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C’è un modo elegante di raccontare le cose e c’è un modo esatto. La conferenza organizzata dal Biotecnopolo appartiene al primo: un titolo che promette un’arma, un direttore scientifico che assicura risposte ottime in laboratorio, due senatori, un assessore, una platea. Tutto vero, e tuttavia tutto collocato prima del punto in cui la questione comincia davvero. Perché la frase decisiva è pronunciata da Rappuoli stesso e passa quasi inosservata: il monoclonale contro il batterio toscano lo stiamo portando in clinica. È lì che si gioca la partita. Ed è lì che nessuno, a Siena, ha ancora detto con quali soldi e in quanti anni.
Partiamo dai fatti costitutivi, perché siano fuori discussione. La Fondazione Biotecnopolo di Siena è istituita dall’articolo 1, commi 945-950, della legge 30 dicembre 2021, n. 234. Lo statuto, approvato con DPCM dell’11 luglio 2022 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 agosto, assegna al Centro nazionale anti pandemico tre macroaree operative: vaccini a mRNA; vaccini contro patogeni batterici resistenti agli antibiotici basati sulla vaccinologia inversa; sviluppo di tecnologie a supporto dell’evoluzione di vaccini e anticorpi monoclonali. L’antibiotico-resistenza, dunque, c’era dall’inizio — ma c’era come vaccino. Il monoclonale contro i batteri resistenti rientra nella terza voce, la più larga e la più duttile. Non è un abuso di mandato: è uno spostamento d’asse. E gli spostamenti d’asse, nelle istituzioni pubbliche, non avvengono per caso. La pandemia silente ha il vantaggio di non avere una data, mentre la pandemic preparedness aveva una scadenza contabile che si è già rivelata ingestibile.
Le risorse, in numeri. La dotazione ordinaria della Fondazione è di nove milioni per il 2022, dodici per il 2023, sedici milioni annui a decorrere dal 2024. La dotazione straordinaria — quella che ha fatto parlare di grande investimento nazionale — era di trecentoquaranta milioni fino al 2026, a valere sulle azioni complementari del PNRR. Su quella cifra si è consumato il conflitto degli ultimi tre anni: l’opposizione denuncia un taglio di centotrentaquattro milioni, il consigliere regionale Bezzini una revoca di oltre cento, l’amministrazione comunale replica che non di taglio si tratta ma di rimodulazione, con le risorse ricondotte al Piano Nazionale Complementare e la scadenza differita dal 2026 al 2028. Su un punto, però, la difesa è tecnicamente fragile: il differimento al 2028 riguarda l’intero Piano Complementare, oltre trenta miliardi, non il Biotecnopolo in quanto tale. È un’onda generale, non una scelta senese. E dei cento e più milioni sottratti, a oggi, non risulta reintegro.
Sul terreno i fatti sono questi: sede acquisita, il Medicine Research Center; quaranta tra ricercatori e tecnici assunti, obiettivo dichiarato centocinquanta; convenzione con Toscana Life Sciences — uscita dalla compagine fondatrice con il nuovo statuto del giugno 2024 — in scadenza nel 2027. È un ente che esiste, che lavora, che pubblica. Non sto dicendo il contrario. Sto dicendo un’altra cosa.
Sto dicendo che un anticorpo monoclonale non finisce in laboratorio. Dalla molecola candidata alla registrazione servono, nella migliore delle ipotesi, tre o quattro anni di sviluppo preclinico e di dossier regolatorio, poi la fase I, la fase II, la fase III: dieci anni, dodici se il percorso è ordinario. E il costo di un biologico portato fino alla registrazione non si misura in decine di milioni, si misura in centinaia. Sedici milioni l’anno non pagano una fase III. Non ci si avvicinano nemmeno. Il che significa che il monoclonale annunciato ieri, se davvero deve diventare un’arma e non un articolo su rivista, dipende interamente da risorse che oggi non sono stanziate o da un partner industriale che oggi non è nominato.
E qui viene il nodo che nessuna conferenza stampa affronta, e che è l’unico che conti. L’antibiotico-resistenza non è un mercato: è un fallimento di mercato conclamato. Un anticorpo contro un batterio multiresistente, per definizione, va somministrato al minor numero possibile di pazienti e conservato il più a lungo possibile. Curare pochi, tardi, e possibilmente mai: è il contrario di ogni modello di ricavo farmaceutico. È per questo che le grandi aziende hanno abbandonato il settore vent’anni fa, e non per un difetto di scienza. La prova sta nell’unico precedente rilevante: i monoclonali autorizzati contro tossine batteriche esistono — quelli contro l’antrace, per esempio — ma esistono soltanto perché un governo li acquista per una riserva strategica nazionale. Senza acquirente pubblico garantito non sarebbero mai stati sviluppati. È per questo che il Regno Unito ha introdotto un modello ad abbonamento che paga il farmaco a prescindere dai volumi venduti, e che negli Stati Uniti si discute da anni di meccanismi analoghi.
La domanda precisa, allora, è una sola. Se il Biotecnopolo intende portare in clinica un monoclonale contro l’antibiotico-resistenza, chi lo comprerà? Esiste un impegno dello Stato ad acquistarlo, o a garantire un ricavo disaccoppiato dai volumi? Esiste una riserva strategica nazionale che ne giustifichi la produzione? Perché se la risposta è no — e ad oggi la risposta è il silenzio — allora ciò che si sta finanziando non è un’arma: è un brevetto. Un brevetto che, come tutti i brevetti, finirà licenziato a chi ha i capitali per svilupparlo. Cioè a un’industria privata, verosimilmente non italiana.
Non è un processo alle intenzioni, è la logica del sistema. E la si legge in controluce persino nella struttura della notizia: si parla di laboratorio, di eccellenza, di collaborazioni internazionali, di scenari di mortalità al 2030-2040. Mai di chi paga la fase III. La città ospita la ricerca, il nome, i convegni; le decisioni sui soldi e sui tempi si prendono altrove, e altrove si prenderà, un giorno, la decisione se quella molecola valga o non valga un investimento.
Sarebbe utile che qualcuno, in un’aula istituzionale, chiedesse conto non del prossimo risultato di laboratorio, ma del modello economico che dovrebbe trasformarlo in terapia. E vale la pena ricordare, senza malizia, che il monoclonale anti-Covid nato da quello stesso gruppo, a Siena, non superò la fase sperimentale: non è una colpa, è la statistica ordinaria dello sviluppo farmaceutico, dove i candidati muoiono quasi tutti in clinica. Proprio per questo la domanda sul chi paga non è un dettaglio contabile da rinviare a risultato ottenuto. È la condizione perché il risultato, un giorno, possa servire a qualcuno.
Finché quella domanda non viene posta, ogni conferenza sull’antibiotico-resistenza resta una cosa sola: una buona notizia scientifica raccontata come se fosse una politica industriale. Non lo è. E la differenza, per Siena, è tutta.





