
La merce e il mercato
11 Luglio 2026
Anthrax, Public Enemy – Bring Tha Noize
11 Luglio 2026C’è una parola, nell’intervista di Simone Bezzini, che vale più di tutte le altre: non «campo largo», formula ormai logora, ma il verbo che la accompagna. Aprirsi. Aprire è gesto di chi possiede la porta: presuppone una casa, un dentro e un fuori, un padrone e un ospite che attende sulla soglia. E chi attende sulla soglia entra alle condizioni di chi lo fa entrare.
Il civismo vero non chiede di essere ospitato. Non è un supplemento di consenso da agganciare quando i numeri non tornano: è una forma di rappresentanza nata dal territorio, che non si tessera e non si nomina. Questa città conosce bene la differenza tra il civismo e i suoi calchi. Ci sono le liste che nascono da un radicamento e da una responsabilità verificata dagli elettori, e ci sono i contenitori messi in piedi a ridosso del voto, privi di autonomia programmatica, che raccolgono ciò che il partito non riesce più a raccogliere da sé e che dopo il voto rientrano ordinatamente nel perimetro. Sono satelliti: brillano di luce riflessa e non hanno orbita propria. Per vent’anni il Pd senese ha praticato quasi soltanto questa forma, perché il civismo autentico gli è sempre risultato indigeribile. Si prende il nome, si lascia fuori la sostanza.
Eppure quel partito, quando aveva visione, non ebbe bisogno di aprire nessuna porta: fu capace di inventare un campo che prima non esisteva. L’Ulivo non nacque da un’alleanza con gli alleati storici, nacque perché qualcuno seppe immaginare una forma politica nuova e vinse anche contro i propri apparati. La differenza tra allora e oggi è tutta qui: allora si costruiva, oggi si cerca chi possa colmare un vuoto aritmetico. Bezzini ammette che «il limite più grande è stato non riuscire a costruire un’alleanza vasta, per colpa in parte del Pd». Ma un’ammissione senza analisi è solo una buona maniera. Se la diagnosi resta generica, la cura sarà generica: un’altra fotografia, un altro perimetro, un altro elenco di sigle.
Perché il centrosinistra a Siena non ha perso per mancanza di alleati. Ha perso perché aveva smesso di produrre visione, e chi non produce visione cerca alleati come si cercano stampelle. Oggi quella mancanza ha un nome che nessuno pronuncia volentieri: con il passaggio della banca si è chiuso un ciclo antropologico prima ancora che economico. Per quarant’anni la ricchezza, a Siena, non veniva prodotta e poi distribuita: scendeva. Dalla banca alla Fondazione, dalla Fondazione al Comune, all’Università, all’ospedale, alle contrade, alla cultura. Una pioggia, non un metabolismo. E in una città che vive di pioggia non si costruiscono acquedotti: si costruiscono contenitori, e si impara a stare sotto il punto giusto del cielo. Quel cielo non c’è più. Il territorio ha perso l’organo che trasformava il proprio prodotto in servizi.
Il compito di una forza civica seria non è rimpiangere la pioggia: è ricomporre. Chiedersi dove passano i flussi della ricchezza che questo territorio produce e che oggi escono lasciando quasi nulla. Escono dal turismo, che è ancora prelievo di presenze e non filiera. Escono dalla ricerca e dalla farmaceutica, che qui hanno scala europea e radicamento sociale quasi nullo. Escono dalla rendita immobiliare, che produce vuoto. Ed escono dall’energia — ed è esattamente qui che l’intervista tace.
Bezzini parla di sanità, cultura, scuola, bilancio, di «dodici interventi per aiutare gli investimenti dei Comuni». La parola «aiutare» dice già tutto: il capoluogo e le sue appendici, il centro che soccorre. Dell’Amiata non c’è traccia. Eppure la geotermia è l’unico caso in Toscana in cui una comunità produce, dentro il proprio corpo, una quota rilevante dell’energia elettrica regionale. Non la ospita: la produce. Il vapore esce dalla montagna sotto i piedi di chi ci abita, alimenta un valore che nessuno in quei consigli comunali vede mai scritto per intero, e torna sotto forma di un fondo da rinegoziare ogni anno, nel linguaggio del risarcimento. Perché il vapore dell’Amiata è un contratto e non un patto? Perché quella ricchezza è pensata come un danno da compensare e non come un prodotto da distribuire?
Il paradosso è quasi perfetto: due assenze che sono la stessa assenza. La banca che non trasforma più il valore in servizi, la montagna che il valore lo produce e non lo trattiene. Siena ha perso il suo organo, l’Amiata non l’ha mai avuto. Le aree interne perdono medici, classi, corriere, abitanti, e nello stesso tempo generano energia. Non è materia da convegno: è ingegneria istituzionale che nessuno ha voluto fare. Basterebbe legare stabilmente una quota della ricchezza geotermica ai servizi essenziali di quel territorio, con strumenti pluriennali certi e non con elemosine di cui ringraziare. Sarebbe la prova che la Regione «fa ciò che non fa il Governo».
E qui la cultura smette di essere il capitolo nobile del bilancio e diventa il nodo. O è ornamento, e allora è la prima cosa che si taglia quando la pioggia si ferma — ed è quello che sta accadendo, sotto la retorica; oppure è insieme economia e forma dell’innovazione, e va trattata come infrastruttura. Economia perché genera lavoro qualificato, filiere, competenze che restano. Forma dell’innovazione perché l’innovazione non è un settore: è la capacità di immaginare rapporti nuovi tra ciò che si produce e ciò che si è. Una città che possiede il Santa Maria della Scala, l’Università, un patrimonio di scala continentale, e continua a pensare la cultura come calendario di eventi anziché come laboratorio, sta sprecando l’unica infrastruttura rimasta intatta dopo la banca.
Il legame con i servizi sociali è struttura, non retorica. Una comunità che invecchia, che espelle i giovani, che ha un welfare cresciuto sui contributi della Fondazione, non si rimette in piedi con la beneficenza né con l’evento. Si rimette in piedi se la ricchezza che produce viene intercettata e restituita: se l’energia dell’Amiata finanzia i servizi delle aree interne invece di comprare rotatorie, se il turismo paga la casa a chi ci vive, se la ricerca privata trova nel pubblico un socio e non un cliente, se la cultura forma le persone che quel lavoro lo faranno. Questo intendiamo per ricomposizione: non un programma di settore, ma un disegno unico in cui produzione, distribuzione e senso tornino a tenersi.
Al Pd che parla di aprirsi diciamo dunque che il problema non è la porta: è che dentro casa quel disegno non c’è, e non c’è perché per quarant’anni non è stato necessario averlo. Siamo disponibili, ma alle condizioni che rendono un’alleanza una cosa seria: contenuti scomodi detti prima e non dopo, metodo verificabile, criteri pubblici per le nomine, riconoscimento reciproco. Un patto, non un contratto capestro travestito da apertura.
Il civismo, quando è autentico, è la memoria dei margini dentro il discorso del centro. È per questo che dà fastidio. Perché ogni volta che si parla di campo largo ricorda che il campo, largo o stretto, ha dei bordi — e che su quei bordi ci abita qualcuno.





