentleman” di Guy Ritchie. Il film di David Mackenzie comincia in un cantiere londinese. Hanno trovato una bomba della seconda guerra mondiale, bisogna sgomberare l’area e disinnescarla. Lo sminatore capo ricorda il film di Kathryn Bigelow “The Hurt Locker”. L’aiuto-sminatore, un ragazzo promettente, osserva che la spoletta gli pare troppo nuova. Intanto, in una piccola banca dei dintorni, entrano in scena ladri ben attrezzati, per un colpo che si capisce preparato da tempo. Le strade sono vuote e silenziose, i palazzi evacuati, gli inquilini lontani. La banda del buco può lavorare in pace.
DISCLOSURE DAY
di Steven Spielberg, con Josh O’Connor, Emily Blunt, Colin Firth, Colman Domingo
E se il film più atteso dell’estate 2026 – estate americana, da noi escono piccoli film senza speranza, con rare eccezioni – non fosse il capolavoro su cui abbiamo fantasticato? Rispettoso silenzio, genio al lavoro, poco o nulla è trapelato. Fino al giorno della rivelazione, ora su tutti gli schermi. Steven Spielberg torna allo spazio e agli extraterrestri. Ufo, li chiamavamo; ora sono Uap che sta per Unidentified aerial phenomena – dicono che è più scientifico. Ma poi rispunta l’incidente di Roswell, nel 1947: a schiantarsi fu un pallone sonda oppure un disco volante con tanto di cadavere dalla testa grande? (gli alieni son così, molto cervello e pochi muscoli). Sono passati 50 anni da “Incontri ravvicinati del terzo tipo” con le ossessive note musicali di contatto con gli alieni. Da allora, ci sono stati molti altri avvistamenti e incontri, debitamente fotografati e documentati dalla Wardex, un’agenzia che in segreto lavora per il governo. Josh O’Connor, specialista in sicurezza informatica, ha sottratto un sacco di materiale: il mondo deve sapere. Il capo dell’agenzia – un Colin Firth massiccio, sempre ripreso dal basso – lo insegue assieme ai federali. Il fuggitivo si rifugia in convento, grazie alla fidanzata ex suora. Vedete già l’accrocco di questioni para-filosofiche? Margaret, meteorologa tv di Kansas City, parla lingue strane. Fuga, inseguimento, strepitose scene d’azione. Meglio se siete veri credenti.





