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21 Giugno 2026Piancastagnaio e la cultura come infrastruttura: intervista all’assessore Pierluigi Piccini

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Giugno 20, 2026
Dalla Rocca Aldobrandesca al Fonti Jazz Festival, il modello culturale che intreccia identità, comunità e sviluppo economico
Piancastagnaio sta investendo con convinzione nella cultura come strumento di valorizzazione del territorio. Dalle mostre ospitate nella Rocca Aldobrandesca agli eventi musicali e alle iniziative che coinvolgono associazioni e cittadini, l’amministrazione comunale punta a costruire un’offerta culturale capace di rafforzare l’identità della comunità e attrarre visitatori. Ne parliamo con l’assessore alla Cultura, Turismo e Sviluppo Economico Pierluigi Piccini.
Assessore Piccini, quale idea di cultura sta guidando oggi le scelte dell’amministrazione comunale?
L’idea è semplice da enunciare e impegnativa da praticare: la cultura non viene dopo l’economia, ne è la forma. Per troppo tempo si è pensato alla cultura come a un ornamento posato sopra lo sviluppo, la festa che chiude la stagione, il fiore all’occhiello da esibire quando i conti tornano. Noi rovesciamo l’ordine. Un’innovazione di sistema senza una proposta culturale produce ricchezza ma non comunità, non identità, non un motivo per restare che non sia il salario; e una proposta culturale senza base produttiva resta episodio, dipende dai contributi, non ha metabolismo proprio. Per questo la cultura, da noi, sta dentro lo stesso disegno che pensa il recupero del centro storico, il distretto industriale, il calore che sale dal basso. Non è una delega separata: è il principio che tiene insieme ciò che gli organigrammi tengono distinto. Un paese di montagna non si difende contando i problemi da contenere; si rilancia trattandosi come un sistema da mettere in moto. E in quel sistema la cultura non è la decorazione, è l’architettura.
La Rocca Aldobrandesca è diventata uno dei simboli della vostra programmazione espositiva. Quale ruolo avrà nel progetto culturale dei prossimi anni?
La Rocca è il luogo in cui la nostra strategia diventa visibile, e non per caso. È una fortezza: una struttura nata per separare, per segnare un dentro e un fuori, per difendere. Restituirla alla comunità come spazio espositivo è già di per sé un gesto che racconta cosa intendiamo fare con questo paese — prendere ciò che era chiuso e renderlo abitabile, prendere il limite e farne soglia. Nei prossimi anni la Rocca non sarà un contenitore che ospita mostre di passaggio, ma il presidio stabile di una collezione che si costruisce nel tempo: stiamo dando forma a una raccolta pubblica comunale di arte contemporanea che radica nel luogo opere e relazioni, perché una collezione, a differenza di una rassegna, non dipende dalla stagione, accumula senso. La logica è la stessa del distretto: non si somma una mostra all’altra, si costruisce una rete che cresce. La Rocca diventa così il punto fisso attorno a cui ruota un calendario, ma soprattutto il segno materiale che qui la cultura non è un evento, è un’istituzione.
Mostre come “Ludus. La maschera e la vertigine” hanno attirato attenzione anche oltre i confini dell’Amiata. Quale bilancio può fare di queste esperienze?
Il bilancio non lo misuro sui visitatori, anche se i numeri ci hanno dato ragione. Lo misuro su una cosa più difficile da contare: la capacità di un piccolo centro di porre una domanda che vale ovunque. La maschera e la vertigine non sono temi folkloristici, sono le due forme antiche in cui l’uomo esce da sé — il diventare altro e il perdere l’equilibrio, il gioco come finzione e il gioco come abisso. Portare qui una riflessione del genere significa affermare che da Piancastagnaio si può pensare in grande, che la provincia non è il luogo dove arrivano in ritardo le idee degli altri ma un punto da cui si guarda il mondo con sguardo proprio. Quando un’esperienza espositiva supera i confini dell’Amiata non è perché ha “promosso il territorio” — formula che detesto — ma perché ha smesso di chiedere il permesso di esistere. Il vero risultato è questo capovolgimento di postura: non più la periferia che mendica attenzione, ma un luogo che produce contenuto e attorno a sé crea movimento. È la stessa differenza che corre tra il subire la propria collocazione e il rivendicarla.
Piancastagnaio sta puntando anche sulla musica e sugli eventi dal vivo. Quanto conta questo settore nella vostra strategia di promozione territoriale?
Conta perché la musica dal vivo fa una cosa che le altre arti faticano a fare: raduna. Costringe le persone a stare nello stesso tempo e nello stesso luogo, condividere un respiro, e questo per una comunità che vuole ripopolarsi non è un dettaglio, è sostanza. Ma c’è una premessa che voglio dire subito, perché spiega tutto il resto: Piancastagnaio è il paese della musica. Non lo diciamo per slogan. Qui la musica è un tessuto che attraversa le generazioni, che parte dalle scuole elementari e arriva fino all’Accademia Musicale Amiata — una filiera della formazione che fa del suono una pratica diffusa, quotidiana, non un consumo occasionale. È su questo terreno già coltivato che si innesta il jazz, e con esso il Fonti Jazz Festival di fine agosto. La differenza è decisiva: un festival che cala dall’alto su un paese muto è un’attrazione di passaggio; un festival che cresce su una comunità che già suona, che già insegna e impara la musica, è il fiore di una pianta che ha radici. Il jazz, poi, non è scelta neutra — è la forma musicale dell’ascolto reciproco, dell’improvvisazione che è dialogo, della regola condivisa entro cui ciascuno trova la propria voce. Dice in suono ciò che noi cerchiamo in forma di comunità.
Per questo il festival non è una parentesi estiva: è il momento in cui il paese si riconosce, in cui chi è partito torna e chi non c’è mai stato scopre che esiste un altrove possibile. Ma attenzione a non leggere questo solo come richiamo turistico. Un festival che fosse soltanto attrazione per visitatori sarebbe come un’area industriale che fosse soltanto un lotto attrezzato: un recinto. Funziona quando diventa rete — quando lega i luoghi, le persone, i saperi, quando l’evento di agosto lascia qualcosa che dura a settembre, e quel qualcosa, da noi, è proprio la formazione che continua tutto l’anno nelle aule e nell’accademia. La musica, nella nostra strategia, è la prova generale di ciò che vogliamo per tutto il resto: che il momento di festa non si esaurisca in sé ma alimenti un ciclo. Lo scarto torna risorsa, e anche l’emozione di una sera torna legame — torna lezione, torna pratica, torna paese che suona anche quando i riflettori si spengono.


Come vengono coinvolte le associazioni, le scuole e le realtà locali nella costruzione del calendario culturale?
Qui tocchiamo il punto che più mi sta a cuore, perché senza coinvolgimento la cultura resta offerta per chi può permettersela. Una programmazione calata dall’alto produce spettatori; una costruita insieme produce cittadini. Le associazioni non sono per noi esecutrici di eventi già decisi: sono la rete di relazioni preesistente su cui il calendario si innesta, perché un distretto culturale, esattamente come quello produttivo, non è uno spazio ma un tessuto di legami. Le scuole hanno un ruolo che va oltre la partecipazione: sono il modo in cui il senso di un luogo passa a chi quel luogo dovrà abitarlo domani. Un ragazzo che incontra un’opera contemporanea dentro la Rocca del suo paese impara una cosa che nessun depliant insegna — che la cultura non è altrove, che gli appartiene. E poi c’è la dimensione della cura, i servizi alla famiglia su cui siamo da tempo all’avanguardia, perché non si trattiene una giovane famiglia, non si radica una comunità, se manca chi si prende cura dei bambini mentre i genitori lavorano o partecipano. La cura è la condizione che rende abitabile tutto il resto. Coinvolgere, in fondo, significa proprio questo: fare in modo che nessuno debba scegliere tra esserci e occuparsi dei propri.
L’arte contemporanea rappresenta una scelta non sempre scontata per un borgo storico. Perché avete deciso di investire in questa direzione?
Proprio perché non è scontata. La scelta facile, per un borgo storico, è la rendita del passato: il bel centro, la sagra, la memoria messa in vetrina. È una strada che produce una scenografia, un vuoto bello, un paese-museo che si guarda e non si abita. L’arte contemporanea fa l’opposto: non conserva il luogo, lo interroga. Ci costringe a chiederci cosa siamo adesso e non solo cosa siamo stati. Un territorio che ospita solo il proprio passato comunica, anche senza volerlo, di non avere futuro; un territorio che dialoga col contemporaneo dichiara di essere ancora vivo, ancora capace di pensiero. E c’è una ragione più profonda, che lega l’arte alla nostra idea di sviluppo: il contemporaneo lavora sulla soglia, sul confine, sul rapporto tra dentro e fuori — esattamente i temi di un paese di montagna che deve decidere se restare margine o diventare nodo. L’opera che mette in discussione la cornice, che abolisce il limite o che lo costruisce come passaggio, dice in forma sensibile ciò che noi diciamo in forma amministrativa: che il confine non è una condanna geografica, è una scelta. Investire nel contemporaneo significa rifiutare la nostalgia come destino.
Quali sono i principali progetti culturali in cantiere per il prossimo futuro?
Il progetto che tiene insieme tutto è il rilancio di Francesco di Valdambrino, lo scultore che a questa terra appartiene e che vogliamo restituire al posto che merita: non un’operazione erudita, ma il modo di affermare che la grande arte è passata di qui e qui può tornare. Attorno a questo asse costruiamo il resto. La collezione permanente alla Rocca, che da rassegna stagionale diventa istituzione stabile. La programmazione espositiva che prosegue la linea aperta — penso al lavoro che stiamo conducendo sull’osservazione, sul paesaggio sonoro, sulla relazione tra opera e luogo, con artisti che misurano lo sguardo contro la soglia. Il festival musicale come appuntamento che radica. Ma il vero cantiere, quello di cui vado più orgoglioso, è invisibile: è l’architettura che fa di ciascun progetto la condizione degli altri. Perché nessuno di questi pezzi, preso da solo, regge. La mostra senza il pubblico è un restauro che produce un vuoto; il festival senza la rete è una parentesi; la collezione senza la comunità è un magazzino di pregio. Stanno in piedi insieme o non stanno. Il progetto, allora, non è questa o quella iniziativa: è il disegno unico che le tiene tutte.
Piancastagnaio può diventare un punto di riferimento culturale?
Può, e in parte lo sta già diventando, ma a una condizione che voglio dire con chiarezza per non illudere nessuno. Non lo diventa imitando le città. La provincia che scimmiotta il centro è sempre periferia, sempre in ritardo, sempre seconda. Lo diventa facendo della propria specificità una posizione e non un limite: il calore che sale dalla terra, la montagna, il castagno, una scala di prossimità che le grandi città hanno perduto. Un punto di riferimento non è chi ha più eventi, è chi ha un’idea riconoscibile — chi, quando lo nomini, evoca un modo di pensare il rapporto tra cultura, lavoro e cura che altrove si è smarrito.
Penso ai lupi di Rivalta, e a cosa significhi incontrarli qui. Non sono animali messi su un piedistallo, chiusi dentro la cornice che dice “questa è arte, guardala da lontano”. Stanno a terra, alla nostra altezza, ti vengono incontro nello spazio aperto del paese senza il diaframma che protegge e separa. Aboliscono la cornice, e così facendo cancellano la distanza tra l’opera e chi la attraversa. È esattamente la mossa che facciamo con tutto il resto: prendere ciò che era recintato — la fortezza, il margine, il confine — e farne soglia, luogo di passaggio e non di esclusione. Un lupo che non sta dietro la cornice ma sulla strada dice in forma sensibile ciò che noi diciamo in forma amministrativa: che il limite non è una condanna, è una scelta, e che si può scegliere di trasformarlo in incontro. Quando un’opera così entra nel tessuto di un paese, smette di essere decorazione e diventa una dichiarazione su che cosa quel paese intende essere.
È quello che in Europa si è cominciato a chiamare nuovo Bauhaus: sostenibile, bello e fatto insieme. Non tre politiche da sommare, ma un’unica cosa. Se Piancastagnaio diventa il luogo in cui si dimostra che un piccolo centro può essere insieme sostenibile, bello e condiviso — che la sostenibilità non rinuncia alla bellezza e la bellezza non è privilegio — allora il punto di riferimento non sarà una pretesa, sarà un fatto. Diventiamo riferimento non perché copiamo il modello, ma perché ne offriamo uno.
Quale messaggio desideri rivolgere a chi ancora non conosce l’offerta culturale di Piancastagnaio?
Direi questo: venite a vedere un paese che ha smesso di chiedere scusa di essere piccolo. Troverete una fortezza diventata luogo aperto, l’arte di oggi che dialoga con una pietra antica, una musica che raduna e che si insegna dalle elementari all’accademia, un modo di vivere in cui il lavoro, la bellezza e la cura non sono compartimenti separati ma un’unica trama. Non vi offriamo un’attrazione da consumare in una giornata e dimenticare. Vi offriamo l’esperienza di un luogo che si pensa, che ha deciso di trattarsi non come una somma di problemi da contenere ma come un sistema da mettere in moto. Chi arriva qui spesso si aspetta il pittoresco e trova invece un’idea. E un’idea, a differenza di una cartolina, non la guardi soltanto: ti resta addosso, ti fa tornare. Piancastagnaio non vuole essere visitata, vuole essere riconosciuta. La differenza è tutta qui — e vi assicuro che si sente.





