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Derrière l’accord avec l’Iran, le Moyen-Orient selon JD Vance
20 Giugno 2026
C’è una parola, nella cronaca di questi giorni, che pesa più di quanto sembri e che vale la pena sottrarre alla sua origine giudiziaria per restituirle un significato più ampio. Un atto internazionale di portata storica — il memorandum in quattordici punti tra Stati Uniti e Iran — è stato concluso in contumacia: firme digitali apposte a distanza, nessun corpo di fronte all’altro, nessuna stretta di mano, nessuna di quelle prossimità che da sempre fanno della diplomazia non un protocollo ma un rito. L’incontro fisico tra avversari, anche tra nemici, ha sempre significato qualcosa di più dell’accordo: significava riconoscersi, esporsi, accettare che l’altro fosse lì, irriducibile, con la sua faccia. Mettere la faccia non è un modo di dire. È l’unico modo in cui un impegno diventa vincolante prima ancora di essere scritto, perché chi guarda l’altro negli occhi non può poi dire di non averlo visto.
L’epoca che attraversiamo sembra invece avere fatto della contumacia la sua forma. Si decide a distanza, si firma a distanza, si combatte a distanza, e soprattutto si dimentica a distanza. Le guerre che dilaniano il mondo non scompaiono perché finiscono, ma perché smettono di essere viste. Basti pensare a quel che accade nel nord del Mozambico, dove da anni una violenza jihadista che nessuno nomina caccia decine di migliaia di persone, accampate in aree strappate alle sterpaglie con il fuoco, che ricostruiscono con pali e fango e foglie di palma le case perdute e dicono, all’unanimità, che non torneranno mai. La frase più dura non è la disperazione del «non abbiamo cibo, né acqua, né energia». È quel «nessuno si è presentato». Nessuno si è fatto vedere. La guerra dimenticata è la guerra in contumacia, quella in cui chi soffre non riceve nemmeno lo sguardo, che è il minimo riconoscimento dovuto a un essere umano. E non è un caso che quegli uomini e quelle donne, quando trovano finalmente qualcuno che li ascolti, riascoltino la propria tragedia come per assicurarsi che sia vera: chiedono, prima ancora dell’aiuto, di esistere per qualcuno.
Lo stesso vale per quell’altra classifica che corre silenziosa sotto la Coppa del Mondo, mentre milioni di occhi seguono il pallone. Quasi un terzo dei Paesi in campo nega o limita ai propri cittadini la libertà di vivere la propria fede, e di questo torneo invisibile non parla nessuno, perché ciò che non appare cessa, per noi, di accadere. È la struttura stessa dello spettacolo: l’immagine occupa interamente lo spazio, e quanto resta fuori dal riquadro scivola in un’ombra che scambiamo per inesistenza. Eppure è proprio lì, ai margini del visibile, che si gioca la partita decisiva sulla dignità delle persone.
Contro questa sottrazione del volto, però, la stessa cronaca offre figure che ne sono l’esatto rovescio, e che valgono come una correzione silenziosa. C’è un padre di sessantadue anni che torna sui banchi della maturità accanto al figlio di venti, non per rincorrere un tempo perduto — un diploma ce l’ha già — ma per convincere il ragazzo, che porta una disabilità cognitiva, a riprendere una strada abbandonata. Più delle parole, i fatti: due anni di lezioni condivise, di compiti fatti insieme, di pura presenza. È l’esatto contrario della contumacia. È un uomo che, invece di delegare a distanza, si siede accanto, si espone, ci mette la faccia nel senso più letterale, perché l’amore non conosce altro linguaggio che la prossimità. Non si educa, non si cura, non si salva nessuno a distanza.
E c’è infine quel bambino morto di tumore a nove anni, di cui in Sicilia si apre la causa di beatificazione, che ha lasciato scritta una frase capace di attraversare tutti questi frammenti e tenerli insieme meglio di qualsiasi ragionamento: «I miei occhi vedono cose che gli altri non vedono». È la confessione di chi, nel buio estremo, ha imparato a guardare. Non un privilegio mistico, ma la verità più semplice e più dimenticata: che vedere è un atto, non una condizione; che c’è un modo di tenere gli occhi aperti che non consiste nel registrare immagini ma nel riconoscere presenze. Gli altri non vedono non perché manchi loro la vista, ma perché hanno smesso di guardare.
Tra la firma a distanza e gli occhi di un bambino corre tutta la distanza del nostro tempo. Da una parte l’impegno che si vuole vincolante senza più nessuno che lo guardi in faccia, e che proprio per questo rischia di non reggere — perché un patto in contumacia è già, in partenza, un patto a metà. Dall’altra la testimonianza che esistere significa essere visti, e che la sola politica all’altezza degli uomini è quella che si presenta, che si fa vedere, che accetta la fatica della prossimità. Il resto è amministrazione dell’assenza. E l’assenza, lo sappiamo, è l’altro nome dell’abbandono.





