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Davide Rivalta. Wild
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Può davvero il Monte difendersi da Intesa? La risposta non è a Siena, è nel libro soci
di Pierluigi Piccini
Conviene dirlo subito, senza le cautele di rito: difendersi, per il Monte dei Paschi, nel senso di restare una banca indipendente, è oggi un’impresa molto in salita. E la ragione non sta nelle mosse del suo amministratore delegato, non sta nello scorporo deliberato in questi giorni, non sta nemmeno nelle stanze della politica. Sta in un luogo più prosaico e più decisivo: l’elenco di chi possiede le azioni. È lì che si vince e si perde una partita come questa, ed è lì che il Monte è più scoperto.
I numeri sono semplici e impietosi. I due maggiori azionisti della banca senese sono la cassaforte degli eredi Del Vecchio, con circa il diciassette per cento, e il gruppo del costruttore romano Caltagirone, con poco più del tredici. Insieme controllano quasi un terzo del capitale. Ed entrambi, stando a tutto ciò che trapela, guardano con favore all’offerta di Intesa Sanpaolo. Se aderissero tutti e due, l’offerente milanese si troverebbe in mano da solo oltre il trenta per cento: cioè, in sostanza, la soglia che gli serve per portare a casa l’operazione. A questo si aggiunge un dettaglio che pesa quanto i grandi soci privati: lo Stato, ormai diluito sotto il cinque per cento, ha deciso di non scendere in campo. Il socio pubblico si è fatto da parte. Quando chi detiene le azioni è propenso a vendere, e chi rappresenta l’interesse pubblico rinuncia a combattere, le delibere di un consiglio di amministrazione contano poco. Ricordiamolo: lo stesso scorporo, per via della regola che vincola le difese durante un’offerta, dovranno approvarlo proprio i soci. Gli stessi soci che propendono per cedere.
Restano, è vero, alcune leve. Ma a guardarle da vicino nessuna è risolutiva. C’è la proposta di Banco BPM, una fusione «alla pari»: ma è carta contro carta, priva del contante che Intesa ha messo sul piatto, e chi guida l’offerta milanese ha già fissato l’asticella — chi vuole rilanciare deve partire dal suo prezzo e aggiungere, in denaro. C’è il cosiddetto potere speciale del Governo, che può imporre condizioni a tutela della concorrenza sui territori e del credito alle piccole imprese: ma imporre condizioni non significa porre un veto, e tra un campione nazionale che si ingrandisce e un terzo polo ancora tutto da costruire la scelta politica è meno scontata di quanto si dica. C’è infine il mercato: se il titolo del Monte dovesse stabilmente superare il valore implicito nell’offerta, aderire converrebbe di meno. Sono appigli, non scudi.
Per questo la domanda corretta non è quella che tutti si fanno — «resterà indipendente?» —, alla quale la risposta onesta è, con ogni probabilità, no. La domanda vera è un’altra: a quali condizioni si arrenderà? La sola partita che il Monte può ancora giocare con qualche carta in mano non è la sopravvivenza solitaria, che le forze in campo rendono improbabile, ma il prezzo e le tutele: strappare un corrispettivo più alto, usare la pista alternativa come contrappeso, ottenere dal Governo garanzie sul radicamento territoriale. Lo scorporo di questi giorni serve esattamente a questo. Tenere ordinata, pulita e separabile la merce migliore — la banca d’affari, la gestione dei grandi patrimoni, e soprattutto la quota in Generali — non per chiudere la porta a chi bussa, ma per trattare da una posizione un po’ meno debole quando la porta verrà aperta.
Ed è qui che bisogna avere il coraggio di nominare la cosa per quello che è. Il vero oggetto del contendere non è il Monte. È Generali. I due grandi soci che decidono il destino della banca senese siedono pesantemente anche nel capitale del Leone, e attraverso la lunga catena che lega il Monte a Mediobanca e Mediobanca a Trieste muovono qualcosa di assai più grande di un istituto toscano: muovono gli equilibri della più importante compagnia assicurativa del Paese, e con essi una fetta consistente del risparmio degli italiani. In questa geometria il Monte rischia di essere non il fine, ma il mezzo. La pedina che si sposta perché altri possano raggiungere la casella che conta davvero.
È una verità sgradevole, e ai senesi tocca riceverla per intero, senza l’anestesia delle frasi di circostanza. Per cinque secoli abbiamo pensato il Monte come una cosa nostra: il datore di lavoro, il mecenate, il nome inciso sulle facciate e nella memoria di ogni famiglia. Ma quel tempo, dobbiamo avere l’onestà di dirlo, è finito da un pezzo. La banca che porta il nome della città non si decide più in città. Si decide in consigli milanesi e in studi romani, dove di Siena non si parla — si parla di concambi, di soglie, di quote in Generali. E noi rischiamo di restare ciò che troppo spesso siamo già stati in questi anni: spettatori commossi del nostro stesso destino.
Allora la posta, per chi vive qui, non è più la bandiera dell’indipendenza: quella battaglia i numeri l’hanno persa prima ancora che cominciasse. È qualcosa di più terra a terra, e proprio per questo di più serio. Passa per la differenza fra una città che entra nella trattativa mentre è ancora aperta e una città che aspetta in silenzio di sapere cosa altri avranno deciso per lei.
Ai senesi non chiedo di custodire un’icona, ma di presidiare un interesse. L’icona, diciamolo, è già perduta: il nome del Monte è ormai un guscio che altri si contendono e che nessuno di loro abita. L’interesse, invece, è ancora qui, ed è concretissimo — gli sportelli, il lavoro, il credito alle imprese della montagna e del contado. E uno strumento per renderlo vincolante esiste: è quel potere speciale dello Stato, il golden power, su cui vado richiamando l’attenzione ormai da tempo, ben prima che entrasse nel dibattito di queste settimane, e di cui ho segnalato per primo anche le ambiguità e gli usi a corrente alternata. È lì che la città può far pesare la sua voce; ed è lì che i suoi rappresentanti, in Comune, in Regione, in Parlamento, hanno il dovere di mettere per iscritto e ad alta voce le condizioni di Siena, finché un margine esiste. Perché in queste settimane i numeri parlano, e parlano una lingua precisa. Se non impariamo a leggerla noi, la leggeranno altri al posto nostro. E la scriveranno contro di noi.





